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IL QUASI CINICO

Il quasi Cinico


Gli mancava lo stile, ma sapeva imitarne uno all'occorrenza. Quando era bambino gli avevano insegnato a calpestare i fiori degli altri per far apparire più belli i suoi. Ambizione era la parola che più somigliava al futuro. Non aveva passioni vere e proprie, ma mescolava bene i suoi umori e ne creava attraverso gli occhi di chi lo compiaceva. Si nutriva delle impressioni che poteva suscitare. Si muoveva con lentezza su strade percorse dai padri per non faticare troppo. Abbracciava ideologie antiche per non sudare e non dover scalare il monte della consapevolezza individuale. La sua indolenza si scioglieva sempre in un bicchiere di troppo quando usciva di casa a cercare sogni che non conosceva. Ignorava i dolori altrui e gioiva del suo vagabondare nella coscienza.Si specchiava e si sorrideva ogni mattino, ma si incupiva nel primo sorso di caffè sulle immagini troppo grigie che la sua mente gli poteva offrire. Gli mancava la finezza di pensiero, non sapeva osservare la bellezza di una stella, tuttavia ne invidiava il bagliore. Non sapeva leggere le poesie, era invaghito delle metafore ma non le comprendeva. Niente si sfumava nel suo cuore ansioso d'esser riverito, ogni cosa era nera come il colore dei suoi capelli o bianca come le pareti della sua stanza. Sapeva mischiare il moralismo con la volgarità, ma confondeva il sesso con l'amore, e l'amore con la stupidità. L'amor proprio pero', traboccava da ogni poro della sua pelle, ma sapeva di non esistere senza ammiratrici o ammiratori, e ne andava in cerca di giorno e di notte. Ogni giorno attendeva sorrisi leggeri di donne ancor più leggere. Donne di troppo spessore intellettuale avrebbero assottigliato il suo, lo avrebbero reso insicuro e poi schiacciato con il peso di un sentimento vero.
Era meglio evitarle quelle, erano più simpatiche le donne sciocche, con loro poteva parlare del nulla, dire poche parole e farle sembrare immense e profonde. Erano più invitanti le ragazze dagli occhi piccoli, quelle per le quali il mondo era una giostra di cavallini danzanti, quelle che prima d'incontrarlo solevano cambiarsi d'abito cento volte, e per le quali l'unico pensiero poteva essere soltanto quello del "che cosa mi metto?" e non "cosa gli racconterò". Per lui erano assai meglio quelle che non dicevano nulla e semplicemente ammiccavano o ridevano a voce alta. Non avrebbe mai rischiato di portarsene una sul cuscino prima di addormentarsi. In fondo per lui la vita era un gioco d'azzardo senza avversari, una passeggiata notturna senza pericoli, un sonnellino pomeridiano con le persiane abbassate, una stagione sempre uguale e molto simile all'autunno. In realtà lui non preferiva nessuna stagione in particolare. Aveva solo dimenticato di osservare la primavera..Era sufficientemente cinico da riuscire a demolire le speranze, ma non abbastanza da smettere di averne.




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Racconto scritto il 03/09/2016 - 11:22
Da Lylas Lena
Letta n.334 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Bella descizione di una figura maschile sostanzialmente sgradevole, il cui spessore è misurato da quel 'quasi' che accompagna il titolo.
Complimenti e buona giornata. Aurelia

Aurelia Strada 04/09/2016 - 12:02

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Encomiabile elaborato pregno di realtà da guarire.
Lieto meriggio Maddalena.
*****

Rocco Michele LETTINI 03/09/2016 - 16:01

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