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L’amato disordine del tuo ufficio, le piccole cose sparse che si confondono tra fogli, foto, libri, regali. Il batticuore che avevo sempre, quando pensavo: “adesso vado su”, e salire le scale col cuore in gola, felice, specchiarmi nella grande porta a vetri... “come sto?”, guardarmi intorno mentre percorro quel corridoio un po' buio, con tante porte chiuse o aperte su altri mondi che non conosco. Infine girare e arrivare così, forse troppo presto per quello che sto provando, quasi di fronte alla tua porta. Ingoiare la paura e l’emozione ed affacciarmi per vedere se tu sei lì. Così tu stai seduto, con lo sguardo assorto, a leggere qualcosa, e una mano sulla fronte aggrottata, un’immancabile sigaretta che svanisce lentamente in fumo. Poi ti accorgi di me, mi guardi, sorridi e scopri i denti, riciclando un gesto di milioni di anni fa, in una involontaria reazione alla mia presenza. Così vicini, solo un metro ci separa. Mi cullo al suono della tua voce e sto così bene che quasi non ascolto nemmeno, immersa come sono nel tuo mondo. Foto che ti rappresentano in così tante espressioni diverse: assorto, sorridente, stupito, una volta con le stampelle, e non posso fare a meno di rammaricarmi per quell’incidente anche se ora è passato... io non ero lì.
I miei disegni appesi e il ritornello di una canzone che canto continuamente tra me e me, solo perchè parla di te. Non ho quasi il coraggio di guardarti, così mi fisso su particolari che per te saranno insignificanti, nel tentativo di evitare che tu legga sul mio viso le emozioni che non mi lasciano rimanere indifferente nei tuoi confronti. Inutilmente, perchè tu sai benissimo perchè sono lì, giochi come un bambino di 50 anni con le parole, le confondi, mi confondi, ti diverti a spingermi sempre di più verso il limite che non dovrei superare, per vedere come riuscirò a rimanere a galla nel mare di sensazioni che susciti in me; tu, che crudele come solo un bambino sa essere, punti i tuoi occhi azzurri nei miei, mi costringi a guardarti mentre li lasci lentamente scivolare sulle spalle, sul collo e sul seno, in questo momento senza ombra di dubbio non più bambino, ma tu uomo, ed io donna... solo per un attimo. Poi ti getti gli anni alle spalle e torni ad essere bambino, mentre io non riesco a seguirti nei tuoi continui cambiamenti d’espressione, di tono, di essere. E dopo vado via, con gli occhi, la testa, i polmoni e il petto riempiti di te.



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Racconto scritto il 29/06/2011 - 13:19
Da Marta Marchetti
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