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COSA DEVO FARE?

“Cosa devo fare...?”.
Quando il vecchio ricominciò con la cantilena erano quasi le due e mezza.
Oltre la finestra la notte fluiva liquida insieme alle sue stelle e la Circonvallazione Ovest era un ruscello morto.
La città dormiva. Ma la città non dorme mai profondamente e, se dorme, lo fa con un occhio solo. Sempre all’erta, quasi vigile, se ne sta lì, apparentemente quieta, ma impaziente di riprendere di nuovo a ruggire.
“Cosa devo fare...?”, balbettò ancora, stringendosi nel lenzuolo mentre gli occhi si riempivano di lacrime.
La piccola stanza era immersa nel buio ma, dalle fessure delle persiane, le luci distorte dei lampioni sfumavano all’interno in ombre grottesche e cangianti che si frantumavano in coriandoli di lampi asincroni e tenui sulle pareti.
Così’ non gli fu troppo difficile riconoscere l'immagine del Sacro Cuore di Gesù che sorrideva benevola, appesa al muro, sopra il vecchio comò.
Spostò lo sguardo verso la finestra ed individuò anche gli arredi da tanto tempo familiari: le poltroncine di raso, che mille anni prima erano state verdi, la grossa sedia a dondolo di noce, lavorata dai tarli, e, per ultimo, quel letto dove da tempo dormiva solo.
Allora, il vecchio si stringeva nelle coperte e rimaneva immobile con gli occhi umidi, spalancati nell'oscurità e il cuore che gli esplodeva nel petto.
Da troppo tempo, quando la notte si faceva più profonda, quando la luce artificiale dei lampioni non bastava ad allontanare la paura, i pensieri tornavano prepotenti a riaffacciarsi alla mente e rievocare emozioni mai dimenticate.
Se già di giorno è brutto, la notte è anche peggio. Troppo silenzio ed i pensieri si sentono di più.
Non si è da soli, i ricordi ci fanno compagnia.
Silenzio, pensieri e ricordi. Nient’altro.
E non si dorme più.
E non si può fare altro che spostare un’altra pallina e contare un’altra notte insonne, smarriti tra i cuscini dell’anima, a cercare invano una risposta all’inquietudine mentre il ticchettio di un orologio si esibisce in un duetto particolare con i battiti del cuore.
“Dai amore, vieni! Oggi è una giornata bellissima ed il mare è fantastico!”.
All'improvviso, ecco quella voce che lo tormentava e gli stringeva il cuore in una morsa spietata. Una voce gentile, dolce, come la brezza che in campagna pettina i prati, e che lui conosceva fin troppo bene.
Come tutte le notti la voce gli teneva compagnia per un po’ e poi finiva per affievolirsi e scomparire tra i meandri della mente, ma lui sapeva che quello era solo l'inizio. Dopo, sarebbero venuti i gabbiani, la risacca, il lento sferragliare del treno sulla massicciata e le grida allegre dei bambini che giocano con la sabbia e le onde.
Succedeva sempre. E ogni volta, quando le voci se ne andavano, si illudeva che non le avrebbe sentite più. Ma la notte successiva, le voci tornavano e gli parlavano piano, come si fa con i vecchi amici.
Fece dondolare le gambe malferme, infilate in un vecchio pigiama ormai liso, uno di quelli che gli aveva comprato lei e, strappando un lamento disperato alle giunture, si lasciò scivolare giù dal letto.
Lo stradone a quattro corsie, illuminato da potenti lampioni gialli, sembrava la pista di atterraggio di una base spaziale. Solo il rosso sfuggente dei fanali delle rare autovetture in transito rigava la monotona distesa di asfalto e cemento.
Sul marciapiede una coppietta ritardataria si scambiava le ultime effusioni prima di rincasare.
Nell'altra stanza la badante russava e non badava proprio a nessuno, tantomeno a lui, che se ne stava lì con il cuore in mano, proprio come Gesù nel quadretto appeso al muro, a implorare che non lo portassero via dalla sua casa, che non facessero di lui un derelitto, un mentecatto.
Avesse avuto dei figli, forse, sarebbe stato diverso.
Ma i figli non erano arrivati e, da quando lei non c’era più, divideva il suo piccolo appartamento con la solitudine, con gli avanzi di cibo riscaldato, consumati fissando il muro o un televisore spento, con i calzini bucati, le camicie macchiate e i vestiti gettati alla rinfusa nell’oblò della lavatrice: bianchi, colorati, lana. Tutti insieme.
Aveva pregato il Padreterno perché le cose non finissero così, perché non gli fosse mai riservato l'orrendo destino di passare gli ultimi anni della sua vita solo come un cane. In cambio, era pure disposto a salutare tutti e finire anche lui dall'altra parte, magari di colpo. Anzi, ancora meglio: un colpo secco, nel sonno o per strada, e via. Alla sua età, con tutto quello che aveva già vissuto, si poteva pure rassegnare, nel caso.
Ma il suo dio, ormai, parlava un’altra lingua e il suo destino aveva preso il volto di una casa deserta e silenziosa, il peso flaccido di una giornata che si snocciola tra noia e malinconia, sponsorizzata da mille dolori, dalla barba incolta, da uno specchio che non ha più nulla da dire, ed interessante come la 10a stagione di uno sceneggiato, dove gli sceneggiatori inseriscono cazzate a caso per farlo sembrare ancora attraente.
E quando si coricava, pensava a lei e sognava i suoi occhi color nocciola, il suo sguardo che sapeva di miele, di buono, di caldo, come un abbraccio, lo sentiva sulla pelle, nel cuore, fino nei meandri profondi dell’anima.
Uno sguardo che non faceva rumore, ma era più assordante di un urlo.
Sognava che non le fosse accaduto niente e gli sembrava di ascoltare ancora ogni suo respiro, come se fosse una sinfonia di Mozart.
Allora si svegliava di colpo con le lacrime che gli si asciugavano sulle guance e la chiamava, la cercava per la casa.
Ma lei non c'era.
Era andata via, come un alito di vento in una sera d’estate. E quella, adesso, era la sua vera vita e lei non ne faceva più parte.
I vicini di casa lo avevano compatito e tollerato.
Avevano tollerato l’immondizia dimenticata sul balcone, tutto quel ciarpame ammucchiato e cresciuto a formare una barricata di cose inutili, avevano tollerato le luci delle scale lasciate accese, la porta dell’ascensore dimenticata aperta e, per ultimo, la vista quotidiana di un rudere cigolante infilato in un pigiama cosparso di macchie innominabili.
Ma quando, un bel giorno, aveva riempito l'appartamento di gas perché si era dimenticato di chiudere il rubinetto e avevano rischiato di saltare tutti in aria, i vicini avevano esaurito di colpo la tolleranza e avevano messo in mezzo il Comune.
Vicino all'ingresso, la valigia con le sue povere cose, piegate in fretta e male dalla badante, era già pronta.
Il mattino dopo, con quella valigia troppo piccola, nella quale la sua vita e la sua casa non potevano entrare, avrebbe dovuto lasciare tutto per andare a vivere in un posto estraneo dove avrebbe dovuto dormire con degli estranei e mangiare ad un tavolo di estranei. Un posto estraneo dove non avrebbe potuto nascondere che aveva bisogno di essere aiutato perché le sue braccia non ce la facevano più.
Eppure c'era stato un tempo in cui quelle braccia avevano spaccato la legna, avevano sollevato pietre, avevano portato lei in braccio per tutta la strada, dalla chiesa fino a casa, il giorno del loro matrimonio, Avesse avuto, soltanto per un ora, ancora quelle braccia di una volta, l'avrebbe fatta volare dal balcone quella maledetta valigia e avrebbe anche sistemato per bene sia il dottore che l'assistente sociale, quelli che avevano sentenziato che non poteva più stare da solo.
Ma da quei giorni ne era passata di acqua sotto i ponti e gli anni avevano vestito di polvere quei ricordi rendendone eterei i contorni, come fotogrammi di un brutto sogno o di un pessimo blue movie.
E lui era rimasto indietro, come un oggetto vecchio, obsoleto ed inservibile, come un relitto d'uomo che arrancava sulla salita di una vita senza amore, trasformata in una morte quotidiana, ripetuta ad ogni respiro, ad ogni battito di cuore.
Cosa poteva fare?
“Beh, intanto, per stanotte, ho ancora il mio letto...potrei almeno cercare di riprendere sonno...”, pensò tra sé e sé, come se volesse assorbire fino all'ultimo l'essenza della sua vecchia casa e della sua vecchia vita, senza perderne nemmeno una goccia.
“...amore, ho già fatto la spesa e ti ho anche comperato un pezzo di quella focaccia che ti piace tanto...”.
Ancora quella voce.
Il vecchio buttò un’occhiata alla sveglia sul comodino. Segnava le tre e dieci, fra non molto sarebbe cominciato un nuovo giorno.
Doveva fare presto.
Ci mise un'eternità a vestirsi da solo ma, stringendo i denti e soffocando i lamenti di dolore, dopo circa mezz'ora era pronto. Dal fondo di un cassetto del comò prese un rotolo di banconote che aveva nascosto sotto la biancheria, dove quella là non avrebbe mai frugato, e se lo mise in tasca.
Poi, agguantò il bastone, fedele compagno degli ultimi anni e, barcollando, si avviò verso la porta, consumato dalla paura e dall’angoscia di fare anche il minimo rumore, di svegliare quella là e mandare tutto a puttane.
Giunse in strada, e a piccoli passi si trascinò verso il posteggio dei Taxi che si trovava all'angolo, a circa una cinquantina di metri.
La luce dei lampioni si spalmava come un unguento sulla città assopita, per lenirne le ferite e accarezzare i profili spigolosi. La notte respirava piano e i passi lenti del vecchio risuonavano in strada come grida insopportabili.
C'era solo un'auto ferma. Il vecchio vi salì e disse al tassista insonnolito dove voleva essere portato.
Il tassista lo squadrò bene e poi abbozzò qualche scusa ma il vecchio gli sventolò sotto il naso il rotolo di banconote e il tassista, avviato prontamente il motore, partì a razzo oltre il semaforo lampeggiante.
“...Sai, tesoro penso che oggi passeremo una bellissima giornata insieme...”.
“Lo penso anch'io, amore...”, rispose il vecchio abbozzando un sorriso, pervaso da una fugace sensazione di benessere, cose se avesse ritrovato una parte di sé sepolta sotto atroci strati di macerie.
Il tassista lo scrutò dallo specchietto, scosse la testa e tornò a concentrarsi sulla strada.
Dopo due ore abbondanti di viaggio giunsero in un piccolo borgo in riva al mare mentre stava albeggiando ed il riflesso rosa del sole si stemperava sulla placida tavola d'acqua, modellando un’alba che aveva una sua misteriosa grandezza, composta da un residuo di sogno e da un principio di pensiero.
Era una vita che il vecchio non tornava più in quei posti, dove secoli prima il suo cuore aveva battuto per lei e dove tornava ogni estate, insieme a lei, finche la salute li aveva sorretti.
Era tutto cambiato e quasi stentava a riconoscere le piccole case colorate, strette nei carruggi, sepolte da uno spesso strato di cartelloni, cemento, asfalto e pubblicità.
Il taxi imboccò la strada di lungomare dove a quell'ora non c'era nessuno. Sul mare, in lontananza, si vedevano le barche dei pescatori, alcune con le lampare ancora accese, che si preparavano a rientrare.
Il vecchio abbassò il finestrino. Il sole non era ancora sorto del tutto, le stelle si stavano spegnendo, una dopo l’altra, ma c'era il profumo del mare.
Sottile, quasi impalpabile, come fosse ancora velato dalla notte che è appena finita, a tratti impercettibile o segreto. Ma c'era profumo del mare. E, fissando l’immensa tavola azzurra, il vecchio sentì d’un tratto i pensieri liberarsi, aggrapparsi alle onde e, a cavallo di queste, guadagnare strada nella mente. Come la risacca incontra la sabbia, ecco che vide la sua giovinezza corrergli incontro, tutta intera, non già macchiata dalla vita che, scava, corrode l'anima come una roccia troppo tenera e lascia il corpo disfatto e ruvido, aspro ed impraticabile.
“... Oggi è un giorno importante: indosserò l'abito rosso che mi hai regalato tu...”.
Il Taxi passò sotto un ponte, svoltò a sinistra e, dopo una breve salita, si fermò in una piazzetta, davanti alla piccola stazione.
Il vecchio scese dall'auto non senza fatica e consegnò al tassista il rotolo intero di banconote. Il tassista balbettò qualcosa ma il vecchio lo liquidò con un sorriso e, traballando, si incamminò verso l'ingresso senza più degnarlo di uno sguardo.
Una brezza leggera muoveva piano piano le grandi foglie delle palme che, a pochi metri di distanza, segnavano il confine con la passeggiata accanto alla spiaggia.
Il vecchio entrò in stazione dall'ingresso laterale, quello che portava direttamente ai binari, passando accanto al giardinetto pieno di erbacce, con in mezzo la fontanella di sasso decorata con un mosaico che mille anni prima doveva essere stato bianco e azzurro.
Per terra migliaia di aghi e pigne, una torta troppo farcita e dal sapore di ruggine. E tante cartacce, sui marciapiedi e tra i binari, che rotolavano pigramente sospinte dalla brezza.
Il vecchio aveva ancora un ricordo nitido di quella stazione. Si ricordava che, ai tempi, qualche treno si fermava ma i più vi transitavano veloci senza degnare di uno sguardo quel piccolo paese dalle case multicolori.
Quanto vi aveva viaggiato sopra per venire a trovare lei! Che resse furibonde la domenica sera, durante la bella stagione, quando i treni venivano letteralmente presi d'assalto dalla miriade di turisti che se ne tornavano a casa!
Ma il ricordo più bello era il profumo e il calore del mare che in un attimo lo ripulivano dalle brume, dal fumo e dal freddo della grande città.
Lui li sentiva già in vicinanza del valico, quando ancora l'acqua non la si vedeva nemmeno in lontananza e il sole, quando c'era, era poco più di una piccola palla opaca e lontana, offuscata dalle nuvole o dalla nebbia.
Poi iniziava la discesa verso la costa e il treno, serpeggiando nella stretta valle, faceva la gara ora con il torrente, color smeraldo, che si era scavata la sua strada più in basso, ora con la strada statale, che spesso correva così vicina alla ferrovia che quasi si potevano sfiorare le autovetture con le mani protese fuori dai finestrini, mentre il sole faceva capolino e i campi incolti e le stoppie bruciate dal gelo avevano già lasciato il posto a lussureggianti frutteti e uliveti coltivati a terrazze.
Infine si arrivava al mare e il viaggio diventava tutto un susseguirsi di gallerie, baie e calette con visioni estatiche, sinuose curve e controcurve percorse a bassa velocità perché il convoglio era pesante e i vecchi locomotori, quasi sempre in doppia trazione, facevano quel che potevano.
Strada facendo, il profumo del mare e della vegetazione mediterranea si faceva sempre più intenso, oltre il finestrino si stemperava la frenesia delle località in pieno fermento turistico, accompagnata dallo sferragliare delle ruote e dal fruscio dei canneti ai bordi dei binari, mossi dal passaggio del treno.
Dal treno si poteva ammirare quel mondo meraviglioso fatto del colore blu intenso del mare, del verde della vegetazione marina e del tipico colore dell’arenaria. Angoli mozzafiato, altrimenti irraggiungibili e invisibili, stretti tra i monti ed il mare, dove le case sembrano una sull’altra, dove in auto non ci si arriva e le scale non finiscono mai.
Finalmente, e dopo numerosi incroci….TUUUUUUUUT!!!
Il ricordo venne improvvisamente assorbito nella realtà dal lungo fischio di un treno.
Invisibile e sfumato volò via leggero come una piuma, per dissiparsi poi ai margini della memoria.
I marciapiedi erano ancora deserti. Il vecchio si avvicinò alle rotaie.
Il treno, in lontananza, serpeggiava seguendo l'andamento sinuoso della costa e il sole, che ormai era già alto, faceva brillare la lunga teoria di carrozze che si piegava lentamente, ora a destra, ora a sinistra, dentro e fuori dalle gallerie.
Il macchinista in cabina soffocò uno sbadiglio e spostò il selettore di un paio di tacche. Il locomotore rispose dando un lieve strappo e acquistò velocità tuffandosi nell'ennesima galleria.
Il vecchio respirò profondamente. Sentiva forte il profumo della salsedine, ma anche i caratteristici profumi di paese, fatti di mare, pini marittimi, olio solare e piatti di pesce dei ristoranti.
Profumi leggeri e piacevoli che si mescolavano, senza confondersi, con l'odore del ferro, di olio lubrificante e di galleria che aleggiavano nella stazioncina.
“...amore, sono contenta che ti sia piaciuto il mio regalo di compleanno...”.
Lentamente mise il piede destro sui binari e gli parve di udire le caratteristiche voci della spiaggia: grida di bambini che si rincorrono, chiacchiere di persone sotto l'ombrellone, battute di ragazzi che vanno a caccia di bellezze al bagno.
“Ecco, fino a qui ce l’ho fatta da solo…”, bofonchiò, “…ora però mi devi aiutare tu…”.
Le parole sussurrate del vecchio si liberarono nell’aria accompagnate dal battere d’ali di un uccello di passaggio, che prese quota oltre il portale della galleria, nera, come la fuliggine, come un segreto inconfessabile.
Nera, come la zampa irsuta di un ragno che tesse la sua tela nel buio di una mente disperata.
Poi spostò anche il piede sinistro e raggiunse il centro dei binari.
Il treno era ancora in galleria, a poco più di cento metri e il vecchio già sentiva la corrente d'aria spinta dal locomotore.
Un fischio lunghissimo, il macchinista sgranò gli occhi e azionò il freno di emergenza.
Il vecchio si fece avvolgere dall'aria fresca e gradevole che gli portò i ricordi di baci furtivi, rubati nel labirinto dietro le cabine o sugli scogli attorno alla caletta, di frasi d'amore appena sussurrate sdraiati sulla sabbia bagnata, cullati dal moto incessante del mare, di abbracci ebbri di passione, così intensi da dare alla testa, nelle sere d'estate quando i miliardi di stelle luccicano lassù e fanno da cornice ai paesini illuminati lungo la costa che si specchiano nel mare come tanti diamanti incastonati in un immenso gioiello.
Cinquanta metri.
Uno stridio prolungato, assordante, scintille che sprizzano dalle ruote e si spandono sulle rotaie, un altro fischio lunghissimo che, stavolta, è più simile ad un lamento.
“...stringimi forte, amore mio…”.
Quaranta metri.
L'aria spingeva sempre di più, il vecchio allargò le braccia e vide immagini di piccole botteghe incassate nei carruggi con tutta la merce esposta all'esterno e in mezzo a tutta quella mercanzia, c'erano delle reti di plastica con dentro le biglie o i soldatini e c'erano i secchielli con le palette per far giocare un bambino.
Trenta metri.
Il vecchio ora sentiva il profumo lieve e penetrante delle buganvillee che si arrampicano sui crinali, della mimosa che ombreggia e rinfresca i viali, delle violette che adornano i balconi delle casette ai lati della statale. Sentiva i profumi delle sere di maggio, ventate di gelsomini dai giardinetti e folate di salmastro dal mare.
Poi vide un bambino che costruiva il suo castello di sabbia in riva al mare.
Ad un tratto, il bambino si volta e, stemperando un sorriso fantastico, dice: “Dai papà, giochiamo insieme!”.
Venti metri.
Il vecchio chiuse gli occhi e sorrise anche lui.
Un sorriso sereno aveva finalmente incorniciato il suo volto, perché ora non era più un povero vecchio, non era più un peso per nessuno.
Ora si trovava di nuovo nel suo mondo, dove la brezza del mare arriva come un’intensa carezza, dove il sapore di sale ristagna sulle labbra ed il sole si riflette su occhi di giada, e sigilla il ricordo nella mente come fosse un quadro dipinto direttamente sull’anima.
Ora aveva ancora le sue braccia vigorose di un tempo, ora aveva ancora i suoi occhi in quelli di lei.
Come una volta.
Ora poteva stringerla ancora forte forte, là dove nessun dottore e nessun assistente sociale li avrebbero mai più disturbati.
Dieci metri.
“...vieni amore, ti aspetto su...”.
Un metro.
“Eccomi, arrivo...”.



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Racconto scritto il 27/07/2020 - 13:54
Da Paolo Guastone
Letta n.134 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Tristemente coinvolgente e ben scritto, un racconto che si lascia leggere tutto in un fiato e credo che sia una situazione più frequente di quanto si possa immaginare, magari senza arrivare all'estrema conclusione di questo racconto. Sono rimasta commossa e colpita molto,complimenti!

Maria Luisa Bandiera 31/07/2020 - 08:10

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Bello e amaro. Mi è piaciuto molto.
Grazie.

Moreno Maurutto 27/07/2020 - 17:10

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Bellissimo e commovente racconto.Bravissimo.

Teresa Peluso 27/07/2020 - 15:15

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Bellissimo triste e molto sentito, mi sono commossa.

Marilla Tramonto 27/07/2020 - 14:49

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