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L'uomo del tempo

Era seduta in un caffè… non c'era nessuno, a parte il barista che stava mettendo a lavare le ultime stoviglie.
Lei era lì, ferma a finire il suo caffè e a perdersi nella lettura di un libro. Era stanca. Stanca della sua solita routine, del lavoro che sempre la spingeva a correre senza tregua e della casa fredda che l'aspettava al suo rientro. Quella sera aveva deciso di cambiare qualcosa, ma alla fine aveva solo spostato la sua solitudine.
Il barista guardò l'orologio per la terza o la quarta volta. Cercò di ignorarlo ancora, ma sapeva bene di essere ben oltre l'orario di chiusura e che non avrebbe potuto tergiversare ancora per molto.
Lesse due pagine, quelle che le rimanevano per finire il capitolo, e poi riprese il cappotto e la borsa. Andò a pagare ed uscì. Al barista sfuggì un sospiro di sollievo, o così le parve.
Uscì triste come era entrata, perfettamente ignara che qualcuno, nell'ombra, l'aveva osservata per tutto il tempo.
Era entrato nel bar per trovare un po' di pace; per uno come lui era un ossimoro, ma ancora non riusciva a staccarsi dalle vecchie abitudini. Arrotolò le maniche del suo maglione. Gli piacevano i bar deserti, quelli che la gente frequentava poco o quelli in chiusura, come quello dove si trovava in quel momento.
Guardava i baristi e i camerieri, i loro gesti, ascoltava le loro parole e qualche volta derideva le loro paure. Rideva anche di sé stesso, per quelle stesse paure, ma ormai gli sembrava una vita fa. Adesso non aveva da preoccuparsi per lo scorrere del tempo, e le miserie di quelli che una volta erano i suoi simili lo lasciavano indifferente o lo divertivano.
Poi era entrata quella ragazza: giovane, carina, vestita bene, ma con lo sguardo spento e le spalle curve, e questo aveva destato subito la sua curiosità. Chissà chi era e perché sembrava così triste. Chissà cosa l'aveva spinta ad entrare in quel locale. Suo malgrado si trovò a provare emozioni sopite da troppo tempo. Era strano, perché si era convinto che certe cose non le poteva più provare, e invece le stava provando contro ogni logica ed ogni aspettativa.
Lei era la sola cliente del bar, si era trattenuta molto senza però essere stata raggiunta da nessuno e sembrava assorta nella sua lettura; e, quando la vide andare via, non riuscì a trattenersi dal seguirla.
Lei camminava veloce, ma la sua era una camminata stanca, perché non aveva una meta e non sapeva dove andare. Era tardi, ma non voleva tornare a casa, non ancora.
“Che spreco di tempo”, pensò.
«Perché pensi che mi stai sprecando?»
Una voce squarciò il silenzio della notte. Lei non aveva sentito passi, pensava di essere sola, e quella voce la paralizzò. Sembrava provenire da dietro di lei, quindi si girò piano, ma non vedeva nessuno. Il panico si impadronì di lei: l'aveva immaginata? Eppure era sicura di averla sentita.
Fece un respiro, chiedendosi cosa dovesse fare. La ragione le diceva di mettersi al riparo al più presto, ma la voce era sembrata gentile e l'istinto la spinse a parlare.
«C'è qualcuno? Chi ha parlato?»
Per un po', solo silenzio. Stava per riprendere la sua camminata quando udì di nuovo la voce:
«I più direbbero che sei sola, ma io sono qui.»
Lei sbiancò in volto. Non vedeva nessuno, ma la voce era così vicina che ne sentiva il respiro caldo a pochi centimetri dal viso.
«Io non sono una cosa, eh!»
La voce sembrò risentita.
«Puoi… sentire i miei pensieri?»
«Sento quelli di chiunque, in verità.»
«Capisco…»
Mormorò perché non sapeva cosa dire.
«Vorrei davvero che potessi. E comunque non stai impazzendo. Io sono reale.»
Lei lanciò uno sguardo scettico al vuoto. Era comunque assurdo parlare a quella… cosa, ma un moto di amor proprio, oppure d'incoscienza, la spinse a sfidarlo.
«Provami che sei reale.»
«Gioco pericoloso, piccola.»
Immediatamente dopo sentì una mano che le accarezzava il viso e i capelli. Fece un balzo indietro, terrorizzata. Lui rise.
«Non sfidare qualcuno, se poi non sai affrontare il rischio delle conseguenze.»
«Scusa tanto, se non conosco le regole del gioco, signor fantasma!»
«Non sono uno spettro.»
«Ah, no? Perché quelli non esistono e tu sei reale?»
Qualcosa, la pazzia sicuramente, la spingeva a pungolare quella voce. Era sola al centro di una strada — gli alberi segnavano ombre scure e spoglie contro il cielo — e stava parlando al vuoto. Se glielo avessero predetto non ci avrebbe creduto, ma nessuno crede di impazzire, in fondo.
«Perché quelli sono morti e io sono vivo.»
La voce interruppe il flusso caotico dei suoi pensieri.
«Quelli sono morti e tu sei vivo», ripeté meccanicamente. «Che accidenti vuol dire? Tu sei… sei… e loro… magari anche uno spettro sente di essere vivo, no?»
Ma che cavolo stava dicendo? Parlava di spettri, in mezzo al buio della notte, con una voce che probabilmente era solo nella sua testa.
«Non funziona così. Gli spettri sono altro e non possono interagire con chiunque.»
«E tu invece puoi?»
«Più o meno.»
«Cosa vuol dire più o meno? Che razza di risposta è? E io perché diavolo ti sto parlando?»
«Perché sei sola, proprio come me.»
E quella risposta la spiazzò.
«Davvero puoi interagire con chiunque?»
«Non esattamente. Io posso scegliere con chi interagire, ma l'altro deve essere disposto ad interagire con me.»
«Io non sono disposta a un bel niente!»
Aveva alzato la voce e quello strano essere le posò delicatamente un dito sulle labbra, invitandola ad abbassare il tono.
«Cercavi un diversivo, no?»
«Tu non sei un diversivo, sei un calcio nei denti!»
Lui rise.
«Ora non esagerare. Ma, se vuoi, me ne vado.»
«Certo che lo voglio!»
Disse velocemente ed altrettanto velocemente se ne pentì.
«No, che non lo vuoi!»
«Sei arrogante!»
«Ti leggo nel pensiero, ricordi?»
«È un gioco sleale. Tu mi vedi, leggi nei miei pensieri, ed io che vantaggio ho su di te?»
«I miei non sono vantaggi, sono condanne, ma non mi aspetto che tu capisca.»
«Io capisco solo che non posso stare qui a parlare al vuoto.»
«Non stai parlando al vuoto, stai parlando a me.»
«Non ci vedo tanta differenza.»
«Ma la senti, no?»
La voce era vicinissima al suo orecchio, ne sentiva il respiro sul collo.
«Non sta succedendo, vero? È un sogno?»
«Affatto. Ti accompagno a casa.»
«Non ci voglio andare.»
«Allora andiamo a casa mia.»
Lei sgranò gli occhi.
«A casa tua?» Era spaventata.
«Di cosa hai paura?»
«Ah, fai tu… c'è l'imbarazzo della scelta!»
«Sei pungente… ma comunque devi prendere una decisione. Fa freddo qui.»
«Tu senti freddo?»
«Io sento tutto, ma non posso ammalarmi, non più.»
«Che vuol dire?»
Sembrava interessata e, per lui, era una novità. Per ironia della sorte tutti badavano a lui, ma nessuno si interessava.
«Andiamo a casa e te lo spiego.»
«A casa tua?» chiese dubbiosa.
«Se vuoi a casa tua, a te la scelta, ma togliamoci da qui.»
La prese per mano, spingendola a muoversi.
«Perché io?»
«Perché siamo soli entrambi, perché volevi essere ascoltata e forse pure io.»
Camminarono in silenzio, ma lei sapeva che lui le stava accanto, perché le teneva la mano e sentiva il calore del suo corpo. Stava immaginando tutto? Aveva paura a farsi quella domanda.
Era così assorta nei suoi pensieri che non si era accorta che si fossero fermati. Quando realizzò dov'erano, sussultò. Cosa ci facevano lì?
«Io non ci volevo venire qui!» disse, guardando ostile il palazzo dove si erano fermati.
«Ora non ti capisco, mi avevi detto che non volevi andare a casa tua, quindi siamo venuti qui.»
«Ma qui è casa mia! Al terzo piano.»
«Piccolo il mondo. Io sono al sesto piano.»
«Al sesto piano non ci abita nessuno.»
«Sbagliato. Ci vivo io.» Fece una pausa. «Comunque non ti aspettare chissà che cosa… non ho molto a casa.»
«Sto impazzendo. Anzi, sono pazza, e tutto questo è frutto della mia pazzia.»
«Mi chiedo perché non ti ho notata prima.»
«È tutto così assurdo. È così che si impazzisce?»
«Tu non sei pazza.»
«Guarda, mi hai convinta, eh!»
«Saliamo. Che sto iniziando a pentirmi di averti fermata.»
«Addirittura?»
«Scusami. Ma non è facile per me interagire con voi.»
«Davvero? Vorrei tanto sapere cosa sei…»
«Non mi crederesti.»
Intanto erano saliti al sesto piano. Il palazzo era alto sette piani e da sempre aveva saputo che al sesto non ci abitava nessuno.
La casa di lui fu una sorpresa. Non c'erano tanti mobili: un salotto e si intravedeva una cucina.
«Prova a dirmelo.»
«Uno spirito.»
«E cosa ha uno spirito di diverso da un fantasma?»
«Siediti. Ti offro qualcosa. Io non mangio come voi, ma mi piace ogni tanto circondarmi di piccole cose che mi ricordo prima mi piacevano.»
Lei si guardò intorno. Tutto, nello scarno arredamento, urlava anni novanta. Gli oggetti, i poster. Sembrava l'appartamento di uno studente.
«Hai eluso la mia domanda», disse sedendosi.
Dopo un po' lui le posò una busta di patatine sulle ginocchia. Lei avvertì chiaramente che lui era seduto accanto a lei, ed era una sensazione calda e stranissima.
«Non l'ho elusa. Ho preso tempo. Un fantasma è qualcuno che ha dei conti in sospeso con il mondo dei vivi, uno spirito è in un limbo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Uno spirito nasce, e nasce perché ha uno scopo nel mondo dei vivi.»
«E il tuo qual è?»
«Io sono lo spirito del tempo. Sono il custode delle ore e delle stagioni; sebbene non abbia poteri su di loro, io posso solo regolare il loro alternarsi.»
«Che cosa strana, hai detto, hai parlato di loro come se fossero vive.»
«Lo sono. Proprio come lo sono io. Ogni stagione ha il suo spirito.»
«Tu continui a dire che siete vivi e io non riesco a capire perché. E poi anche il modo in cui parli di te stesso sembra che tu avevi un'altra vita prima, no?»
«L'avevo e si è fermata dopo 22 anni, ma io non sono morto.»
«Come puoi dirlo?»
«Perché sono nel limbo. C'era un posto vuoto da guardiano del tempo e l'ho riempito io.»
«Tu parli, parli, eppure non dici niente. A me non sembri diverso da un fantasma!»
Lui si alzò di scatto. Lei sentì l'aria muoversi. Sentiva come se qualcuno si muovesse nervosamente avanti e indietro lì davanti, eppure non vedeva nessuno. E ne era spaventata.
«Tu, invece, fai domande su domande! Ma come posso spiegarti una cosa che anche io faccio fatica a digerire?»
La voce era amara e stizzita allo stesso tempo. Erano due monologhi che si erano incrociati. E forse aveva ragione lei.
«Non dovevo fermarti. Torna alla tua vita e fingi che sia stato solo un sogno!»
«È quello che farò!»
Si alzò a sua volta e lasciò l'appartamento. Per un attimo pensò che lui l'avrebbe fermata, ma non avvenne.
Laura era in casa. La sua solita casa, la sua solita routine. Erano passati tre giorni da quello che chiamava il suo momento di follia, ma non riusciva a togliersi dalla mente quella notte. Era stato un sogno? Ma sapeva che qualsiasi cosa fosse stata non poteva essere stato un sogno.
La cosa che la rendeva maggiormente inquieta era che continuava a pensare a lui. A quello che aveva cercato di dirle e anche al suo tocco. Era strano, ma quello strano essere l'aveva colpita e non sapeva spiegarsi il perché.
Giulio era in casa. Quella mattina era stanco e si sentiva debole. Negli ultimi tre giorni si era scordato di uscire fuori a catturare gli attimi di felicità che qualche volta gli uomini regalavano al tempo e che era l'unico nutrimento per lui. E sapeva fin troppo bene perché non lo aveva fatto: quella ragazza. Aveva sbagliato tutto. Aveva sbagliato a fermarla e ancora di più a farla andare via.
Il campanello suonò, squarciando il suo silenzio. Qualcuno che suonava alla sua porta? Era impossibile, ma il suono si ripeté insistente.
Laura era sul pianerottolo. Ormai era sicura che si fosse immaginata tutto. Era andata a suonare alla porta di un appartamento disabitato. Stava per scendere quando la porta si aprì.
«Perché sei venuta?» La voce sembrava debole.
«Perché dovevo… volevo capire. Stai bene?»
«Non troppo. Entra. E tu come stai?»
«Confusa… cos'hai? L'altra sera hai detto che non puoi ammalarti…»
«È vero, non posso prendere l’influenza, ma questo non mi rende immortale.»
«Tu puoi morire?» Lei guardò il vuoto con una strana espressione.
«Sì, posso. Tutti noi spiriti possiamo morire.»
«È questa la differenza con gli spettri, vero? Loro sono già morti, voi non ancora. È orribile!»
«Be', a te cosa importa? Se vivo o muoio per te non cambia niente.»
«E cosa succederà al tempo?»
«Proprio niente. Quando uno spirito muore, ne nasce un altro. Alcune vite si fermano, ma non si spezzano.»
«Ti sento così stanco… perché?»
«Ho dimenticato di mangiare.» Cercò di fare una risata.
«Mangiare? Cosa mangia lo spirito del tempo?»
Era spaventata di quello che stava succedendo. Ma la cosa che più di tutte la spaventava era che accanto a lui si sentiva bene, come non le capitava da tanto.
«I momenti di felicità che gli uomini dimenticano di vivere.»
«Allora usciamo a cercarli… devi uscire per nutrirti, vero?»
«Non mi va… non amo questa vita.»
Laura fissò il vuoto con una nuova determinazione.
«Neanche io amo la mia. Possiamo essere amici, ma ora devi mangiare!»
Lui si stupì.
Cosa stava succedendo? Perché lei si preoccupava per lui? L'universo aveva le sue regole, ma lui era curioso di infrangerne qualcuna, perché quella ragazza lo attirava più che mai. Al massimo sarebbe morto, si disse, e gli spiriti avevano due modi per morire, ma uno non osava immaginarlo, l'altro lo spaventava, ma la curiosità o l'incoscienza erano più forti della paura.
«Va bene.»
Prese la mano che lei gli tendeva e uscirono.
Laura e Giulio erano seduti su di un muretto, gli sguardi di entrambi erano rivolti al mare.
«Non ci credo, sai? Vorrei che questo momento non finisse mai.»
«Non esagerare… ti ho spiegato che ci sono dei limiti. Posso allungare il tempo a mio piacimento, ma non posso farlo senza criterio.»
«Lo so, lo so… lo hai detto mille volte. Giulio, io capisco le regole… ma queste ore, che mi hai regalato, sono davvero preziose.»
«Perché non lavori…»
«No. Perché questo pomeriggio, che hai fermato per noi, anche se sta per finire, anche se quando torneremo in città per me sarà ora di tornare al lavoro, be', io l'ho passato con te.»
Lei gli sorrise e lui pensò che sarebbe morto.
«Laura, non dire certe cose, per favore!» Gli occhi di lei si velarono.
«Perché non posso dire quello che penso? In questi mesi abbiamo condiviso così tanto!»
«Forse pure troppo, Laura. Per te ho mandato al diavolo anche le mie regole!»
«Già, le sacre regole del tempo!»
«Non scherzare! Lo sai che è da quelle regole che dipende la mia vita.»
«Non dirlo! Non dirlo! Io non lo voglio sentire!»
«Laura, sii ragionevole…»
«E tu non fare lo stronzo! Torniamo…»
«Aspetta, non fare così!»
Le si avvicinò e l'abbracciò.
«Giulio… non voglio litigare…»
«Neanche io… ma ci viene bene, no?»
«Non scherzare… ma davvero tu puoi morire?»
«Lo sai. Laura, lo sai. Ma è così diverso che per voi.»
«Come muore uno spirito? Anzi no! Non dirmelo! Non voglio sentire!»
Lui la strinse più forte e cercò le sue labbra come tante altre volte.
«Ci sono due modi. Uno spirito può spegnersi e sparire, oppure…»
«Sparire? Se tu sparissi… io ne morirei!»
«Laura, che stai dicendo… tu hai mille motivi per vivere.»
«Lo devo solo a te. Mi hai cambiato tanto… ma il motivo più importante per vivere sei tu. La tua vicinanza mi spinge ad aprire gli occhi ogni mattina. Mi fa sentire felice di ogni momento che passo con te!»
«Laura, non dire così, non lo pensi.»
Lui sembrava spaventato, ma lei non capiva. Si scostò un po'.
«Certo che lo penso! Non so cosa provi tu e neanche ho la presunzione di saperlo, ma so che che provo io!»
Lui lesse i suoi pensieri e in quel momento ebbe la certezza che sarebbe morto. Lei era di spalle e lui non poteva vederne il viso, ma aveva sentito la sua voce incrinarsi.
«E cosa provi?»
«Mi sono innamorata di te.»
Si voltò, pronta a fissare il vuoto, quel vuoto che aveva imparato a percepire pieno, ma rimase impietrita. Il vuoto non c'era.
«Cosa è successo?»
Lui sorrise.
«Lo spirito del tempo è morto e noi siamo in ritardo…»
«Non scherzare. Io ti vedo.»
«Come sempre, tu non mi ascolti mai. Uno spirito ha due modi di morire: sparire o tornare.»
«E tu sei tornato.»
«E io sono tornato.»
Lei si rifugiò tra le sue braccia.



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Racconto scritto il 19/03/2026 - 15:36
Da Marirosa Tomaselli
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