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Fritz

FRITZ IL MIO AMICO CANE


Acquistai Fritz vicino al caffè Pedrocchi, da uno di quei vecchietti che girano per il centro città attorniati da una nuvola di minuscoli cani. Vidi un piccolissimo cucciolo nero che, seduto in disparte, non giocava con tutti gli altri, e che, ogni tanto, come ricordandosi di un passato dolore, guaiva piano.
Mi avvicinai, lo accarezzai e fu amore a prima vista.
“Di che razza è?” Chiesi al vecchio.
“Fox terrier mosca, una razza indomita” mi rispose.
Disse fox terrier mosca con la stessa sicurezza con la quale avrebbe detto pastore tedesco o Labrador.
In realtà Fritz era un bastardino di circa due mesi, molto simpatico, a cui avevano da pochissimo mozzato la coda per farlo assomigliare ai fox terrier.
Acquistai il cagnolino per poche lire, lo portai a casa, gli diedi da mangiare e lo accarezzai per consolarlo per tutte quelle novità che, suo malgrado, erano entrate a far parte della sua giovane vita. Mi si affezionò subito e senza fatica. Man mano che i giorni passavano cominciò a manifestare anche la sua vera natura: “ Non un cane, ma una gallina” dicevano i miei amici. Infatti, passava tutto il giorno a raspare in giardino, faceva buche, razzolava. Nessuno si sarebbe meravigliato se avesse deposto anche qualche uovo. Col passare del tempo aveva messo su anche una piccola pancia che conferiva rotondità alle sue forme.
Nonostante la malignità dei miei amici, io capii subito che Fritz, malgrado le dimensioni, poteva essere considerato anche un cane da guardia o da difesa personale. Con gli insetti era veramente indomito ed instancabile. Una volta riuscì persino a mettere in fuga una cavalletta enorme. Ricordo ancora lo sguardo pieno d’orgoglio che mi lanciò e che io ricambiai. Coi gatti, invece, aveva adottato una tattica tutta sua. Rimaneva seduto a rispettosa distanza dal felino e solo quando quest’ultimo si muoveva per andarsene, si alzava ed inseguiva abbaiando la preda. Se il gatto si fermava di colpo, Fritz spariva per una mezza giornata per riapparire improvvisamente davanti a me, fingendo allegria come se nulla fosse successo, con un sorriso indifferente tra le labbra. Non gli ho mai rinfacciato queste figuracce e di ciò mi è sempre stato grato.
Il suo affetto per me cresceva ogni giorno di più. Quando mi vedeva mi correva incontro alla massima velocità e si scalmanava poi in mille feste.
“Guarda quel cane” disse un giorno un passante “E’ lento ma veloce”. Era vero.
Fritz nella corsa s’impegnava al massimo e nelle curve s’inclinava di quarantacinque gradi come un motociclista. Sembrava sempre al limite, le orecchie e la lingua sporgevano lateralmente attratte dalla forza centrifuga, ma la sua velocità massima raggiungeva appena i 7 od 8 km/ora in discesa. Questo perché disperdeva gran parte delle sue energie in oscillazioni laterali ed in oscillazioni della testa. La sua andatura in movimento era un misto di balzelli in avanti e di sbandamenti laterali, più che avanzare sembrava che si avvitasse nell’aria. Preso in un’istantanea, tuttavia, poteva sembrare quasi un levriere, tanto esprimeva velocità ed impegno nella corsa. Io mi commovevo sempre quando lo vedevo apparire e venirmi addosso con quell’andatura “lenta ma veloce”.
Quando tornavo dal lavoro mi seguiva continuamente ed ovunque, tanto che una volta sfruttai questa sua propensione a seguirmi per fargli un piccolo gioco.
Lo feci trattenere da un amico ed andai a nascondermi. Fritz, che era forse l’unico cane a non usare l’olfatto per cercare, partì immediatamente appena lasciato dal mio amico e si slanciò in una pericolosa sbandata in curva, poi si fermò perplesso e sbalordito di fronte a quel mondo ostile che lo lasciava senza padrone. Dopo questo primo tentativo, decisi di nascondermi sempre nel medesimo posto, dietro ad una porta. Dopo alcuni tentativi Fritz capì, e senza indugiare venne correndo a trovarmi e mi riempì di feste.
Ricordo ancora i suoi guaiti quando cambiai nascondiglio. Fritz ormai era tranquillo, aveva capito il gioco e si era diretto scodinzolando dietro alla solita porta. Quando non mi vide, si mise a guaire disperatamente, come tradito da un universo poco sicuro. Il suo lamento esprimeva un dolore universale, il suo mondo non era più quello di prima. Sembrava Euclide messo a confronto con Einstain: “ Ma come, esistono anche le geometrie non euclidee? E allora cosa abbiamo studiato a fare finora?” Il divenire era una categoria insopportabile per un piccolo cucciolo nero innamorato del suo padrone. Lui voleva le sue certezze. Per fortuna tutti i dubbi filosofici di Fritz terminarono non appena mi ritrovò, infatti smise immediatamente di guaire ed incominciò una girandola di feste come non aveva fatto mai. Decisi di non ripetere più il gioco, perché troppo crudele.
Purtroppo l’abitudine di Fritz a seguirmi dappertutto gli fu fatale .
Un giorno mentre tornavo dal lavoro non notai che Fritz mi stava seguendo come il solito alla massima velocità, con tutta la foga dettata da quel suo immenso amore per me. Correndo non si accorse che tra me e lui stava sopraggiungendo un gigantesco Tir. Incurante di quel piccolo ostacolo, si slanciò verso di me, con la massima fiducia, ma il suo corpicino fu preso sotto le ruote del camion.
Feci solo in tempo a gridare “no, fermo!” Ma ormai era già troppo tardi.
Nonostante la frattura del bacino e le lesioni a chissà quanti organi interni, Fritz continuò a trascinarsi fiduciosamente verso di me, convinto che io potessi in qualche modo lenire il suo dolore, e fu proprio così: quando mi raggiunse appoggiò la sua testina quasi soddisfatto sopra le mie mani mi leccò e smise per sempre di guaire.




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Racconto scritto il 22/10/2011 - 13:53
Da Annibale Bertollo
Letta n.708 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


L'affetto degli animali supera davvero quello degli esseri umani.Molto bello il tuo racconto.

Daniela Artioli 06/01/2012 - 16:38

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Molto bello e appassionante.. ho letto tutto d'un fiato la tua storia....Molto BRAVO.

Alice clarence 05/11/2011 - 22:15

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