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HALLOWEEN SONO IO

Non fa per niente freddo questa sera.
E anche tutta la giornata è stata assolutamente gradevole. Sembrava di essere entrati in tarda primavera, a dispetto del calendario.
Le previsioni avevano strombazzato di una perturbazione che portava le temperature molto al di sopra della media su tutto il Paese. Giù in Sicilia, ad esempio, c’è gente che si fa ancora il bagno, tanto per dire.
Quando ero un ragazzino, e parlo di non più di trent’anni fa, le temperature seguivano il regolare corso della natura. Come dovrebbe essere, del resto.
Guardavi il calendario e, se era autunno, faceva un tempo autunnale, se era inverno dovevi coprirti bene. E per schiattare dal caldo si doveva per forza aspettare l’estate.
Oggi invece va tutto a catafascio. I proverbi sulle stagioni che non sono più le stesse si sprecano e il risultato è che mi trovo qui, immerso nella cupa atmosfera autunnale di Halloween, praticamente in maniche di camicia.
Halloween, per i Celti la notte di Samhain, dove i Morti riattraversano il Ponte di Spade per tornare sulla Terra come spettri. Leggende, più che altro, storie tramandate da generazioni che interessano solo a pochi fanatici.
Oggi la realtà è più materiale e si possono scoprire orde di Licantropi, ben pettinati, ballare nelle discoteche al ritmo dei mitici anni 80 o della più moderna Techno, gruppi di Zombi seduti al ristorante a divorare enormi fiorentine alla brace al posto dei canonici cervelli e, per finire, Streghe ammalianti e longilinee sprofondate nelle poltrone dei cinema a godersi l’ultimo film per famiglie in compagnia di un metro cubo di pop-corn.
La moda di Hallowen si è diffusa anche da noi ma, a quell’epoca, ne sapevamo poco. Sapevamo solo che in America, la notte di Ognissanti, i bambini si vestivano come a carnevale e andavano in giro a bussare alle porte.
E noi ci limitammo a prendere spunto da questo.
Volevamo solo fare qualcosa di strano. Qualcosa di diverso, che avrebbe messo un po’ di sano pepe sopra una sera, come tante, di un paese di poche anime sperduto in mezzo alla grande pianura.
Gironzolavamo per il paese, con in mano una torcia elettrica, e ci divertivamo ad attraversare la strada proprio mentre passavano le auto. Ma il gioco durò poco perché incrociammo Maurizio, il fabbro, che sbandò e per poco non centrò il muretto della scuola. E siccome ci aveva riconosciuti, scappammo a gambe levate, stavolta sì in preda al terrore puro, per paura che ci prendesse e usasse le nostre teste al posto dell’incudine.
Quando tornammo sulla strada si era fatto tardi e, ormai, per il paese non passava più nessuno. Non mi ricordo chi di noi, forse proprio io, propose allora di cambiare gioco e di andare a suonare di nascosto alle porte delle case.
Partimmo dalla piazza e puntammo le case verso l’osteria e, da lì, ci spostammo verso la campagna, passando dal caseificio. Ci stavamo divertendo come matti nel sentire le bestemmie di quelli che dovevano alzarsi per andare ad aprire o di quelli che, una volta aperto, non trovavano nessuno, quando arrivammo all’incrocio con la strada dell’argine.
“Io là non ci vado….”, borbottò cupo Scheggia.
“E perché...?”.
“Come perché? Non sapete chi ci abita là in fondo....?”.
Nell’ultima casa, al confine con i campi, abitava il Caprone.
Era un uomo di età indefinibile, sui cinquant’anni forse, che faceva il bracciante agricolo ed arrotondava lo stipendio allevando pollame e conigli che custodiva in una specie di lungo capanno dietro la casa, attorniato da sporcizia e cianfrusaglie di ogni tipo.
Era soprannominato così perché era grosso, curvo e peloso e si lavava una volta ogni tanto.
Si diceva che bevesse parecchio e che avesse qualche rotella fuori posto. Le nostre mamme ci raccomandavano di stare attenti quando giocavamo lì vicino perché si divertiva a spaventare i bambini urlando a squarciagola o aizzandogli contro i suoi grossi cani.
“E’ meglio se torniamo indietro….”, suggerì Ranocchio, subito spalleggiato da Scheggia, divorato dal panico più completo.
Due contro uno, non c’era partita. A malincuore girai i tacchi e raggiunsi i due cagasotto sulla strada del ritorno.
Arrivai a casa con un pensiero ficcato dentro il cervello come una pallottola. Costante come il ticchettio di un orologio, ricordava il ritmo delle gocce di pioggia che cadono durante un temporale.
L’ebbrezza della sfida e la voglia di umiliare i miei amici, continuavano senza sosta a straziare il mio inconscio.
Il desiderio di provarci cresceva e scioglieva le catene. Serpeggiava libero nella fredda sera autunnale, incuneandosi tra le mie cellule nervose.
Mia mamma se ne stava ancora chiusa in cucina, mentre mio papà, come al solito, era stravaccato sul divano in stato catatonico, preda di un sonno grigio, senza sogni, fatto di mugugni e versi animaleschi.
Il bottiglione vuoto sul tavolo mi bisbigliava che avrei avuto sufficiente copertura.
Perciò cedetti e me ne sgattaiolai di nuovo fuori.
Non era tardi ma, data la stagione, come recita il copione dei paesi sperduti nel mezzo alla campagna, non c’era in giro un’anima.
La luce calda dei lampioni proiettava strani giochi di ombre attraverso una nebbia leggera e sui tetti le antenne vibravano balli lontani.
Arrivai in un lampo davanti alla porta del Caprone e suonai.
Subito la porta si aprì, lentamente, come nei film dell’orrore, accompagnata da un lugubre cigolio.
Dalla penombra emerse il Caprone. Aveva i capelli mossi e lunghi, il viso era ispido per la barba di una settimana e faceva davvero pensare ad un animale.
Teneva in mano un bottiglione di vino mezzo vuoto e mi fissava severo senza muovere un muscolo, pettinandomi con un alito che sapeva di aglio, alcool, e tanto sonno arretrato.
Continuò a guardarmi per quella che mi sembrò un’eternità e poi scoppiò a ridere. Fu una risata improvvisa, quella, agghiacciante, che sembrava provenire dalle viscere, come un muggito.
“E tu chi diavolo saresti?”, mi apostrofò senza smettere di ridere, “Ah si...! Ti vedo spesso in giro, con i tuoi amici! Beh, dato che sei qui, tanto vale che entri!”.
“Ma…veramente…”.
“Non vuoi entrare? Come farai a dimostrare ai tuoi amici che hai superato la prova di coraggio?”.
“Ecco…io…”.
“Non avere paura….entra. Ti darò una delle mie riviste sulla pesca e ci scriverò sopra il mio nome, così nessuno potrà negare che sei stato qui!”.
Entrai. La casa era immersa nell’oscurità. L’unica fonte di luce era costituita da una abat-jour che diffondeva un alone luminoso giallo e sporco. Mi guardai intorno. Disordine e sudiciume dappertutto e un odore da togliere il respiro.
Il Caprone si era spaparanzato su di un vecchio divano sfasciato, con addosso una tuta da lavoro lercia ed una camicia a quadri che non se la passava certo meglio, e mi osservava incuriosito.
Sul tavolino, lì accanto, in mezzo a resti di cibo ammuffiti e bottiglie vuote, troneggiava effettivamente una pila di riviste di pesca sportiva.
Ed anche un’altra cosa che subito attirò la mia attenzione.
“Si, potrei darti anche quello…”, affermò, il Caprone, “L’ho trovato stamattina mentre facevo le pulizie in cantina…”.
Di giornalini in casa mia ne giravano sempre pochi e una raccolta intera de “I Grandi Classici” di Topolino era veramente un trofeo che non potevo lasciarmi scappare.
“Prendilo pure…a me non serve…”. Mi avvicinai per prenderlo e notai che, per essere stato in cantina, sembrava nuovo.
Come un flash, associai questa dissonanza al fatto che il Caprone mi avesse aperto la porta subito, proprio appena avevo suonato e che mi avesse parlato della prova di coraggio senza che io l’avessi nominata.
E allora capii.
Capii che, in qualche modo, mi aveva visto dalla finestra mentre discutevo con i miei amici e, dopo, quando ero arrivato da solo.
E si era preparato.
Mi guardava con gli occhi infossati ed iniettati di sangue e con un’espressione che non avrei mai dimenticato. Sembrava starsene seduto comodamente, con un braccio a penzoloni oltre la spalliera del divano, ma intuii subito che c’era qualcosa di strano.
Continuava a tenere il braccio dietro la spalliera senza farlo vedere. E quando lo alzò di scatto, lo anticipai. Nella mano stringeva un bavaglio.
Mi misi a urlare e scappai, correndo con tutto il fiato che avevo in corpo.
Così era finita quella notte di tanti anni fa.
Ed oggi, dopo tutti questi anni, sono tornato. Mi sono preso una vacanza e sono di nuovo qui.
Il paese è sempre qua ad attendermi, fedele, dopo tanti anni, amico di molte estati della mia infanzia. Non è cambiato granché. Il vento della modernità ha soffiato fino a qui, certo, ma queste quattro case sono rimaste le stesse. Tenute un po’ meglio, forse, ma sempre così raccolte, tranquille e tanto magiche e quiete.
Ho deciso di fare una passeggiata e sono arrivato fino alle ultime case prima dei campi.
Fino a quella casa.
Neanche quella è cambiata molto. Sempre scrostata, macilenta ed attorniata da un ciarpame impressionante. Sembra proprio un rudere, con l’orto ora abbandonato e quel lungo capanno, una volta così brulicante di vita, che oggi appare come un fantasma muto, testimone solitario e silenzioso del tempo che fu.
Sento la testa che mi scoppia, i ricordi si accavallano a spezzoni di sogni ed incubi che acquistano la nitidezza di scorci di vita vissuta.
Leggo il nome sopra il campanello e suono.
Mi apre un relitto di uomo, curvo, con folti capelli grigi e barba bianca non rasata da mesi. Tiene in mano una bottiglia di birra quasi vuota e indossa una specie di pigiama chiazzato di macchie multicolori di cibo, vino ed urina.
“E tu chi cazzo sei?”.
E’ proprio lui. Invecchiato ed appesantito da trenta anni, ma con la stessa faccia arcigna, la fronte bassa e il portamento da rapace.
“Dolcetto o scherzetto?”.
“Gira al largo, buffone!”.
“Dolcetto o scherzetto?”.
“Ma sei sordo o sei rincoglionito? Ho detto smamma! Vattene affanculo!”.
“Oh, niente dolcetto?”, gli sussurro con aria triste, “Beh, allora….scherzetto!”.
E schiocco le dita.
Il vecchio mi guarda dubbioso per un istante, poi impallidisce.
“Ma tu….tu…”.
“Si, sono proprio io! E sono venuto a prenderti!”, gli rispondo fissandolo in quegli occhi di felino ferito.
Il vecchio sbarra gli occhi e si guarda velocemente intorno alla ricerca di una via di uscita.
Non ne ha. E allora prova a gridare, ma dalla gola esce solo un rantolo, seguito da un fiotto di bava giallastra. I muscoli si irrigidiscono e la bottiglia cade a terra.
Poi cade a terra pure lui, cercando inutilmente di slacciarsi i bottoni del colletto per respirare meglio. Si porta una mano al petto e, per alcuni secondi, scalcia furiosamente, gorgogliando qualcosa che, forse, è una richiesta di aiuto, poi le forze l'abbandonano e, con esse, anche la vita.
Attacco di cuore, la causa di morte più diffusa.
Mi accerto che sia definitivamente schiattato e me ne vado.
Ci sono voluti trent’anni ma, alla fine, ce l’ho fatta.
La mia mente ora è più chiara. E i ricordi si affacciano impietosi.
Quella sera di tanti anni prima avevo corso, con tutto il fiato che avevo in corpo.
Ma non ero riuscito a scappare.
Il Caprone mi aveva preso ed imbavagliato. Il mio corpo non era mai stato trovato, la mia anima non aveva mai trovato pace.
Ma la Morte aveva deciso di sorprenderlo. E aveva mandato me ad annunciarla, proprio nella notte di Halloween. La notte in cui morti tornano a vivere, la notte in cui il Caprone aveva compiuto una delle sue tante efferatezze, la notte in cui io ero la Morte.
La notte in cui, tanti anni prima, io ero morto.



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Racconto scritto il 26/10/2020 - 11:55
Da Paolo Guastone
Letta n.74 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Scritto molto bene, avvincente.

Grazia Giuliani 27/10/2020 - 19:34

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