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Maia sulle ali del vento.

Cera una volta Maia, una fanciulla minuta dai capelli color grano e gli occhi a mandorla


di cui l'iride rifletteva i colori del tramonto.


Le sue labbra come farfalle, non si stancavano mai di parlare al mare e il suo piccolo naso


sempre in cerca di nuove fragranze.


Soleva profumarsi dell'essenza del tiglio ai lembi delle orecchie e ogni volta starnutiva in un


bizzarro movimento. Viveva sola in una casa ai margini del mare fatta di giunco e legno di acero


e tutt'intorno tantissime specie di fiori.


Un giorno di buon umore si levò dal letto e, affacciandosi all’arco della grande finestra si mise ad

ammirare quel panorama a lei tanto caro.


Mentre era assorta nei suoi pensieri, qualcosa la distolse dal suo repentino vagabondare nella


fantasia; sorrise vedendo correre un fanciullo in groppa al suo destriero color notte. Maia


s'innamorò di quel ragazzo, dalla pelle scura e il volto sincero.


La sua bocca sapeva parlare d'amore senza mai stancarsi di deificarla e il suo cuore batteva solo


per lei, e questo lei lo sapeva perché sentiva il suo cuore vicino al suo.


Maia corse fuori e lo chiamò, offrendogli con dolce fare dei frutti appena colti.


Lui che si era accorto della presenza di lei, subito gli corse incontro: l'abbracciò con immenso


amore, poi desinarono assieme accompagnati dalle onde del mare e in silenzio si parlarono con


gli sguardi.


Le ore passavano in armonia con il tempo per i giovani amanti, che mai distoglievano gli sguardi,


complici dei pensieri che li accumunava.


Con l'arrivare del tramonto i loro visi si oscurarono, consapevoli che il vento li avrebbe separati.


Maia accarezzò la sua pelle morbida, e le cadde una lacrima che lui afferrò e la pose sul suo


cuore come una perla preziosa, per mai dimenticarla.


Fu così che con gli occhi umidi si separarono, trattenendo un pianto esasperato che dilaniava i


loro animi.


Primulo le accarezzò il viso e prendendola per mano le diede l'ultimo bacio e se ne andò.


La sera arrivò, Maia stette dinnanzi la finestra osservando la luna che sfiorava


il cielo oltre l'orizzonte, e si accorse di qualcosa oltre il monte, qualcosa di magnificamente


stupendo che emanava una tenue luce, come l'aurora che nasce al mattino.


Cercò di osservare più scrupolosamente quelle sfumature e vi identificò una creatura


affascinante: era una fenice.


La seguì con lo guardo e in un istante si trovò anch'essa, come sospesa nell'aria accanto a quella


creatura, continuò a seguirla come se una forza la costringesse a guardarla.


Ad un tratto vide un ombra e più si avvicinava e più questa diventava nitida, e fu così che


che le apparve una vecchia ma, per quanto l'immagine fosse limpida non riusciva a distinguerne


il volto.


Maia s'intenerì, perché sentì in quella vecchia donna un dolce sentimento, come se avvolta da


un delicato manto di tenerezza.


Gli si avvicinò e prima che potesse dire qualcosa la vecchia parlò con voce quieta ma animata:


ricordo i fuochi in riva al mare, le canzoni stonate dedicate a una stella e le barchette di carta


piene di speranza, lasciate scivolare sul corso dell'acqua.


In quelle notti magiche trasportata da una soffice euforia, spogliata dei tramonti e dimenticata


dalle albe, m'incamminai verso quel caldo manto fluido e mi vi immersi rimandando al


domani i pensieri.


Dimenticai il passato, disconoscendo chi per altro mi amò e amai.


Folle mi persi in quell'oblio di sensi annebbiati scordando i giorni e le notti, senza più una


cognizione del tempo senza sapere dov'ero e perché.


Con il tempo mi dimenticai di chiedermelo.


La mia mente rinnegava ogni stimolo ad avvicinarmi alla realtà, consapevole nell'inconscio


di un passato in cui ero stata viva.


Maia ascoltava ma non capiva ,e sforzandosi di comprendere cercava di carpire il motivo



del perché la vecchia raccontasse tutto questo.


La vecchia disse di essere stanca ,le sue mani più non sapevano ricamare e il suo cuore


ascoltare e, quel poco di fiato che le era rimasto lo avrebbe usato per finire di raccontargli


quel che accadde: in un giorno senza tempo, perché ormai tutti si susseguivano l'uno uguale


all'altro, in quel tempo mi specchiai.


Guardandomi non mi riconobbi e cercai nei miei occhi chiusi qualcosa di me.


Mentre meditavo sul chi ero una voce alle mie spalle sussurrò il mio nome, una voce flebile che


mi chiese di raccontargli una favola.


Mi rammentai di quanto adoravo raccontare favole perché era linfa per il mio vivere.


Così aprì il libro dei miei pensieri raccogliendo tutti i miei sogni, le speranze, e cominciai ad


esplicarle a quella voce sconosciuta.


Cera un castello in un piccolo villaggio, di cui si raccontava che vi vivevano erranti cavalieri e


dolci donzelle di cui ve ne era una chiamata Chimera, lei suonava l'arpa ed era in preda di


folli presagi.


Era molto bella, e di tanta bellezza si accattivava i stravaganti piovili infanti che sempre la


circondavano, adulandola con applausi.


Un dì si alzò dal suo letto scostando i lunghi drappi color lilla che scendevano dal grande


baldacchino e attorno sentì la presenza di un battito di cuore.


I suoi occhi più non vedevano ma sentì la sua pelle scarna e la fatica del suo passo lento,


non ebbe la forza di urlare perché a stento riconosceva la sua voce camuffata da un panico


improvviso.


E poi che successe? Chiese Maia.


Passò del tempo e un giorno entrò nella stanza un fanciullo che mi chiese di raccontargli una


favola.


E lei che fece? Maia era rapita ad ascoltare quella vecchia che parlava, parlava.



Chimera sfiorò il volto di quella voce accanto a lei e riconobbe lo stesso fanciullo che la


prese per mano e che a suo tempo, le donò una stella in pegno del suo amore.


Sai Maia continuò la vecchia , io ero quella fanciulla che smise di amare la vita, che persi


i sogni in fondo al pozzo e le mie arti nell'apatia in un presente senza futuro, perciò scordai


di sperare, e il mio cuore nasconde il ricordo di quello che fù.


E ora tu ti starai domandando perché?


Non cè un valido motivo del perché si cambia: forse idealizziamo all'estremo le nostee speranze


e alla fine ci si perde nella realtà di tutti i giorni, forse non bastano gli anni di spontanietà


per costruire il nostro impero, che pur fragile che sia è tutta la nostra vita, o forse è solo una


mente malata che non comprende la ragione che spinge la vita a correre senza poter soffermarsi


a pensare e aver il tempo di decidere. Maledetto tempo!


E quella voce, e quel fanciullo chi erano?


Ma proprio non comprendi?


Maia pianse toccata nel profondo del suo cuore, pianse per non aver reagito, pianse per non


aver trattenuto il suo amore e infine pianse per essersi fatta adoperare dalla temperanza


dettata dalla insicurezza.


Le sue lacrime divennero perle, riaffiorò il pensiero e i suoi occhi si aprirono: dal cielo una


voce la chiamò, capì che doveva andare, capì che ora il tempo le era amico.


Se ne stava andando, poi ritornò su i suoi passi e chiese alla vecchia di mostrarle il viso


la vecchia donna annuì e scoprendo il volto si mostrò a gli occhi di Maia.


Fu spaventoso, incredibilmente inverosimile; un grido uscì dal suo cuore che per un attimo


smise di battere.


Si sentì sprofondare nel vuoto e stava per perdere i sensi quando una mano l'afferrò,


era Primulo che ripetendo il nome di lei l'attirò verso sé.


Maia rivedendolo pianse stringendosi forte a lui, e rise con tutta la forza che le rimase.



“Ti avevo persa” disse lui.


Maia sentì l'acqua sul suo corpo ridargli vita, il vento fra i capelli, il canto dei gabbiani,


La natura era con lei e lei era tornata al mondo.


Una voce echeggiava nella sua mente “I tuoi sogni sulle ali del vento corrono, non ti


fermare al bivio. Credi nel tuo istinto perché tu sei padrona ti te stessa e se il tuo corpo


cambia non cambiare il tuo cuore.




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Racconto scritto il 19/01/2013 - 00:44
Da Catia Capobianchi
Letta n.612 volte.
Voto:
su 0 votanti


Commenti


Scusa Catia/Dudin, ne hai pubblicato uno identico con un titolo diverso (Nell'Arizona)....

Andrea Guidi 19/01/2013 - 10:56

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