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PERDITA DEGLI AGGETTIVI

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Scrivi un breve racconto senza aggettivi


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PUR DI VEDERTI SORRIDERE: CAP 4

Grazie a tutti per l'attenzione dedicata a Max e Alessandra, e per i vostri graditissimi commenti.
Ecco il quarto capitolo dove si scopre chi è Marco...l'avversario di Max??? Buona lettura



CAP. 4


Max aveva parcheggiato il suo vecchio scooterone centoventicinque nell’apposito spazio del cortile condominiale. L’immatricolazione di quel mezzo risaliva a cinque anni prima. Era stato utilizzato da suo padre per ben quattro anni, poi dall’estate precedente era passato nelle sue mani. Il padre aveva deciso di comprarsi qualcosa di più potente e moderno. Un bellissimo Majesty 400 color verde acqua sostava, infatti, vicino al suo Hexagon nero.
In estate lo scooter diventava il mezzo di locomozione principale di Max, lasciando così alla sua Sestina il tempo di riprendersi dalle fatiche invernali. Sestina era il soprannome da lui dato alla sua Fiat Seicento, mezzo con cui nei mesi freddi girava per mezza Roma.
Guardò per un attimo il suo fedele cavallo a due ruote chiedendogli mentalmente scusa per averlo spinto al massimo in quella pazza corsa, fatta di rabbia e di dolore, dal Colosseo a casa. Aveva violato molte norme del codice della strada. Era passato con svariati semafori rossi, aveva ignorato alcuni divieti d’accesso, aveva fatto diversi slalom tra le macchine incolonnate nelle interminabili code di Roma. Il suo Hexagon non gli aveva fatto domande. Aveva capito che quello era il giorno più brutto della vita del suo padrone. Si era prestato ad assecondarlo in quella folle corsa nel limite delle sue possibilità. Era pur sempre un centoventicinque.
Max si tolse il casco facendo respirare la testa leggermente sudata. Sfregò con la mano destra i suoi occhi per asciugare le ultime lacrime di quella sera.
L’aveva persa. La sentenza di Alessandra era stata insindacabile.
“No, non ti amo più. Ti ho amato e tanto, ma adesso non più”.
Il pensiero che lei potesse avere per la testa un altro ragazzo lo angosciava. Ancor di più lo terrorizzava il fatto di non avere la più pallida idea di chi potesse essere questa persona. Doveva per forza essere qualcuno a lui estraneo. Forse si erano conosciuti in palestra, forse erano stati presentati da un’amica in comune, forse si erano conosciuti chissà dove.
Sentì una nuova goccia salata scaturirgli da un occhio. La scacciò via con un gesto istintivo. Doveva smetterla di piangere. Lei l’aveva lasciato? Aveva detto che erano liberi? E che libertà fosse. Prese dalla tasca destra dei jeans il suo cellulare. Sollevò lo sportello anteriore, per poi tenere premuto il tasto numero cinque per due secondi. Il telefonino iniziò subito a chiamare il numero di uno dei suoi tre migliori amici, Nicola.
Il numero di squilli arrivò a malapena a due. Nicola rispose subito. «Ahò Max…»
«Nicò mi devi fare una promessa…». La voce di Max era ancora condita di rabbia, di delusione, di dolore.
«Dimmi». Nicola stava per chiedergli com’era andata con Ale, ma saggiamente decise di attendere quale promessa avrebbe dovuto fare all’amico.
«Mi devi promettere che stasera andiamo a divertirci. Stasera non mi frega un cazzo di niente. Voglio solo mangiare, bere, e muovermi al ritmo di musica sparata a palla, fino allo sfinimento»
Nicola pensò tra sé che aveva fatto bene a non chiedere com’era andata con Alessandra, perché una cosa era ben chiara. Era andata di merda.
«Tranquillo amico mio ci penso io a farti divertire. Ti faccio fare una di quelle serate dopo la quale ti servirà una settimana alle terme insieme alle signore di sessant’anni per riprenderti.» Nicola confermò, con quelle parole, il fatto di essere il solito esagerato.
«Passi tu? Non ho proprio voglia di guidare.»
«E ce mancherebbe artro. Sei a casa ora?»
«Si, ma devo farmi una doccia. Allora… sono le nove e dieci… ti va bene tra venti minuti sotto casa mia?»
«Va benissimo a bello. Venti minuti e son da te.»
«Grazie Nicò.»
Max richiuse lo sportellino del telefono. Prese tra le mani le chiavi di casa per aprire il portone e si diresse verso l’ascensore. Dopo aver premuto il pulsante di chiamata attese un attimo prima dell’apertura delle portine. A memoria pigiò il tasto numero tre e si lasciò trasportare verso l’alto sino al terzo piano.
Il pianerottolo era invaso da diversi odori, uno più appetitoso dell’altro, provenienti dalle cene dei vicini di piano. Sembrava di trovarsi di fronte alla cucina di uno dei migliori ristoranti di Trastevere. Tra le svariate fragranze spiccava su tutti gli altri un odore di pesce al forno con le cipolle.
Max s’incamminò verso il portoncino del suo appartamento. Gli parve profondamente strano sentire l’odore di quella pietanza provenire proprio dalla sua abitazione. Gli era sembrato di capire che il padre avrebbe cenato fuori.
Girò la chiave nella toppa e senza neanche sapere il perché sentì un senso d’irritazione assalirlo. Le luci delle stanze erano accese. Richiuse la porta alle sue spalle, rimanendo lì, fermo nell’ingresso. Voltò il viso verso sinistra. L’odore di pesce al forno giungeva senza ombra di dubbio dalla loro cucina. Si girò poi verso destra. Il tavolo del salotto era stato sapientemente apparecchiato. Per due. Una tovaglia da lui mai vista, decorata con girasoli e spighe, ospitava piatti, posate, bicchieri, un vaso di rose e candele. A fianco sostava il carrello portavivande con i due piani colmi di antipasti.
Suo padre doveva essersi portato la nuova fidanzata di turno direttamente a casa. Di pomeriggio gli aveva detto che avrebbe cenato fuori, ma evidentemente aveva cambiato idea. Pensandoci bene anche lui gli aveva detto che avrebbe mangiato fuori, ma purtroppo l’incontro con Alessandra non era andato come avrebbe desiderato.
«Papà ci sei?»
Marco era in cucina in preda a una crisi di panico. Il figlio non sarebbe dovuto rientrare per cena. Forse si era dimenticato qualcosa ed era tornato a prenderla. Ormai, qualunque fosse il motivo per cui era rientrato improvvisamente, doveva affrontare la situazione a viso aperto.
«Si Massimo, sono in cucina.» Cercò di controllare il più possibile il tono di voce per non far trasparire i quintali di panico che lo avevano colto di soprassalto.
Max si avviò verso la cucina sentendo dentro di sé l’irritazione iniziale trasformarsi in una rabbia profonda, pronta ad accumularsi a quella già accatastata nel corso di quella terribile e lunga giornata. Avrebbe voluto prendere il padre a urla, spaccare qualcosa. Avrebbe voluto ricordargli il patto che avevano fatto. Lui poteva uscire anche con tutte le donne di questo mondo. Ci sarebbe mancato altro che un figlio ventiquattrenne imponesse al padre di quarantasei anni di non vedersi con chi volesse. Una sola cosa gli aveva chiesto. Non doveva portarle a casa, nella loro casa.
L’aggettivo possessivo “loro” per Max non comprendeva solo lui e il padre, ma anche sua madre. Anche se adesso non c’era più. Anche se lei ora viveva da svariati anni a Londra con il suo nuovo marito. Quella era la casa dove lui era cresciuto con sua madre a fianco. Suo padre aveva il sacrosanto diritto di uscire anche ogni giorno con una donna diversa, ma non le doveva portare in casa. Avevano fatto quel patto anni prima e sino a quell’istante era sempre stato rispettato.
Nel momento in cui suo padre si fosse nuovamente innamorato, nell’ attimo in cui avesse deciso di sposare un’altra donna, lui non avrebbe avuto problemi. L’avrebbe conosciuta e accettata come nuova moglie di suo padre. Molto probabilmente, però, le seconde nozze del suo genitore avrebbero accelerato la sua dipartita dall’abitazione natia.
«Massimo ti posso spiegare. Avrei voluto dirtelo con calma…» Sulla fronte di Marco iniziarono a scendere copiose gocce di sudore.
«Cosa c’è da spiegare papà? Io e te avevamo un patto. Niente donne in casa. Te lo ricordi il nostro patto? »
«Me lo ricordo benissimo. Massimo ascoltami… Questa persona che sta arrivando… io la amo… Ho organizzato questo per…»
Max non lo lasciò proseguire. Avrebbe voluto scagliarsi contro di lui, sfogare tutta la sua rabbia. Avrebbe voluto dirgli che quello era il secondo tradimento che riceveva in quella giornata. Non fece niente di tutto questo. Fece di peggio.
«Lascia perdere. Ho ragione io, non te lo ricordi il patto. Divertiti, mi raccomando. E non mancare di salutarla da parte mia. Qualunque donna essa sia.» Detto questo, voltò le spalle al padre dirigendosi verso la propria camera per prendere la roba pulita per la doccia.


***


Marco sentì la collera invadergli il sangue. Suo figlio non doveva permettersi di mancargli di rispetto. Stava per inseguirlo in camera pronto ad urlargli di ricordarsi chi tra i due era il genitore, ma si fermò. Sapeva che suo figlio aveva ragione. Lui, suo padre, non aveva tenuto fede al patto siglato anni prima. Quell’accordo prevedeva la promessa di non portare a casa le donne con cui Marco usciva. Solo nel caso in cui si fosse innamorato nuovamente, con l’intenzione di risposarsi, avrebbe potuto far entrare in casa quella che sarebbe stata la sua futura moglie. Questo sarebbe dovuto avvenire con tutta l’ufficialità del caso. Marco si ricordava perfettamente la parole del figlio in quell’occasione.
“Quando in questa casa tu farai entrare una donna, sarà solo perché sarà la tua futura moglie. Non voglio però scoprirlo per caso, non voglio scoprirlo da nessun altro. Me lo dovrai dire tu, da padre a figlio. Solo dopo potrai farmela conoscere e farla entrare in questa casa.”
Avevano suggellato questo patto guardandosi negli occhi, senza strette di mano, senza promesse scritte. Un semplice sguardo da padre a figlio, valevole più di mille firme, più di mille autentiche, più di mille timbri.
In quella serata Marco era venuto meno a quell’impegno. Si era fatto prendere dagli avvenimenti. Si era fatto trasportare dalla voglia di poter finalmente urlare al mondo chi era la persona di cui si era innamorato dopo la sua ex moglie. Si era fatto trascinare, soprattutto, dal desiderio di scrollarsi quel segreto tenuto nascosto per un anno per non danneggiare proprio suo figlio Massimo. Si rendeva conto che dopo la telefonata di Alessandra avrebbe dovuto prima parlare con suo figlio, invece non aveva resistito. Aveva organizzato quella cena a casa, con le candele, con le rose, con quel piccolo grande dono nascosto nel taschino della giacca.
Marco rimase fermo tra la cucina e il corridoio guardando in direzione della camera di suo figlio, pensando al fatto che in poco più di ventiquattro ore era stato lasciato dalla ragazza e tradito da suo padre. Si sentì un infame.
Doveva trovare poi il coraggio, e non era di certo una questione da niente, di dire al figlio chi fosse la persona che doveva incontrare quella sera.
Ma quella era, e doveva rimanere, la loro serata. Avrebbe parlato con Massimo il giorno dopo. Gli avrebbe potuto finalmente spiegare tutta la situazione, le sue motivazioni. Adesso aveva una cena da portare avanti e una proposta da fare.
Si concentrò nuovamente sull’orata al forno, sulla zuppetta di cozze, sugli spaghetti con le arselle. Non poté, comunque, fare a meno di tenere un orecchio rivolto a quello che faceva il figlio. Lo sentì uscire dalla camera, entrare in bagno, far uscire l’acqua dalla doccia. Lo vide dopo neanche dieci minuti attraversare il corridoio diretto verso l’ingresso, senza degnarlo di un saluto. L’unica cosa da cui capì che era uscito nuovamente fu il tremendo tonfo del portone sbattuto sullo stipite.
Tutto poi successe in un attimo.
Marco sentì il suo cellulare emettere il suono di un messaggio in arrivo. In quel momento realizzò quello che stava per accadere. La lettura delle poche righe arrivate sul suo telefono servì solo a confermare il suo brutto presentimento.


“Amore il portone principale era aperto. Sono in ascensore. Terzo piano vero? Aprimi”


***


Max era in preda a un qualcosa che non riusciva neanche a definire. Era ben più della collera, della rabbia, della delusione. Erano tutte queste cose insieme e anche di più.
Si trovò di fronte alle portine dell’ascensore. Premette con una gran violenza il pulsante di chiamata. L’ascensore era occupato, qualcuno stava salendo.
Quando le portine si aprirono Max vide chi c’era all’interno.
Restò fermo, immobile.
Adesso sapeva chi era la persona attesa da suo padre.
Non riuscì a credere ai suoi occhi. Non ci capiva più niente.
Anzi, in fin dei conti, una cosa gli fu ben chiara. Era stato vilmente tradito ancora una volta in quelle terribili ventiquattro ore della sua vita.




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Scrittura creativa scritta il 31/10/2010 - 14:50
Da Dev Sol
Letta n.604 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Come dice Max,la faccenda diventa sempre più intrigante,anche se devo dire che avevo un certo presentimento che Il povero Max conoscesse bene chi fosse Marco,ma pensavo più ad un suo amico che al padre...Sai questi personaggi li sento quasi famigliari,forse perchè la storia è ambientata nella mia città:Roma...Addirittura,ieri passando per il colosseo,m'immaginavo quasi di incontrarmeli davanti,Che buffo è? Cmq,trovo che sia un bellissimo romanzo,piacevolissimo da leggere,ma l'hai pubblicato per caso,se così fosse andrei certamente ad acquistarlo subito...Un saluto e un ciao fino al prossimo capitolo

Adelaide 01/11/2010 - 21:16

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Sempre più intrigante

Max 31/10/2010 - 18:03

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