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inadeguatezza

Camminava per le vie affollate, la gente brulicante la attraversava, la schivava o la urtava destandola per qualche secondo da quel mondo che si portava nella mente come un inseparabile bagaglio e riportandola sulla terra, in quella strada illuminata con la leggera aria piacevolmente pungente dell'inverno. Le luci dei negozi brillavano nel buio e il vociare ininterrotto era un sottofondo stonato nell'incanto della sera, così viva, quieta e maternamente accogliente.Lei non credeva di far parte di quella massa scalpitante, non poteva credere che i suoi atomi fossero gli stessi, che la pelle, le ossa, che tutto fosse uguale. Si sentiva inadeguata, diversa,forse inconsciamente o forse per pura volontà non voleva essere come loro, e questo lo sapeva bene. L'inadeguatezza che si portava addosso era una malattia, una vera e propria malattia dell'anima che porta ad innalzare un muro tra se stessi e la normalità e mattone dopo mattone si sentiva sempre più disadattata, spettatrice di un film a volte drammatico, a volte comico e qualche volta disumanamente crudele. Tutto le era alieno, ma la cosa più spaventosa era la stessa alienazione da se stessa, dalla sua mente contorta, tetra e indecifrabile, in cui anche lei stessa ha paura di entrare, perché nell'oscurità, si sa, vi abitano i mostri più feroci. Ogni tipo di alienazione crea solitudine e ogni tipo di solitudine crea sofferenza. Non riuscire a fare ciò che gli altri fanno, non riuscire a capire il mondo è come vivere in terra straniera e non saperne la lingua, non si può comunicare la bellezza, non si può comunicare il dolore, l'incomunicabilità è un muro spinato pronto a pungerti e a trafiggere la tua carne facendo sgorgare rossi fiotti di solitudine.



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Racconto scritto il 18/12/2016 - 02:14
Da fabrizio de andrè
Letta n.136 volte.
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