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Dolmen - ricordo d'Irlanda

Quel mattino di fine estate, dopo che una pioggia leggera si era appena posata sul terreno come rugiada, si poteva udire nell’aria la melodia di una musica celtica. Il cielo plumbeo d'Irlanda cambiava continuamente il suo aspetto e alcuni sprazzi di luce lambivano le rocce spaccate lungo la piana del dolmen di Poulnambrone. Ad un orecchio attento le note di quella nenia, a tratti stonate, avrebbero evocato luoghi e persone di un tempo ormai passato mentre l’uditore distratto ne avrebbe percepito solo la tediosa dissonanza come di una vecchia cantilena. Ryhan, approfittando di una trasferta di lavoro, aveva pensato di prolungare, nel fine settimana, il suo soggiorno a Dublino; avrebbe finalmente rivisto i luoghi della sua infanzia, trascorsi ormai troppi anni da quando fu trapiantato negli Stati Uniti con tutta la famiglia. Le sue origini irlandesi si perdevano nella notte dei tempi ed il nonno paterno, Neal, raccontava storie dei suoi avi con la stessa lucidità di quando, bambino, le aveva ascoltate per la prima volta. Dei tre nipoti Ryan aveva una particolare predilezione per le storie e amava sentirle ripetere all'infinito. Le vacanze nel Connemara trascorse con i nonni erano indimenticabili; le lunghe corse vicino al dirupo a rincorrere e spaventare pecore e il continuo sbraitare della nonna; poi di nascosto a trangugiare birra nella stalla. Lei si occupava di tutte le faccende mentre Neil piuttosto amava fare tardi con gli amici; nonostante il suo tono rude e l’alto tasso alcolico, aveva sempre un occhio di riguardo per i tre ragazzini ai quali trasmetteva un forte senso di attaccamento per la terra natìa. I ricordi di Ryan affioravano sempre più vividi come se il tempo, anziché consumare, nutrisse la memoria con particolari sempre nuovi e come se questa si fosse risvegliata da un lungo torpore.
Ancora quelle note, chiare ma fugaci. Il vento scosse un cespuglio di rovi mentre Ryan osservava il dolmen immobile sulla collina. "Tog leac!" (alzate la pietra!). Per generazioni la famiglia O'Connor aveva pascolato le greggi su quei terreni e Ryan nonostante fosse cresciuto oltre oceano viveva nostalgicamente nei suoi ricordi. Di nuovo quella musica."Geur! Geur!". (Attenti!). Un corvo spiccò il volo e fece sobbalzare Ryan per la sorpresa. La realizzazione di quell'opera era un autentico miracolo di ingegneria e lui da esperto del settore si era soffermato a valutarne peso e dimensioni ipotizzando le possibili tecniche di spostamento usate dai suoi progenitori. Si accovacciò e prese un sasso tra le mani fissando lo sguardo sull'ombra prodotta dalla pietra appoggiata come trave. Il ciondolo che aveva in tasca scivolò a terra; aveva il simbolo della croce celtica in metallo lavorato a mano, come l'originale; così aveva garantito l'ambulante accampato all'ingresso dell'area riservata al museo. Pensò di nuovo a tutti quegli oggetti e volse curioso lo sguardo verso il vialetto. Ma dove si era cacciato? … all'improvviso sparito nel nulla! Anche il pullman di turisti era già ripartito. La desolazione di quel posto dimenticato dal mondo civile, assumeva ora un aspetto quasi spettrale. Vide una mantella sventolare nella brezza vicino alla grande roccia; nell'ombra dita affusolate si muovevano ritmiche e leggere sui fori di un flauto. “An fheadóg mhór” (Il flauto Ryan!) Ní chuireann an ceol dearmad (La musica, non dimenticare). Ora piu forte. Éist leis an oracle (Ascolta l’oracolo!).
Musica: ora la sentiva in maniera chiara e seguiva il flusso con lo sguardo fisso al musicista di strada. “Tar ar ais chugainn”. (vieni, rimani con noi). Una nuvola bassa confondeva cielo e terra e ad ogni passo Ryan stava attento a dove appoggiare il piede su quel pavimento aspro e roccioso. Il flauto era accanto alla stele di arenaria, o forse vicino all’albero: ma doveva essersi spostato per un attimo. La musica continuava flebile ed era quasi impossibile capire da dove provenisse. “Bheith linn”aillte” (Unisciti a noi, alle scogliere Ryan).
Ryan decise che era ora di rientrare; doveva terminare il suo tour puntando verso le Cliffs. Non poteva rinunciare ad un tale spettacolo della natura prima di riprendere il volo.
Le ombre si era allungate lungo la piana di Poulnambrone, il musicista di strada fece capolino dietro la colonna del dolmen; l’aria celtica era più ritmata e frenetica ma ancora più impercettibile. “I bhfad ró, bheith le linn, le do thalamh” (troppo lontano eri, presto sarai con noi, presto, ora). Ryan montò sull'auto e mise in moto attivando il tergi per la pioggia che offuscava la visuale. Uscito dal parcheggio, svoltò sulla provinciale facendo attenzione alla stretta carreggiata e ai muretti coperti da rovi di more ancora acerbe poi, al bivio, proseguì dirigendosi verso le scogliere per un saluto, l'ultimo.



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Racconto scritto il 10/06/2017 - 17:02
Da Alessandro Rimoldi
Letta n.195 volte.
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Commenti


Bel racconto in terra di Irlanda, con un non so che di inquieto, sarà forse la nenia celtica che sembra confondere tutto. Giulio Soro

Giulio Soro 10/06/2017 - 18:23

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