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Vito ed il maestro

VITO ED IL MAERSTRO
A settant’ anni Vito Juvara stava seguendo attentamente la trasmissione televisiva "NON E’ MAI TROPPO TRADI" del maestro Manzi. Come gli piaceva quel maestro! Si rendeva conto che insegnava non per i soldi, non per far bella figura in TV, ma che aveva veramente a cuore quel che stava facendo. Per questo lui, Vito, si era messo di buona lena con quaderno e matite, non solo per imparare a leggere, ma anche per far piacere ad Alberto Manzi.Quanto era difficile fare tutti quei ghiribizzi, soprattutto la T ,ogni volta che arrivava all'asta traversa della T, la matita si spuntava. Una volta ne aveva proprio rotta una a metà, ma puntigliosamente aveva ripreso a scrivere con accanimento, ormai era diventata una ossessione. Doveva far contento il maestro. Anche lui, se fosse nato in un altro posto, in un'altra famiglia, forse sarebbe diventato un uomo come Alberto Manzi: gentile, affabile, di buon cuore. Non avrebbe mai fatto niente per ruffianeria o per far carriera, non ne era capace. Forse anche lui avrebbe studiato e si sarebbe diplomato, ma i suoi genitori erano braccianti e dopo la morte dì suo padre, avvenuta quando egli era ancora piccolissimo, non gli rimaneva altro che il duro lavoro dei campi. Della sua infanzia ricordava solamente tanto sole, tanta fatica e tante umiliazioni. Lavorare nella campagna dei Cafà non era uno scherzo. Non era la tremenda fatica del lavoro del campi che lo spaventava, ma era quel certo senso di vergogna, di sottomissione che lo prendeva quando vedeva il suo padrone, Salvatore Cafà. Non sapeva nemmeno lui come spiegare quella impressione di impotenza, di paura e di vergogna che lo coglieva ogni volta che 'pensava al suo datore di lavoro.
Sua madre glielo aveva presentato come un benefattore, come un secondo padre, ma Vito non era mai riuscito ad affezionarsi, rimaneva sempre taciturno e fissava l'uomo con i suoi occhi profondi e scuri, senza mai avere uno slancio di affetto nè di amicizia. Più il tempo passava più provava rancore, quasi come se sua madre l'avesse venduto, si fosse disfatta di lui cedendolo a Don Salvatore. Sicuramente non gli aveva mai mancato di rispetto ben sapendo che quando lo avesse fatto avrebbe dovuto portare quel gesto fino alle estreme conseguenze. Un'altra cosa che irritava profondamente Vito, era la con­tinua esortazione che gli rivolgeva Don Massimiliano a perdonare. Chissà perchè mai il cappellano del piccolo paese rivolgeva con tanta insistenza e sempre a lui questa raccomandazione. Cosa mai c'era da perdonare? Non .riusciva proprio a capire quel particolare accanimento. -La vera pace, la vera bontà può essere raggiunta solo perdonando i nemici. Uno che si vendica, mai avrà pace - gli diceva sempre il prete.Ma Vito non era convinto, quelle parole gli sembravano false, soprattutto in bocca a Don Massimiliano che era solito vendicare ogni piccolo torto che subiva dai ragazzi della dottrina, strofinando violentemente il palmo delle mani sugli orecchi dei malcapitati che avessero osato essere disattenti, o semplicemente sorridere durante le sue spiegazioni. Anzi solo vendicandosi, pensava lui, avrebbe potuto raggiungere la pace, la tranquillità e perchè no la bontà. Sapeva benissimo che chi perdonava troppo, in Sicilia, si ammalava di ulcera e doveva assumere un atteggiamento ambiguo che non gli era proprio congeniale. Chi gli era simpatico invece era il preside della scuola media del suo paese. Questi lo guardava sorridendo e gli diceva: -La tua storia non è diversa da tante altre. La Sicilia è un grande teatro dove si recita con diverse regie e sceneggiature un'unica tragedia : l’Edipo re di sofocle.-Vito non capiva ci che volesse dire , ma s sentiva ugualmente compreso dall’anziano professore.Del resto aveva ormai imparato a non considerare più cosa dicevano le persone, guardava piuttosto come erano, e quell’uomo era l’unica persona che gli piaceva veramente.
Pensandoci bene ne capiva ora anche i1 motivo: assomigliava fisicamente, ma soprattutto nei modi al maestro Manzi che egli stava seguendo così attentamente.
A quindici anni Vito era già un uomo. I suoi modi seri e rispettosi lo avevano fatto amare da tutti, mal avrebbe mancato di rispetto a qualcuno senza motivo.Il duro lavoro nei campi gli aveva temprato oltre al fisico anche il carattere. Era maturo emotivamente ed era una persona di cui ci si poteva fidare. L'unico problema che ancora non riusciva a risolvere e che continuava ad infastidirlo era Don Salvatore.
Quando lo incontrava provava ancora grande imbarazzo; molto spesso fingeva di non averlo visto e lo evitava, quasi ne avesse paura senza saperne Il motivo. Soprattutto quando lo vedeva accanto a sua madre provava una irritazione incontenibile ed un senso di vergogna e paura di cui non riusciva a liberarsi. Molte volte aveva pensato cosa fosse quella paura, ma non trovava alcuna risposta. Certo non aveva paura di morire o di subire danni fisici, a questo proprio non ci pensava. No , Vito aveva paura di non riuscire nemmeno a vivere, di dover morire senza mai aver veramente vissuto. Erano Don Salvatore ed i suoi figli le uniche persone a fargli provare questa emozione intollerabile che gli faceva perdere il rispetto per se stesso. Non sopportava infatti di avere sentimenti sgradevoli o poco chiari.
A Vito sembrava che queste persone rappresentassero una cappa incombente sulla sua testa e finchè ci fossero state non avrebbe mai potuto avere una vita autentica ed essere sicuro del propri sentimenti. Ne era certo. Ed Infatti solo dopo essersi sbarazzato di Don Salvatore egli provò finalmente un senso di liberazione, di comunione con la sua Sicilia, la sua terra , la sua gente, e presto fu veramente amato da tutti quelli che lo conoscevano.
La gente si rendeva conto che,Vito aiutava le persone non per i1 proprio tornaconto, nè per prestigio, ma che lo faceva di cuore.
Certo, anche ora, a settantenni, mentre guardava alla televisione la trasmissione del maestro Manzi-Non è mai troppo tardi- e ripensava alla sua gioventù, non era certo pentito di quanto aveva fatto. Ancora ricordava il sentimento vergognoso che provava davanti a Don Salvatore. A ben pensarci l’unica persona di cui avesse avuto veramente paura. L'unico uomo che lo avesse spaventato. Non avrebbero certo potuto impaurirlo ora quei politici di Roma che lo stavano aspettando in salotto da oltre mezz'ora. Quegli erano omuncoli che andavano solamente pagati, ma che mai e poi mai, nemmeno uccidendolo, avrebbero potuto spaventarlo. Loro sì, sempre pronti a tradirsi e riappacificarsi, avevano la capacità di perdonare chiunque e di conservare la faccia.
Non .erano uomini come lui e nemmeno come il maestro Manzi che stava per terminare la sua trasmissione.
Anzi Vito aveva deciso ormai, avrebbe obbligato quel politicanti a dare un'altra trasmissione al maestro , magari una trasmissione per extra-comunitari.
Si poteva fare, Vito lo sapeva bene. Mai aveva chiesto cose impossibili. Che diamine! Mica chiedeva la luna nel pozzo!
Aveva sempre chiesto cose più che ragionevoli: un posto per una persona di fiducia nell'amministrazione pubblica, la sostituzione di qualche magistrato o ministro scomodo, ma tutte cose fattibili e possibili. Perciò avrebbe preso un eventuale rifiuto come un'offesa alla sua ragionevolezza, e questo loro lo sapevano bene. Così, il maestro, che era un uomo come lui, avrebbe avuto la sua trasmissione. Si poteva fare. Ne era certo.



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Racconto scritto il 12/10/2011 - 07:30
Da Annibale Bertollo
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