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BENEDETTA BIANCHI PORRO UN 23 DI GENNAIO

Oltre l’incanto del Benaco, da una finestra
un sereno strano a chi guarda e non riesce.
È bianca, l’unica rosa sbocciata in gennaio,
una ragazza nel bianco di un letto ci lascia,
sulle labbra un sorriso, il suo Dio nella mano.


I giorni si riavvolgono lievi a chi vuole vedere:
Un libretto d’esami gettato nell’aria che grida
dilava un bel sogno ogni giorno sempre di più.
Lo studio ha colto un nome* e scandirlo non so,
atroce parola e non consola scoprirlo per prima.


Muovere passi lenti nella domanda che incalza.
Mani che cercano mani, ogni volta in affanno
e, “l’illusione fa tremare più della disperazione”.
Silenzi interiori, frastornati da silenzi d’intorno
cercano, un terribile bisogno d’indefinito, di Alto.


“L’Amicizia” come “l’acqua in cui mi specchio”
si dona sorgente feconda, inesauribile di amici.
Il midollo non regge, le gambe lo seguono a letto.
La sua stanza, un crocevia di vite, si ride, si canta
si dimentica di essere tra una persona ammalata.


È vero si prega, anche se uno resta solo in ascolto,
non comprende il criterio di Dio. Il grido s’inchina.
Qualche amico le è più vicino, nel mistero di vivere
che si rivela ogni istante nei gesti sofferti dal Cristo:
“-Dirò senza vergogna, ho paura, Signore aiutami-”


Un dì, anche la spina ha smarrito le prese. È buio:
“Esisto, quando riesco a vedere la Sua immensa
grandezza, nella notte buia dei miei faticosi giorni”.
Un filo di voce è rimasto, un canto continuo a Dio.
S’inventano un muto alfabeto e gli amici le parlano.


Non vede: Fa niente. Le sue dita sono premute sul viso.
Scherza: “non sono una pompa di benzina e sorride”.
“I giorni passano, nell’attesa di Lui, che amo nell’aria,
nel sole che non vedo più, ma che sento ugualmente
nel suo calore, quando dalla finestra mi scalda le mani”.


l’ultimo incontro con gli amici e, l’attendono a Milano.
“Mi sembra di essere contesa e desiderata: che ridere…”
Un continuo susseguirsi di mani, tra parole di serena
voglia di vita e nel sorriso un umile orgoglio di donna:
“la vita è davvero una cosa meravigliosa, anche negli aspetti più terribili.”


Ci lascia un 23 di gennaio, sulle labbra un lieve sorriso:
“Mamma…ricordi…la leggenda?” – “Grazie” -.
Benedetta aveva dato tutto di sé.
La memoria, più tardi riporta Tagore: “Il mendicante e il Re”


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Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando, nella lontananza, apparve il tuo aureo cocchio come un segno meraviglioso; io mi domandai:
chi sarà questo Re di tutti i re?
Crebbero le mie speranze e pensai che i miei giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere che l’elemosina mi fosse data senza che la chiedessi, e che le ricchezze venissero sparse ovunque nella polvere.
Il cocchio mi si fermò accanto. Il tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano diritta dicendomi: - Cosa hai da darmi? –
Ah!, qual gesto regale fu quello di stendere la tua palma per chiedere a un povero! Confuso ed esitante tirai fuori dalla bisaccia un chicco di grano e te lo diedi.
Ma qual fu la mia sorpresa quando, sul finir del giorno, vuotai per terra la mia bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un granellino d’oro!
Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darti tutto quello che possedevo. (R. Tagore)



*Neurofibromatosi diffusa, sindrome di Recklinghausen.




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Racconto scritto il 11/11/2014 - 15:46
Da giampietro corvi c.
Letta n.1540 volte.
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Commenti


Ho conosciuto anch'io la storia di questa meravigliosa Ragazza, così dolce, solare, ma anche umana nel suo dolore e nella sua straordinaria Fede. GRAZIE per avermela ricordata, per avercela donata.
Vera

Vera Lezzi 14/02/2015 - 20:21

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