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Ahmed3

NEI GIARDINI.

Era arrivato l’inverno, a spogliare i giardini della città con il suo passo di note di pianoforte e di sole luminoso e lieve, e Ahmed nella sua camera lavorava a un regalo per Su.
Aveva deciso di fare un ciondolo, un Ankh, una croce egiziana, il fondo era di rame, da bambino gli avevano insegnato un po’ a lavorarlo, mentre la parte di sopra era fatta di pezzetti di pietre diverse, tenute insieme dal cemento bianco che si usa per i mosaici.
Sapeva che il simbolo dell’Ankh era un po’ pericoloso perché indicava anche l’unione tra uomo e donna, ma glielo avrebbe spiegato bene che in realtà lo aveva scelto per un altro significato, quello del legame tra la terra e il cielo, la materia e lo spirito, e che non c’erano allusioni.
C’era voluto del tempo per trovare le pietre giuste… alcune erano preziose, per un minuscolo smeraldo, una scheggia di perla, un lapislazzulo, altri erano frammenti di nessun valore, aveva trovato un pezzetto di ceramica gialla e un altro turchese, presi da piatti rotti, un pezzo di vetro, o di oro fasullo… e poi argento vero.. aveva agito d’istinto, ma alla fine c’era tutta la sua vita in quel ciondolo, in un certo senso; come in ogni persona ci sono il pregio e ciò che non vale nulla, mischiati, così in Ahmed questo era molto chiaro.. e lui aveva voluto dirglielo.
Alla fine lo mostrò agli amici, che lo guardavano ammirati.
-Sì… ti è venuto bene... Però…!
-Ahmed.. ma non potevi metterti a vendere questa roba…? Avresti fatto i soldi, secondo me..
-Vero… bello… adesso vanno di moda questi ciondoli etnici… è originale..
-Sì, alle donne piace questa roba…
Anche Ahmed era contento di come era venuto, era colorato come sperava.
E così una domenica di sole Ahmed camminava con Aldo per i giardinetti, dove si sa che ogni tanto si riuniscono i Filippini la domenica, per fare pic-nik.
Su aveva amiche filippine, spesso la vedevi da quelle parti, con loro… e infatti c’era.
Il vento spettinava i suoi lunghi capelli neri, che coprivano a intervalli, a ogni folata, quel viso rotondo, dagli occhi sempre seri.
Ahmed era alquanto preoccupato, esitava, ma ci doveva andare, aveva lavorato tanto e sentiva di doverla tentare una comunicazione, una spiegazione.
Si fermò davanti a lei che lo aveva visto già da prima arrivare, e anche se non lo guardava e teneva gli occhi abbassati su una camicia che stava riparando, il viso era di marmo, le disse che era molto dispiaciuto per l’accaduto, che era stato solo un momento in cui aveva dimenticato un po’ tutto, che comunque in quei mesi per farsi perdonare le aveva fatto un regalo, opera sua, un ciondolo egiziano, che aveva scelto perché rappresentava il legame con il cielo, non aveva significati d’amore, e la rassicurava della sua amicizia.
Poi disse: -Su, anche se non ti fidi più e non ti interessa più essere mia amica, non fa niente, mi basta che mi dici che mi scusi- perché lei continuava a tacere e non lo guardava, dire che era lontana era un eufemismo.
Lei non disse nulla, non sollevò lo sguardo, come se lui non ci fosse, e forse non c’era.
-Su, ho lavorato tanto al tuo gioiello… ci ho messo tutto me…-
Lei rimase immobile, guardava la camicia, cucendo sempre più in fretta.
Allora Ahmed con il cuore stretto lasciò il pacchetto su un tavolinetto da campeggio che era lì accanto, e la guardò senza respirare, sgomento, aspettò ancora un interminabile istante…
...
… poi si voltò e se ne andò verso Aldo, che era rimasto indietro.
Presero la metro, scesero in un’altra zona della città, vicino a casa.
Camminavano lungo il fiume, senza dire una parola.
Aldo aveva imparato a conoscerlo, Ahmed, ad apprezzare il silenzio di un uomo.
L’amicizia con Ahmed, anzi, lo stava cambiando. Prima non avrebbe agito così.
Scesero verso gli argini, in mezzo all’erba, si sedettero lì, sotto il sole freddo ma familiare di dicembre, due uomini con le giacche sciupate e i berretti di lana, le mani di chi lavora e se la guadagna, la vita.
Aldo aspettava. Alla fine gli mise una mano sulla spalla.
-Allora, Ahmed… -disse, -come va…-
Sapeva benissimo che Ahmed non voleva parlare ma lo avrebbe fatto per lui, avrebbe detto qualcosa, almeno qualcosa, per il fatto che ci credeva ancora all’amicizia.
… Beh, hai visto… … ma non voglio parlare di lei… non voglio farle torto…
... e non voglio nemmeno criticarmi per averci messo del sentimento...
Ho visto però una cosa, che lei non è come me.-
Aldo si era seduto con i gomiti sulle ginocchia e ci si appoggiava con il mento.
-Sì… ho capito quello che vuoi dire. Non ha nemmeno guardato il tuo regalo… ma poi lo guarderà, e è bellissimo… chissà se allora cambia idea…-
-Non lo so, Aldo. Penso di no.-
A Aldo dispiaceva.
-… ci vieni al bar…? Oggi abbiamo organizzato una brace fra amici, nel retro… in quel buco… eh beh. Forse dovremmo fare come i Filippini, all’aria aperta..invece di chiuderci là dentro - e fece una mezza risata.
Ahmed sorrise pure lui.
-Sì, certo , ci vengo… resto qui ancora mezz’ora, poi ti raggiungo... … va bene..?-
Aldo si alzò e e se ne andò soddisfatto, facendogli un cenno con la mano.
Ahmed osservò la giacca rossa del suo amico allontanarsi, sempre più piccola, alla fine era quasi invisibile, a parte che per quell’ostinato colore rosso, e poi si girò.
La massa immensa del fiume era percorsa da scie lucide e scure come scale d’acqua e curvando sulle rive sembrava a stento contenuta dalle sponde, come l’anima, quando si sente stretta dal pensiero.. umido come il fiume era Ahmed, uno sguardo velato.
Voleva restare ancora, voleva guardarlo in faccia l’incontro con Su.. quella lunga sosta...
... perché pensare ancora... Forse Ahmed aveva deciso che voleva POI respirare un po’, senza nessuna retorica, semplicemente vivere.
–Se lo fai senza retorica non è una stronzata né un’illusione, - pensava, -vivere. –
Essere uno dei tanti, nero di malinconia come era da anni ormai, ma senza vuoto. Vivere.



(Settembre-ottobre 2010)




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Racconto scritto il 19/01/2011 - 22:46
Da * Sanzi
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