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L'insostenibile pesantezza dell'essere.

Vorrei poterti urlare,O mio dolore, a cui io proprio non riesco a dare un nome.
Vorrei saperti cantare una canzone
Leggerti una poesia
Cullarti dolcemente,adagio,come una ninna nanna,piano,culla il suo fanciullo.
Per poterti alleggerire,mio dolore,che pesante ti abbandoni a me,con l'ingenua spontaneità di chi può essere sorretto.
Ed io,mio dolore,vorrei poterti dare un nome.
ES'io potessi ti chiamerei giullare,per il riso compiaciuto di chi,dice di te come di innocente e scorrevole sofferenza.
Lieve,fluida,che lenta scorre nei meandri più riposti di quest'anima mia,quest'anima beffarda che gelosa,ti custodisce.
E tu dimmi,O innominato,quanto calda è quest'anima mia?
Ch'io giù di quí,da questi miei disordinati capelli alla punta dei piedi che di questo mondo mi fan vagabonda,non avverto che freddo
E cerco freddo,instancabilmente attratta sall'aridità che mi circonda.
Ch'io non dica mai che m'appartiene,questo mondo;possano maledirmi!
Ch'io non mi dica mai figlia di questa terra;possano ammazzarmi!
Ch'io non dica mai di me come di giovane donna sofferente,ma piuttosto figlia di dolore;possiate o voi credermi.
O mio dolore,mio padre,mia docile madre;Cos'io posso aver mai fatto,perché tu faccia della mia anima la tua più calda dimora?
Dimmi,mio instancabie , s'io posso metter fine a questo tuo dimorare senza tempo,che ti mostro il mio,di tempo; Limitato,imprevedibile,sfacciato ed impaziente di farmi sua.
Ed io,io sempre così sfuggente,io che mai potrei dir mio questo tempo,che si ostina a dir di me come sua figlia.
E tu,mio dolore,mio padre cos'hai da dir di me?
Così ch'io possa risponderti,così ch'io possa chiamarti,così ch'io possa capire.
L'incomprensione ha fatto du me tua schiava,o mio padrone.
E queste mie parole che tu chiami inaudite,che silenti arrivano ai tuoi sanguinanti orecchi..
Sarai stanco delle grida dk chi invano ti prova a chiamare.
Sarai stanco,e allora riposa.
Riposa pure lí,in quell'anima ch'io non dico mia,ma che m'ha fatta sua.
E cosí,forse io potró chiamarti,quando quest'anima mia,tenutami a lungo prigioniera,mostrerà a me il tanto atteso spazio che costella l'infinito,ch'io non ho paura a dir mio.
E potrò chiamarti lacrima,potrò chiamarti morte,potrò chiamarti guerra,ma non ti chiamerò,
E tu finalmente libeo da quest'anima che t'ha fatto suo,da questa donna che ti chiama dolore,potrai leggero e andare,e dir di te come di un soffio vitale.
E questa terra ingenua,questa terra maledetta che t'ha ingiustamente incompreso,rinchiuso,soppresso; E quell'urlo tuo a suo tempo deto sofferenza,sarà il canto piu dolce,il suono più lieve,il sole più caldo.
A quel punto,O mio dolore,vorrai esser chiamato;Ed io, ti chiameró inaudito.



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Racconto scritto il 07/03/2017 - 19:31
Da Ludovica Gabbiani
Letta n.238 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


All'origine dell'insostenibile leggerezza dell'essere vi è l'unicità della vita! Il contrasto tra questa sfuggente evanescenza della vita e la necessità umana di rintracciare in essa un significato, si risolve in un paradosso insostenibile. Le scelte che ognuno compie nella breve o lunga durata appaiono irrilevanti, e in ciò risiede la loro leggerezza!La Verità e il senso della vita possono essere solo unici ed eterni e, nella loro univocità, guidano l'uomo nel mare dell'episteme!

Savino Spina 09/03/2017 - 20:57

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Uno splendido racconto a tu per tu con il dolore...che riempie l'anima e ti cerca, sfuggi e ti allontani, poi accetti e si trasforma nel canto più dolce, nel sole più caldo...a quel punto puoi chiamarlo!
Complimenti dirti brava è poco e meraviglioso!

margherita pisano 08/03/2017 - 11:41

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LUDOVICA GABBIANI...Un bellissimo monologo dove l'interlocutore è il dolore. Accorato, persuasivo e rassegnato il tuo chiedere al fine il nome, al dolore che mai fino allora si era presentato a te ed è giusto che tu lo chiami "inaudito".
Mi è piaciuto moltissimo 5*

mirella narducci 08/03/2017 - 00:10

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