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Marionette

L’accendino tossì una volta. Poi due. Alla fine la piccola fiamma si degnò di presentarsi. Scoppiettio di tabacco pressato e catrame. Inspirò, poi espirò. Osservò il fumo che si muoveva sinuosamente davanti a lui. Gli piaceva perdersi fra l’azzurro di quel fumo, quelle poche volte che si concedeva una sigaretta. Aiutava a pensare.
“Come hai fatto a ridurti così?”. Bella domanda. Forse è solo che il tempo passa e tu passi con lui. Passi invisibile fra i secondi che si accavallano, e i secondi diventano giorni e poi anni. A volte non ci pensi, ma la tua mente continua a farlo. E dopo dieci anni, ti risvegli di colpo. E la tua mente è lì, a presentarti il conto di dieci anni di pensieri inespressi, frasi non dette, ispirazioni soffocate. Bah!
“Bah!”- gli uscì ad alta voce, sputando fuori il fumo. Sorrise. Parlava ancora da solo dopo tanto tempo. Bene, almeno quel poco di pazzia che aveva gli era rimasta. Gli è cara. “Sono sempre stato abbastanza pazzo da non diventarlo del tutto”, pensò. Bel pensiero.
Si osservò le mani. Le mosse lentamente davanti ai suoi occhi, facendole danzare stancamente, sensualmente. Come aveva fatto lei, quella lunga notte irlandese di tanti anni prima. Erano più usurate, le mani. Erano invecchiate anche loro. “Melodrammatico”, si lo sapeva. Non era mica così vecchio, via. Però usurato si, quello si.
Lo vedeva ogni giorno allo specchio, quell’uomo disilluso e triste. Ricambiava stancamente il suo sguardo, in una sinfonia di intuizioni inespresse. Le spalle curve, i capelli crespi, lo sguardo assente. Conosceva bene il suo aspetto. L’anima che lo riempiva, invece, ancora gli sfuggiva. Una vita a recitare questa parte o quell’altra nella speranza di indossare la maschera giusta, quella di una vita. C’era stato, forse, un momento della sua vita in cui era stato quasi sicuro, l’aveva quasi capito, il velo era quasi del tutto sollevato… Ma era stato un momento, passato subito. Sparito e dimenticato. Ora, dopo tanto tempo, si chiedeva se fosse mai stato vero. O non fosse altro che un pensiero di una maschera vuota, senza padrone né anima.
“Come hai fatto a ridurti così?”, oh andiamo, basta sentirti in colpa. Non sei più cattolico.
Non era colpa sua in effetti. Magari la sua testardaggine aveva aiutato, ma solo un pochino.
Un tempo si incazzava per certe cose. Un tempo. Le questioni di principio, le idee, i sogni… Perché nessuno si incazzava più per queste cose? Perché la gente considerava una perdita di tempo incazzarsi per delle idee? Veniva considerato stupido, poco produttivo. Eh già, la macchina del benessere non può fermarsi, si nutre di sogni, dignità ed anime. E ha sempre fame.
Ci aveva provato, un tempo. Ci aveva creduto, un tempo. Ma un uomo solo non può cambiare il mondo. Non l’aveva cambiato Gandhi, in fondo, non poteva cambiarlo lui.
Allora si era seduto, ad osservare. A guardare il mondo andare avanti, a testa alta, fra il suono di trombe e fuochi d’artificio. Sorrisi finti, flash e false celebrazioni. Evviva.
Aveva represso idee, sogni e rabbia. Rabbia per quella falsa allegria, quella malata felicità che era tossica come Zyklon B. E il risultato, in fondo, era simile. Ammassi di corpi che si contorcevano, graffiando e mordendo, nel panico più silenzioso, nella speranza di avere un po’ di respiro. La differenza era che in un caso si trattava di coercizione. Nell’altro, di scelta volontaria. Chi era il pazzo ora?
Ora, dopo tanto tempo, vedeva gli effetti invisibili di quella scelta. Vite costruite sul nulla, scelte fatte secondo principi non veri, discussioni che diventavano meri esercizi di stile. Tutto falso, tutto un grande, ben congegnato specchietto per le allodole.
“Le vite non si vivono più, si corrono”, che pensiero triste, a pensarci bene. Una vita in perenne affanno, inseguendo una carota che in fondo è solo un miraggio, un sogno artificiale che del sogno non ha neanche la natura. Ed era impossibile non accorgersene. Era fuori discussione che qualcuno non si accorgesse della futilità di quella corsa. Eppure la gente non smetteva di correre, quando il miraggio si palesava per quello che era davanti ai loro occhi. Neanche rallentava. Correva più forte. Più forte, cristo! E l’affanno si trasformava in frustrazione, in rabbia distruttiva. La gente non si incazzava più per le cose veramente importanti.
A cosa si è ridotta la vita dell’uomo. Una corsa senza sosta dalla vagina della madre al velluto della bara.
Da quando l’uomo ha deciso che la vita non ha il diritto di essere vissuta? Da quando il male necessario è diventato necessario solo a scacciare chi invade il nostro prato? Da quando la società degli uomini si era trasformata in un arcipelago di isole di puro ego, separate da un mare di prepotenza? Da quando le idee avevano perso la loro importanza? Qual è stato il momento preciso in cui ideali e principi si sono resi conto di aver perso e sono spariti per sempre nel buio della notte?
Ormai le persone avevano paura di pensare. Si vedeva nei loro occhi, si capiva dai loro sguardi, dai loro movimenti. Avevano paura di pensare.
Ma senza pensiero cos’è una persona? O, per meglio dire, senza pensiero c’è una persona?
“No. Siamo tutti maschere senz’anima, ormai. Abbiamo abbandonato il pensiero in favore dell’azione. Ci siamo dimenticati delle grandi lezioni del passato e delle vere potenzialità del futuro. Se l’anima è la mente e la prova della sua esistenza è il pensiero, l’umanità ha perduto la sua anima, guadagnata faticosamente in secoli di evoluzione umana. Siamo tutti maschere. Che sarebbe come dire che tutti non siamo più. Chi lo sa, forse, a forza di stare seduto qui, ad osservare, anche io sono diventato solo una maschera, la maschera di un uomo, dagli occhi socchiusi, che osserva questo triste spettacolo di marionette esibirsi per un pubblico dagli occhi fissi e i sorrisi dipinti.”



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Racconto scritto il 06/09/2015 - 11:22
Da Tommaso Ferranti
Letta n.1420 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie ^^

Tommaso Ferranti 07/09/2015 - 10:28

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Un racconto decisamente interessante e ben scritto.L'autore si pone tanti quesiti sulla natura umana e fa sì che anche noi ci interroghiamo su questi importanti riflessioni. Bello.Ciao

Anna Rossi 06/09/2015 - 19:12

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