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LA CHIMICA INCENDIARIA (parte 1 di 2)

Nessuno sapeva il loro nome. Forse, neanche fra di loro sapevano come si chiamassero. Certo non stavano insieme fin da quando erano bambini – semmai il contrario, si erano conosciuti di recente, ciascuno col proprio passato, la propria storia, i propri guai. Quasi come se, fuggiti da qualcuno o qualche cosa, il destino li abbia portati a conoscersi a vicenda, uno dopo l'altro, di week-end in week-end. Perchè ad ogni fine settimana se ne aggiungeva sempre uno, fino ad arrivare a 7. Certo un bel gruppetto, una sorta di Magnifici Sette – con l'unica eccezione che non erano proprio dei santi protettori, semmai dei dannati fuori-legge in certa di divertimento, ragazzi di periferia annoiati e in qualche modo – emarginati – da questa società asettica e distratta dalla tecnologia, che all'imbrunire un qualche cosa faceva scattare in loro la voglia di strafare, tenendo lontana l'unica cosa che pareva avessero di origine in comune: la solitudine, e la conseguente voglia di esplodere – carichi di anni. Semmai era la gente a proteggersi da loro e non loro a proteggere gli altri. E parlando di anni, o meglio dell'età, era l'unico gruppo che non si unì per avere gli stessi anni, ma esattamente il contrario: era un gruppo formato dal più vecchio che era un 92 e da quello più giovane, un 2002, passando per il 94,95, 96, 98 e 2000. Ma fondamentalmente non avevano età, perchè li aveva uniti il fato, e non l'anagrafe.
Non avevano un nome, quindi in questo racconto non verranno citati o menzionati col loro vero nome, ma dai loro sguardi, altri da un soprannome, o più dai fatti che ne conseguiranno dal loro incontro. Ragazzi di periferia si potevano conoscere solamente in bar di periferia, la sera del venerdì o sabato, quando potevano permettersi le ore piccole, in uno di quei paesini sperduti dalle case tutte uguali come potevano essere quelle nei film di Tim Burton, del mito americano degli anni 50, oppure degli Amish, o di Sleepy Hollow, dove vi abitavano persone nate perse e senza futuro, ad elevato tasso di bigottismo, dai giorni tutti uguali. Una noia! Eppure in quel bar del paesino sperduto di provincia che poteva essere proprio il tuo, in quel venerdì che pareva un lunedì o una domenica, di una tarda primavera che coincideva perfettamente all'autunno – i 7 ragazzi finirono l'ultimo boccale di birra e si spostarono in massa in un cascinato abbandonato, o meglio una vecchia fabbrica, a pochi isolati dalla baita del pub in stile irlandese dove si erano recentemente incontrati. Per quanto si fossero conosciuti ufficialmente lì, per coincidenza, era anche vero che il più vecchio dei ragazzi, il 92, aveva voluto forzatamente e prima del tempo conoscere i ragazzi ancora prima che le diverse strade di ciascuno li portassero in quel bar. Forse, anzi sicuramente per il fatto che fosse il più grande di tutti, quindi rimasto più a lungo solo e impaziente di – vivere – sentì l'esigenza di uscire dalla propria routine di casa-lavoro e immettersi nella “mischia” combinando più guai a se stesso che benefici. Ma non avendo più niente a disposizione, non aveva nulla da perdere e con questa scusa poté soddisfare i propri bisogni, cioè mancanze sociali dando sfogo alla sua esuberanza all'americana – quello dello stra-fare. Diceva un regista “mai girare un film in casa propria” e lui, senza andar lontano, quasi volerlo fare apposta, si fece conoscere a molti nel proprio paesino natale e in zona. Venendo dal nulla, ovviamente godeva di una pessima reputazione, andando in cerca d'Amici quando in giro si trovavano ormai le new-generation, e poco ci misero a considerarlo un maniaco pervertito in cerca di qualcuno da rapire. Era noto così, ai molti, che incominciarono a diffonderne notizia di paesino in paesino. Ma questo 92 altro non era che una sorte di – Iniziato – o come piaceva definirsi, un “santone”, dai mancati studi artistici e dalla mente brillante, rinnovata ogni volta dalle letture di Socrate, passando ai futuristici Huxley e Orwell, alle composizioni musicali e al – belcanto – per poi entrare nella fotografia della 35mm e alle vesti stilose di una moda che non c'era più, ma come vestiva chi gli somigliava tanto, Valentino. Non vecchio – ma vintage. Eppure era bello sveglio, avanti coi tempi. Ecco perchè “Iniziato”, perchè ancora prima del Tempo, prima che il Destino avesse fatto il Fato suo, era riuscito in qualche modo a legarsi a questi ragazzi che solo in tarda primavera si conobbero ufficialmente fra loro. Il vecchio che era ritornato nuovo, o per i nuovi appunto. E non sfuggì agli occhi del più giovane, il 2002, a 5km dal suo paesino natale. Le prime volte lo vedeva nelle caldi notti d'estate, presso i giardinetti di periferia di dove abitava. Giravano entrambi in bicicletta – sicuramente il 92 per risparmiare sulla benzina, ma un'altra ragione era che le bici non avevano la targa e difficilmente erano identificabili, di notte fonda, quindi poteva compiere tutte le bizzarrie che voleva senza preoccuparsene molto – di essere rintracciato. La cosa buffa però, era che Pete Valley (-così poi si sarebbe fatto chiamare, il 92) non sapeva che Paul Weller, come lo chiamava Pete, questo 2002 che tanto assomigliava al cantante degli Style Council, aveva incominciato a notarlo, perchè tante volte succedeva anche casualmente, durante i giri in giro, senza meta, di ritrovarsi entrambi davanti, faccia a faccia, all'imbrunire o nelle ore più piccole della notte di – sere inutili – entrambi sulle due ruote in pantaloncini e camicetta, col caldo che faceva. Erano quegli sguardi di mistero e tanto sospetto che avevano incuriosito (-o appunto fatto sospettare) Paul, mentre a Pete la bellezza di quel viso fine di cui voleva impossessarsene, e anche toglierlo dalla strada – come un tempo facevano gli impresari. Si perchè Paul era un ragazzino della new-generation, quindi era abitudine per lui frequentare giardinetti dello spaccio, fumare e ascoltare la musica “trap”, oltre che vivere in strada e mangiare continuamente kebab – e fu proprio una sera che, vedendolo fuori dal “kebabbaro” Pete frenò di colpo intento di seguirlo nel rincasare semplicemente per capire dove abitasse, cercando di ottenere un nome di riferimento dal citofono. Accostò appoggiandosi al marciapiedi davanti il porticato della banca che faceva d'angolo con la scusa di accendersi una stizza. Paul fumava aspettando l'amico che uscisse col rifornimento di cibo. A quell'ora era chiaro che fossero in – chimica – e quanto avrebbe fatto piacere a Pete potersi presentare per condividere anche solo 5 minuti in sua compagnia quell'Attesa che pareva un secolo. Ma visti i precedenti fallimentari e non sapendo proprio nulla di questo sosia di Weller preferì tenere momentaneamente le distanze. Uscì l'amico e salirono sulle proprie biciclette col ben di Dio in mano. Passarono di fianco a Pete che fingeva di accendersi il suo sigarello che non voleva in quel momento di pura eccitazione data dalla sua grande passione innata all'inseguimento, e svoltarono sulla stradina di cui il porticato della banca faceva d'angolo e presero la vietta parallela al viale dove si trovava il “kebabbaro” nonché Pete, che sostava aspettando poco più avanti. Questo fu il – dolce pedinamento – più lungo con Weller. Dolce perchè alla fine Pete non faceva nulla di male, e non inseguiva per qualche conto in sospeso o far del male – inseguiva per Amicizia, perchè curioso di studiare le vite degli altri e potersi, in qualche maniera – inserire. Pete, presa anche lui la stradina parallela al viale, li vide fermarsi a metà strada e sedersi sul marciapiede per consumare tutto il cibo acquistato. Così, fermo a inizio via, scese dalla bici e si mise dietro un enorme tronco d'albero innanzitutto per espellere tutte le birre bevute in serata, poi, annoiato, decise che forse per – l'attesa – era meglio accedersi veramente il sigarello mentre aspettava che finissero il mondo che avevano preso. Pensava a quanto fosse stato stupido ai tempi a non uscire di casa per godersi tutti questi momenti che ora poteva solo osservare a distanza, e qualcuno glielo ricordava: “Fatti tante Amicizie adesso che poi un giorno ti ritroverai solo.” Sfortunatamente, per le troppe divagazioni della mente, appena abbassò gli occhi dal cielo stellato di fine maggio, Pete non li vide più – avevano già finito e se n'erano andati! Preso dal panico, prima di maledirsi, girò tutta la via e le traverse senza trovarli, così piombò in tutti i giardinetti che sapeva frequentasse Paul, ma niente. Erano già tornati a casa, o chissà dove. Poi si ricordò quella frase di un suo grande artista, Mogol, che chi e' troppo curioso della vita forse non stava vivendo la propria, così decise di ritornare sui suoi passi, rincasando, con la promessa di rincontrarlo nuovamente. Ci fu un altro avvistamento, che lo portò fino a casa sua, quando decise, prima di rincasare, di sostare a fumare in un giardinetto proprio nel paese di Paul. Appena arrivato, sempre in bici, lo vide sulle panchina in compagnia dei suoi amici. Certo per quei capelli biondi lisci e la sua magrezza, nonché il viso grazioso, si faceva subito riconoscere, per questo Pete si fermò di colpo nel vederlo, e aspettò dietro i cespugli che si spostassero in branco per finire il proprio sigaro su di una panchina sotto un cielo immensamente stellato. Improvvisamente solo Paul si allontanò, abbandonando il gruppo. Così decise di seguirlo e solamente ad un paio incroci più avanti svoltò in una vietta fermandosi al cancelletto di un condominio – sapere quale fosse il suo nome! Ci furono un sacco di avvistamenti e incrociamenti lungo i mesi. La svolta ci fu in un freddo pomeriggio di gennaio, precisamente quello della Befana, quando Pete decise di fermarsi a bere un caffè al banco di una pasticceria del centro, sempre nel paesino di Paul. Mentre lo beveva, girandosi verso la vetrata, lo vide al tavolino di fuori in compagnia. Ad un tratto si alzò e Pete, preso dal panico, sperò vivamente che non entrasse, magari per pagare il conto. Invece avanzò proseguendo per il porticato interno che portava ad un parchetto, oltre il centro. Finì allora in fretta il proprio caffè così da avere occasione di seguirlo e giunto al parchetto – semplicemente non lo ritrovò più. “Sono troppo vecchio per certe cose!” si rassegnò Pete, parlando fra sé e sé, ma una voce gli domandò da dietro: “Per cosa sei troppo vecchio?”. Anche se preferì non girarsi e darsela piuttosto a gambe, o semplicemente camminare come se nulla fosse, nonostante fare l'indifferente non fosse proprio nel suo stile o “karma”, si girò ugualmente e di scatto, sorpreso – sperando piuttosto che quel Paul fosse la sua – sorpresa – il regalo d'Amicizia che tanto aveva atteso nei suoi lunghi anni di solitudine, ma doveva fare i conti con la realtà e abbassarsi molto di livello – quello della Coscienza e non dell'Ego, scendendo dalle nuvole o da quello che da piccoli si chiama più semplicemente “mondo dei sogni”: “Cosa?” ribatté. “Per cosa sei troppo vecchio?” - “No, niente, farfugliavo.” rispose, nel mondo più semplice e stupido. “Hai bisogno di qualcosa?” continuò a domandare Paul. “In che senso?” - “Vuoi qualcosa da me?” precisò. “No, oggi non voglio niente da te, magari un altro giorno, ok?” gli rispose, lasciando in – sospeso – il tutto perchè non voleva che finisse così. Non doveva. Qualcosa in quel preciso istante sentiva che doveva continuare, e non spezzarsi. “Quando vuoi. Sai dove trovarmi allora.” Fece cenno con la testa, “Già...”. Così facendo, Paul, senza essere ne sorpreso ne incazzato, nonostante le infinite distrazioni cui poteva essere soggetto un adolescente neo-maggiorenne, lasciò Quello spazio temporale a Pete affinché lui stesso potesse capire quali intenzioni avesse questo essere venuto dal nulla nei sui confronti.
Una domenica pomeriggio Pete, girando a vuoto in bicicletta, finì in stradina secondaria, nel paesino attaccato il suo. Parcheggiate di traverso in fila indiana, improvvisamente si imbatté in un Pick-up Ranger, lo stesso che vedeva spesso in un baretto di periferia che frequentava ogni venerdì sera dalle 22 alle 23 con l'unico scopo di – ritrovare – un ragazzo, Il ragazzo del “jeeppone” presente ogni fine-settimana a quell'ora che però faceva parte di una compagnia che certo non era la sua – tenendo ben presente che Pete era un solitario e non faceva parte di Nessun gruppo. La cosa che lo preoccupò era il fatto che la portiera fosse semi-aperta sul lato guida che dava alla strada e intravide il ragazzo seduto mezzo fuori – mezzo dentro che era proprio quello del baretto. Improvvisando alla Mr. Bean col suo fare comico/drammatico/stupido/innocente lo superò proseguendo con la mano destra sulla faccia in modo da coprirsi il volto lateralmente, come se volesse passare inosservato. Anti-sgamo proprio – ma questo ragazzo era troppo impegnato a guardare chino il proprio telefonino. Così Pete, accortosi di questo, rallentò per fare retro-front nascondendosi tra le macchine una decina di metri più avanti, giusto per la conferma. Era proprio lui, quel ragazzo classe 96 che tanto ammirava ogni qualvolta entrava in quel bar. Era ovvio in Pete che lui sceglieva i locali non per la qualità di birra che potessero offrire, ma dalla presenza o meno di qualcuno o qualche gruppo che lo incuriosisse. L'impegno non era più quello di sbronzarsi, avendo ormai raggiunto una certa tollerabilità all'alcool, ma sempre quello di – cercare – senza mai trovare. Una primavera, l'estate, poi l'autunno e ora l'inverno – perfino il barista si accorse che quel ragazzo un po' troppo invecchiato ma rimasto bambino, dall'aria apparentemente spaesata fosse lì non per bere ma per ben Altro. Pete conosceva bene quel baretto, anche questo “di periferia”, anonimo, molto ampio e sempre vuoto – di cose e gente. Ma è in questi posticini dove c'era più vita di venerdì e sabato sera, rispetto alle grandi città, sempre più solitarie e disperse. E questo Pete lo sapeva benissimo, perchè si sentiva più a casa di quando era appunto in città – o peggio a casa propria! 3 generazioni – quella del nonno, e anche di sua madre che si ricordò di questo locale quando usciva da ragazza, e poi lui, quando da piccolo ci veniva col nonno, e poi adesso – solo. Si domandava se il barista fosse il figlio di chi un tempo serviva la sua parte materna, chissà – ma la sua attenzione si spostò fin dalla primavera scorsa, quando era solito raggiungere il baretto in bici anche nelle ore più piccole della notte, su questo ragazzo che sembrava la copia perfetta di Lucio Battisti! Perchè succede, e spesso, che in una compagnia ci sia qualcuno che si contraddistingua dagli – altri – nonostante si dica sempre che i ragazzi son tutti uguali. Qualche volta può capitare di trovare qualcosa di – diverso – nonostante il “diverso” venga – incluso – nel gruppo perchè segue semplicemente la stessa linea di pensiero e d'abitudini. Ma guardale 'ste mosche come si punzecchiano fra loro, allegre e presuntuose – osservò Pete bevendo la sua leggera “bionda” appoggiato alla parete, mentre i ragazzi in festa si scannavano al biliardino. E continuò a ripetersi “Le Aquile non Volano a Stormi” intonandola, dispiaciuto. Era certamente contento per loro, ma non c'era cosa più triste che guardare la vita o meglio, le vite come un film dal finestrino chiuso. La conferma che quella sua aria persa era in realtà sui passi di qualcuno, di questo Lucio appunto, arrivò quando il ragazzo una sera arrivò per 2 minuti e poi se ne andò via subito. Così Pete, preoccupato, cercò di sgolarsi in fretta la birra per rincorrerlo col suo furgoncino – troppo tardi, non fece in tempo quindi si ristabilì per finirla tranquillamente. Lo vide arrivare sempre col suo “jeeppone” giusto 5 minuti dopo. Entrò e il barista fece cenno al ragazzo, tirando un'occhiata a Pete mentre avanzava dall'entrata al bancone. Notando questo scambio di sguardi, Pete preferì andarsene giacché aveva intuito, e da un bel po', che il barista – come lo sono tutti del resto – sapeva dei suoi movimenti, a cosa stesse giocando, cioè al – gatto e topo – e su chi “puntava”. Non volendo ulteriori rogne – se ne andò, ricordando quella frase “Come uno straniero non sento legami di sentimento”. Solo che durante il tragitto si vide alle calcagna il Pick-up di questo Lucio – anche se a relativa distanza.
Buffo pensare che un ragazzo possa fare spesa di sabato sera, alle 21.30 presso un supermercato situato su di una Statale di periferia, all'imbrunire di una tarda primavera, dove i due paesi di P. e S.V. confinavano. Aveva notato la sua Fiat Uno dal classico colore verde-marcio sulla carreggiata opposta: un bel passo di “qualità” si disse Pete, che dal Ciao fosse passato al quel rottame usato – lo stesso che aveva suo nonno quando lo portava al baretto o lo veniva a prendere all'asilo. Così senza dare nell'occhio, frenò dolcemente e fece retro-front con l'inversione ad “U”. Il traffico assente gli permise di raggiungerlo molto facilmente, standogli dietro senza macchine di mezzo, ad una ventina di metri. Fecero la rotonda – e questo ragazzo se la fece per ben 3 volte, per poi mettersi nella carreggiata di dove stava Pete, che stava andando in città, per entrare nel parcheggio del supermercato dove sostava proprio Pete che si era fermato un momento per ricevere un'inaspettata chiamata, interrotta dalla vista della Uno. Certo che se l'avesse saputo prima, Pete avrebbe certamente evitato il – pedinamento – e l'inutile giro dell'oca per poi ritrovarsi esattamente dove l'aveva visto e dove si trovava – fermo in un parcheggio semi-vuoto e un panorama quasi surreale del tramonto estivo. Si era preso un paio di birre – e sicuramente ci rientrò con la scusa di prendersene altre 2, se non che anche questo ragazzo che stava seguendo ci fosse venuto per comperare – alcool – e certamente non poteva farsi notare nello stesso reparto. Balzò di scaffale in scaffale, seguendone i movimenti esattamente dalla parte opposta, in una sorta di – effetto speculare – questo finché non andò a sbattere ad un bancone riservato ai prodotti in offerta posto a inizio scaffale, giusto all'altezza delle proprie parti intime, dato che era troppo occupato ad avanzare guardando lateralmente senza preoccuparsi di cosa ci fosse davanti a lui. Poi fu la volta del carrello di una graziosa nonnina che per poco non ci entrò dentro, facendosi perdonare per lo scontro con un “Angelo di bontà, vogliate scusarmi!”. Infine toccò pure ad una commessa di reparto che la prese dentro come se volesse molestarla, “Oh, mi scusi, mon chéri!” ricevendo un bello schiaffo, aggiungendo mentre proseguiva “Enfant terrible!”. Decise di rinunciare, andando verso l'uscita senza acquisti, mentre il ragazzo si avviava alle casse. Improvvisamente, appena entrati, una coppia gli urlò il suo nome. “Pete! Ciao Pete!” erano i suoi pro-zii. “Oh mèrd!” si disse, girandosi verso il ragazzo ad una decina di metri, che alzò la testa dal proprio carrello in cassa e lo riconobbe. Gli lesse le labbra che dicevano “Tu?” così si girò verso i propri vecchi zii e improvvisò con un: “Avete sbagliato persona!” schizzando via alla velocità della luce. Non fuggì del tutto, perchè si accostò col suo furgoncino aspettando che il ragazzo uscisse e ripartisse per vedere dove andasse. Perdendolo più volte per la relativa distanza, finì nella periferia di C. in mezzo a tante villette e giardinetti all'apparenza abbandonati, perchè nonostante fosse sabato sera, in quei paesini sembrava fosse sempre lunedì o qualsiasi altro giorno lavorativo, o peggio il mese di agosto quando tutti erano via. Un paesino fantasma proprio come lo era quello natale, di Pete e di questo ragazzo che seguiva. Perse di vista la sua macchina, così da girare a vuoto in quel quartiere dove le stradine sembravano tutte uguali. Dato il tempo stupendo, con quell'arietta mite del sabato sera e la pace serena, accostò nell'erba per proseguire a piedi fumandosi il proprio sigaro e godendosi il panorama del cielo stellato che la Natura gli offriva sempre nei momenti più tristi, che poi erano quelli passati in – beatitudine – e Pete ne era perfettamente cosciente, nonostante le proprie innumerevoli distrazioni. Improvvisamente nel buio della stradina dove si trovava, completamente priva di illuminazione, dietro una lunga siepe di un recinto che sembrava essere quello di un orto privato, o di un giardino abbandonato dove spesso gli anziani di antichi paesi vi depositano gli strumenti per la terra, sentì echeggiare quella che sicuramente era la cronaca calcistica in diretta della nazionale: erano gli europei. Così intuì che dietro quella siepe, di quella recinzione a rete di un vecchio giardino incolto e pieno di depositi in legno improvvisati e fatti a mano, ci doveva essere per forza Quel ragazzo che stava cercando, in compagnia dei suoi Amici, a seguire la nazionale e consumando quel ben di Dio che si era procurato al supermercato. Oh, quanto gli sarebbe piaciuto scavalcare per stare in Loro compagnia, lasciando tutti i suoi anni alle spalle e spensierarsi come non mai – quanti guai e malanni sarebbero svaniti nell'istante in cui si fosse unito a loro. Quello che gli mancava era l'occasione della – conoscenza – cioè l'inserirsi all'interno di un gruppo o di una singola vita senza doverla seguire o studiarne i movimenti con la scusa di prepararsi al meglio. Non era facile, e sicuramente questo – blocco – fu la sua causa di tutta un'adolescenza rovinata o meglio – messa da parte, mancata. Si ritirò nel suo solito ristorantino tra C. e P. dove aveva l'abitudine di consumare hamburger e birra scura, su un tavolino singolo posto fuori il locale. Lo servì il solito ragazzo che gli chiese se voleva entrare a vedere la partita, ma sentendo il chiasso infernale si scusò dicendo che gli sarebbe bastato sapere il risultato, se avrebbero vinto o meno.


FINE PRIMA PARTE.




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Racconto scritto il 19/06/2022 - 11:23
Da Pietro Valli
Letta n.119 volte.
Voto:
su 0 votanti


Commenti


Si per favore, ti avrei letto e son sicura sia un racconto bello, ma cosi non ce la posso proprio fare!!troppo lungo!! Ciaoo

Anna Cenni 19/06/2022 - 12:56

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Troppo lungo.
Andava almneno spezzettato in 4

Aquila Della Notte 19/06/2022 - 12:15

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