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La casa disabitata

Quella che ormai era ridotta ad un rudere a metà degli anni ’30 era ancora una casa bellissima costruita proprio dove iniziava il bosco e sovrastata da un’alta rupe di arenaria, tappezzata da cespugli di ginestre che a stento riuscivano a nascondere la prua del vascello di suo padre, arenatosi lì quasi un secolo prima. Quella casa non aveva più abitanti al suo interno, non apparteneva più a nessuno perché era di Sabitata.
La donna morì quando aveva 43 anni, anche se alcuni di essi, quando usciva, li lasciava sempre in casa perché non ce la faceva a infilarli tutti nello zaino. Fu proprio quello zaino, un giorno di primavera durante una spensierata passeggiata nel bosco, a causare l’incidente facendole perdere l’equilibrio e precipitare in fondo ad una scarpata.
Il suo corpo ormai senza vita fu estratto da quell’agglomerato di suole, tacchi e tomaie solo alcuni giorni più tardi. Il ciabattino del paese, il primo a trovarla, non riuscì mai spiegarsi come avesse potuto finire laggiù, scalza, in mezzo a quel pandemonio, ma di certo non poteva essere stata opera di un fornaio posseduto.
Sabitata non aveva parenti e quindi, da quel tragico giorno, la sua casa rimase ferma lì, vuota, perché nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi per spostarla da un’altra parte. Non osavano sfiorarla nemmeno gli sgargianti martin pescatore che, con le loro lunghe canne e il cestino di vimini a tracolla, tutti i giorni si recavano al torrente nella speranza di propescarsi il cibo. Qualcuno al villaggio sussurrava che Sabitata in realtà non fosse morta quel giorno, e nemmeno un altro, si diceva che fosse ancora viva. C’era chi giurava di vederla ogni sabato vagare intorno alla sua vecchia casa, non sapendo se entrare o uscire.
A volte, passando lungo la strada poco distante, si poteva sentire il rumore di tegole che cadevano dal tetto ma ormai quasi nessuno ci faceva più caso. Si pensava che fosse tutta colpa dei vecchi mattoni e che magari, se qualcuno fosse riuscito a portarli tutti al manicomio, le tegole avrebbero smesso di cadere, ma nessuno osava avvicinarsi per cercare di prenderli. Entrare infatti non era affatto semplice perché la recinzione intorno alla casa era troppo alta e quindi per riuscirci bisognava per forza attraversare il cancello, ma i pochi temerari che ci avevano provato erano spariti nel nulla subito dopo averlo superato, letteralmente cancellati. E così, da allora, la gente del luogo ha iniziato a girare al largo, evitando perfino di buttare un occhio verso quella casa, perchè poi, se fosse finito dentro alla recinzione, non ci sarebbe più stata alcuna possibilità di recuperarlo.
Oggi, a distanza di anni, la leggenda di Sabitata aleggia ancora tra questa fitta boscaglia, e se un sabato vi troverete a passare di qua e sentirete una tegola andare in frantumi, forse potrete scorgere una figura femminile con uno zaino sulle spalle aggirarsi in quel giardino selvaggio, ormai infestato da rovi e ginestre, vicino a quella che era la casa di Sabitata.



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Opera scritta il 23/03/2017 - 18:38
Da Bruno Frullani
Letta n.916 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Abbiamo tre cose in comune: scrittura, ciclismo e follia!
Ciao e Buona Scrittura!

Savino Spina 24/03/2017 - 14:25

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ben arrivato Bruno la sana follia di scrivere è magia spero tu ti diverta tra noi in questa virtuale famiglia 5* buona serata

GIANCARLO POETA DELL'AMORE 23/03/2017 - 19:28

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