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Scirocco

E' che l'idea di lui le resta appiccicata addosso come certe serate di scirocco quaggiù.
Serate come questa, in cui il pensiero di lui arriva, rosso come la sabbia da sud-est, dopo aver attraversato il mare.
Arriva senza avvertire, col passo leggero e inevitabile di una donna assalita dal sospetto.
Striscia contro i muri, i parabrezza, le cupole delle chiese in una carezza scarlatta, e picchia forte
contro le persiane chiuse, come certi ubriachi dal pugno malfermo e il bisogno prepotente.
Lei te la immagini con la schiena inchiodata alla porta impegnata in una dignitosa resistenza, o magari pronta ad aprirla di colpo, per lasciarsi possedere lì, in piedi, di fretta, a buttare via i minuti come le stagnole dei cioccolatini.
Ma questa è un'altra storia, un'altra canzone. Lei se ne sta al balcone, sotto il piombo dello scirocco,
le costole contro il ferro battuto a salutare un sole inquieto, malavitoso.
Annaspa lei, coi pensieri che diventano anguille e nuotano in questo pomeriggio immobile.
È il deserto sospeso nell'aria, lo scirocco.
È il vuoto nello stomaco, un languore che cade a gocce sorde e martellanti su una pianta di basilico.
Sono gli occhi di lui, troppo trasparenti ed estranei che lei non riesce a vederci attraverso.
Colpa di questo alito umido, che le beve il fiato.
Colpa di questo maledetto odore, che aggira asole e bottoni, e si insinua dentro, fino ai gomiti, fino alle ginocchia che si piegano ad ogni bava di questo vento, che chissà poi perché, lo chiamano così.
Vento non è.
E' un congestionato tango che solleva cerchi di polvere rovente, è carezza struggente e bugiarda, retablo spudorato.
E' un drappo fermo come gli occhi di un dio nel giorno del giudizio.


"Fermo come le tue dita, che giocavano con il vetro appannato di un bicchiere, una sera di dicembre troppo fredda per me.
In quella città che non era la mia. In mezzo a gente che credeva di conoscere me, e la mia vita, quella che avrei voluto confessare d'un fiato,la mia storia che non potevo raccontare come quella gente raccontava la loro.
Le tue dita le ho strette un istante, mentre cercavo di ricordare il mio nome per poterlo pronunciare,in quel gesto automatico che fa una persona normale quando ne incontra un'altra per la prima volta.
E le cose fatte fino a un momento prima, gli impegni presi, le scadenze e i contratti, erano d'un tratto ovunque, tranne che su quella porta.
Cosa può fare uno sguardo.
Cosa può fare lo scirocco, quando sei in una città allagata, e ti ritrovi su un ingresso, a fissare due occhi che sono un racconto di fantascienza.
Cosa può fare lo scirocco, quando dividi passi e lividi,e ti sembra normale come una preghiera imparata da piccolo.
Non può fare nulla. Non c'è.
Ci sei solo tu. E le parole che per un minuto non si affacciano alle labbra, mentre saluti tutti con un'aria curiosa eppure distante.
Ti fisso. Amo leggere le persone, me ne starei ore a guardarle, a scoprire la grammatica dei loro gesti, le geometrie dei loro pensieri.
Eri un'opera bizzarra, su quella porta. E non mi davo pace.
Non eri scritto in una lingua sconosciuta, non eri scostante come certi astrattismi da quadro sopravvalutato.
Poi ho capito. E mi son data della stupida. Non potevo leggerti perchè ti guardavo troppo da vicino. E' una scienza esatta, quella dell'ottica.
Se rubi centimetri alla distanza, i particolari si perdono. Se in un impeto di generosa arroganza, gliene concedi troppi, tutto diventa una chiazza indistinta.
Ma non ti ho sfogliato. Lo avrei fatto con l'impazienza che ti fa strattonare le pagine, saltare paragrafi, per correre a un finale che ti lascia puntualmente con quella sensazione di fastidio.
ho messo a tacere la curiosità, perchè solo una cosa avevo capito: che eri provvisorio.
Provvisorio come certi appartamenti dove finisci per morire, senza quadri alle pareti e i ricordi negli scatoloni. Provvisorio come una deviazione su una strada di campagna. Provvisorio non per me e per il tempo che c'era concesso.
Provvisorio era il tuo sangue, provvisorio era il tuo alzarti la mattina. E provvisoria sarebbe stata qualunque salvezza, qualunque equilibrio.
In questa sera di dicembre, mentre ti parlo e non mi basta, mentre ti guardo e non mi basta, mentre ti cammino a fianco e mi accorgo che è la prima volta che non arranco dietro a qualcuno, né gli impongo il passo, trovo quello che ho sempre rincorso senza mai capire da che parte andare.
E mi basta.
Poi le cose mi rimangono incise nella pelle, sul corpo. Ho fatto finta di niente perché ho sempre creduto di capire che nella vita bisogna che funzioni così.
Sono una fatalista del cazzo, io. Non mi oppongo al dispotismo delle cose come sono.
Il respiro che si ingrossa può essere dissimulato in tanti modi, quello giusto lo troverò. Prima o poi."


Notte. Le due o le tre,lei non lo sa.
Si rigira nel letto. La finestra è spalancata e il lenzuolo solo un pretesto per lottare.
Sola nel buio senza riuscire a dormire, maledice lo scirocco che stordisce.
Che infittisce la trama delle cose e le trasfigura, così niente è uguale a prima.
Il profilo delle case, l'odore del basilico, il lucore dei campanili.
E lui, e il ricordo delle sue dita, che la inseguono da quella notte di dicembre senza vento di mezzogiorno.
Lui che è come la lingua sui denti, come una rima zoppa,come il respiro rotto.
Lei affonda la testa nel cuscino, stanotte sognerà lo shiruqh tingere di cremisi il bianco accecante della neve.




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Racconto scritto il 19/10/2010 - 15:28
Da Alessandra Sorce
Letta n.651 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Ha ragione Dev, Molto Brava

Max 26/10/2010 - 23:24

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Molto brava. E' un bel racconto che indossa i panni di una splendida poesia.

Dev Sol 19/10/2010 - 23:10

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