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Decay

"Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli". (Aldous Huxley)


Da troppo tempo, Meredith Toucher era soggetta a terribili crisi isteriche per le quali urlava a squarciagola e Rupert, suo marito, era in uno stato di continua tensione nervosa. A suo figlio disse che si trattava di un delirio da influenza e che con qualche giorno di riposo sarebbe guarita. Ma i giorni divennero settimane, le settimane mesi e quando il bambino cominciò ad aver paura, il padre decise di confinarla in soffitta. Di conseguenza, la fattoria venne evitata da amici e parenti. La casa dei Toucher si deterierò col passare dei mesi disfacendosi con rapidità, assieme allo stato fisico e mentale della famiglia. Nessun essere vivente penetrò più tra gli arbusti intricati che crescevano lungo lo stagno vicino; tuttavia, Rupert prese la strana abitudine di guardare nella notte: in ogni direzione, a caso, in cerca di qualcosa che non intendeva rivelare. Iniziò ad evitare la città e, quando la scuola riaprì, suo figlio non ci andò.
Si trasformò in un padre iperprotettivo, tanto da permettere a Rupert Junior di uscire solamente in balcone, sotto costante sorveglianza. Arrivò perfino a proibirgli di vedere la madre rimandando la visita ad un "momento più adatto", che non arrivava mai. Anche perché il modo in cui la donna urlava, dietro la porta chiusa, era terrificante. Fino a quando, nel cuore di una notte, alle urla fece seguito un rumore di passi, di porte sbattute e di oggetti spostati; e le grida lasciarono il posto a versi gutturali non meno inquietanti. Il motivo di questa variazione di comportamento dipendeva dai sonniferi che Rupert somministrava con i pasti di sua moglie e che non si preoccupava di nasconderli. La donna mangiava qualunque cosa fosse commestibile. Che stesse male era vero: solo che non aveva l'influenza, forse qualcosa di peggiore. Junior sospettava che suo padre ne fosse la causa.
Il bambino decise di spiare attentamente la routine del sempre-più-folle-papà, che portava al collo una collana con le chiavi delle stanze, tra cui una di quelle avrebbe aperto la soffitta divenuta la cella della mamma. Scoprì, inoltre, dove teneva incustoditi i sonniferi: nella vecchia scatola di biscotti. Immaginò di poter aggiungere alla cena le pillole soporifere e aspettare il loro effetto. Dopodiché avrebbe preso le chiavi, mentre l'uomo dormiva e infine avrebbe aperto la soffitta maledetta.
In un pomeriggio d'inverno, in un giorno in cui Rupert era più turbato del solito e occupato, come di consueto, a guardare fuori la finestra, Junior ne approfittò per usare una sedia come scala e raggiungere così l'ultimo scaffale della cucina. Affondò la mano nella scatola di biscotti e prese una manciata di pillole. Alle sette in punto suo padre avrebbe preparato la solita poltiglia di pollo e vitello. Il bambino pensò di nascondere i sonniferi nel frullatore, assieme a quel miscuglio molliccio e disgustoso. Questo però significava che non avrebbe potuto mangiarlo, e trovare una scusa plausibile per saltare la cena era un'impresa. Soprattutto se si trattava di convincere un uomo sull'orlo della pazzia. Alla fine, tra le varie possibilità, scelse la prima che gli venne in mente e aspettò in preda all'ansia che il mixer riducesse in poltiglia carne e pillole. Poi arrivò il momento difficile di trovare il pretesto per non mangiare.
Mentre Junior pensava a qualcosa di credibile, si limitò a girare il cucchiaio nel piatto e contemporaneamente gettava un'occhiata al padre che soffiava su quel frullato di carne con debolezza. Prima che gli venisse chiesto perché non stesse toccando cibo, il bambino inscenò un mal di pancia che in passato avrebbe destato dei sospetti. Ma l'uomo, spinto dall'eccessivo spirito di protezione nei confronti del figlio, gli controllò subito la fronte per accertarsi che non avesse febbre e gli permise di andare in camera sua. Intono alle otto, come al solito, cominciavano le urla lancinanti della madre.
Junior si mise sotto le coperte, di lato, in direzione della porta per accertarsi che il padre stesse profondamente dormendo sotto l'effetto dei sonniferi. Il bambino fu colto dal sonno e si addormentò per circa mezz'ora, ma si risvegliò di soprassalto per le grida, più forti di quanto non fossero mai state. Scese le scale a due gradini alla volta fino al salotto. Sul divano giaceva suo padre con addosso le scarpe e i vestiti sporchi di terriccio, addormentato, come non accadeva da molto. Teneva tra le mani una foto che ritraeva lui, sua moglie e Junior. Tutti e tre si abbracciavano e sorridevano davanti ad un'enorme torta di compleanno con candeline azzurre.
L'infinita serie di urla echeggiò fuori dalle mura della fattoria e attirò l'attenzione di qualcuno che si mosse nell'oscurità. Sagome nere, di forma umana, si adunarono e camminarono in maniera scomposta lungo il viottolo, puntando verso la dimora dei Toucher. Per un attimo, la luce lunare illuminò i loro volti cadaverici e minacciosi. Erano una cinquantina, a pochi metri dalla veranda.
Junior sfilò le chiavi della collana e salì le scale cigolanti che portavano in soffitta. Lassù c'era una terribile aria di chiuso: un odore disgustoso gravava in ogni parte. Delle quattro porte che gli si presentarono una sola era sprangata, e qui provò le chiavi. La terza si rivelò quella giusta e, dopo qualche tentativo, Junior aprì la porta. All'interno era piuttosto buio, la finestra era piccola e oscurata a metà dalle rozze sbarre di legno; sul pavimento non riuscì a vedere niente. Il puzzo era insopportabile. Poi scorse qualcosa di scuro nell'angolo e, rendendosi conto di ciò che aveva davanti, mandò un grido. Mentre gridava gli parve di sentire alcuni rumori al piano di sotto, come se qualcuno fosse entrato sfondando la porta. Ma in quel momento Junior pensò solo alla mostruosità che aveva davanti e che un tempo era stata sua madre... La cosa terribile era che, sebbene fosse in uno stato avanzato di decomposizione, poteva ancora muoversi lentamente e percettibilmente. Il bambino era paralizzato dalla paura, non riusciva ad andare avanti nè indietro, ma rimase tremando in mezzo alla stanza. Dalla sua bocca uscì solo un flebile "mamma". I rumori di sotto si intensificarono, ma neanche questi riuscirono a smuoverlo e la morta ambulante colse l'occasione per afferrarlo per un braccio, mordendogli rapidamente il collo. Junior cacciò un urlo di dolore seguito da altre urla rabbiose. Il sangue schizzò a fiotti. Intanto, il salotto fu invaso da quegli esseri orridi simili a Meredith. Un groviglio di corpi feriti e affamati circondarono e spolparono Rupert Senior nel sonno. Si portavano in bocca brandelli dell'intestino, del fegato, e lo mangiavano con gola, con fame nervosa, ossessiva.
Tutto taceva fuori dalla fattoria, una leggera brezza accarezzava l'erba nuda, alta e scuoteva una siepe di rami. Dentro invece il silenzio era violentato dai lamenti e dai gemiti di quei morti viventi. Il corpo senza vita di Junior era come un naufrago in un mare di sangue, vicino all'ex cadavere di sua madre.
"JUNIOR, VIENI CON ME..."
"VIENI JUNIOR"
"VIENI CON ME..."
Junior spalancò i suoi occhi vitrei. Si alzò lentamente. Il suo corpo sembrava in balia di potenti scosse elettriche. Un morbo bruciava, circolava fluido e prendeva possesso del suo cervello. Non era l'influenza, ma qualcosa di diverso. Iniziò a camminare in maniera scomposta, senza una logica. Meredith non accennò ad attaccarlo. Il bambino emise un gemito e girò la testa verso di lei. Ci fu uno scambio di sguardi. Gli occhi spenti della madre si tuffarono in quelli del bambino in un sorriso impercettibile, simile ad uno spasmo. Uscirono dalla soffitta fianco a fianco percorrendo il corridoio. Scesero le scale goffamente, passando in mezzo all'orda di zombie che li guardavano e li annusavano ma non provavano a morderli. Dal divano si alzò il cadavere di Rupert Senior svuotato dei suoi organi viscerali.
Padre, madre e figlio erano di nuovo insieme. Erano di nuovo una famiglia... di morti viventi, certo, ma pur sempre una famiglia.




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Racconto scritto il 23/10/2015 - 11:41
Da Marco Ballarin
Letta n.692 volte.
Voto:
su 6 votanti


Commenti


Una bella storia di zombies, non molto originale ma sempre interessante. Il tema dei morti viventi, infatti, si ripropone sempre con puntuale efficacia di suggestione.
Il racconto si legge facilmente ma presenta alcuni (abbastanza piccoli) difetti formali: refusi, un errore di ortografia ("Quei essere")e una punteggiatura un po' sciatta nell'ultima parte.
Secondo me, avresti dovuto meglio costruire la relazione tra ciò che succede in casa e l'epidemia di zombies che si è sviluppata all'esterno. Infatti, si dovrebbe capire molto prima, da qualche indizio, che l'episodio domestico è parte di un tutto.

Giuseppe Novellino 25/10/2015 - 18:05

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