La scala scultorea
Si chiamava Serafino. Era l'ultimo ospite arrivato al Conforto, una Comunità Alloggio per anziani situata nel messinese, dove lavoravo in qualità di Operatore Socio Sanitario.
«Prima di avere problemi di deambulazione, mi dilettavo con la scultura. Tu, caro ragazzo, si nota che non hai un cuore... di pietra» mi disse una sera, mentre lo aiutavo a indossare il pigiama.
Quel signore dall'aria gentile mi suscitava simpatia e tenerezza, oltretutto era evidente che desiderava scambiare quattro chiacchiere.
«Massì, dato che manca mezz'ora per smontare, nell'attesa che giunga l'unità notturna, mi trattengo un po' con lui» pensai. Nel frattempo, le mie due colleghe del servizio pomeridiano si erano già piazzate nel balcone della struttura a fumarsi una sigaretta e a spettegolare come loro solito.
E fu così che lo invitai a pigliare il suo girello per avviarci in salone a sederci su due poltroncine.
Serafino iniziò a raccontarmi con amorevolezza della defunta consorte, soffermandosi sulla malattia che l'aveva resa invalida, costringendola a letto. Ne seguitò un discorso orientato sulla politica, definendosi egli un comunista cristiano, per poi ritornare a parlarmi in riguardo la sua passione per la scultura. Insomma, passò da falce e martello, a scalpello e martello.
«Cinque anni fa, decisi di realizzare una piccola scala rivolta verso l'alto. Quando la completai, con l'aiuto dei miei nipoti, la collocammo in giardino. Secondo il mio intento, simboleggiava la congiunzione tra cielo e terra.»
«Una scala rivolta verso l'alto...» ripei, provando a immaginare un'opera di sicura autorialità.
«Sai, io e Angela vivevamo in una villetta nella campagna. Per via dell'età, mi venne difficile modellare i gradini. Eh, mica avevo vent'anni come te.»
«Trentaquattro!» lo corressi.
«Ah, te ne davo dieci meno!»
Sorrisi e ricambiai quel complimento dandogli un buffetto sulla guancia.
«L'estate scorsa, feci una specie di sogno. O forse si trattava di una visione. Non so.» Si prese una pausa per soffiarsi il naso con un fazzoletto e proseguì serioso. «In una notte ventosa, mia moglie, si alzò dal nostro lettone, mi baciò sulla fronte e uscì dalla camera. Restai paralizzato dallo sbigottimento, finché non indirizzai lo sguardo sulla finestra dalle persiane aperte. La vidi in giardino, accanto a un lampione che proiettava sull'erba un tremolante cerchio di luce.
«Mmh...» biascicai, annuendo assai colpito.
«La scala scultorea di cui ti ho accennato poc'anzi si era allungata tantissimo, per di più era diventata traslucida, emanando un chiarore indescrivibile» continuò Serafino con la voce rotta dall'emozione.
«Incredibile!» esclamai con un fil di voce.
«Angela mi salutò agitando una mano e piano piano salì i gradini, fino a che non sparì tra le nuvole. Le persiane si chiusero di colpo e caddi in un sonno profondo. La mattina dopo, al risveglio, la mia dolce metà c'era ancora. Se non fosse stato che...»
Serafino si interruppe e con le lacrime agli occhi dalla commozione, si sollevò sui braccioli della poltroncina, inoltrandosi nella sua stanza.
Rimasi da solo, molto toccato da quella storia. Non trascorse nemmeno un minuto che suonò il citofono. Ebbi un sussulto. Era il cambio.
«Prima di avere problemi di deambulazione, mi dilettavo con la scultura. Tu, caro ragazzo, si nota che non hai un cuore... di pietra» mi disse una sera, mentre lo aiutavo a indossare il pigiama.
Quel signore dall'aria gentile mi suscitava simpatia e tenerezza, oltretutto era evidente che desiderava scambiare quattro chiacchiere.
«Massì, dato che manca mezz'ora per smontare, nell'attesa che giunga l'unità notturna, mi trattengo un po' con lui» pensai. Nel frattempo, le mie due colleghe del servizio pomeridiano si erano già piazzate nel balcone della struttura a fumarsi una sigaretta e a spettegolare come loro solito.
E fu così che lo invitai a pigliare il suo girello per avviarci in salone a sederci su due poltroncine.
Serafino iniziò a raccontarmi con amorevolezza della defunta consorte, soffermandosi sulla malattia che l'aveva resa invalida, costringendola a letto. Ne seguitò un discorso orientato sulla politica, definendosi egli un comunista cristiano, per poi ritornare a parlarmi in riguardo la sua passione per la scultura. Insomma, passò da falce e martello, a scalpello e martello.
«Cinque anni fa, decisi di realizzare una piccola scala rivolta verso l'alto. Quando la completai, con l'aiuto dei miei nipoti, la collocammo in giardino. Secondo il mio intento, simboleggiava la congiunzione tra cielo e terra.»
«Una scala rivolta verso l'alto...» ripei, provando a immaginare un'opera di sicura autorialità.
«Sai, io e Angela vivevamo in una villetta nella campagna. Per via dell'età, mi venne difficile modellare i gradini. Eh, mica avevo vent'anni come te.»
«Trentaquattro!» lo corressi.
«Ah, te ne davo dieci meno!»
Sorrisi e ricambiai quel complimento dandogli un buffetto sulla guancia.
«L'estate scorsa, feci una specie di sogno. O forse si trattava di una visione. Non so.» Si prese una pausa per soffiarsi il naso con un fazzoletto e proseguì serioso. «In una notte ventosa, mia moglie, si alzò dal nostro lettone, mi baciò sulla fronte e uscì dalla camera. Restai paralizzato dallo sbigottimento, finché non indirizzai lo sguardo sulla finestra dalle persiane aperte. La vidi in giardino, accanto a un lampione che proiettava sull'erba un tremolante cerchio di luce.
«Mmh...» biascicai, annuendo assai colpito.
«La scala scultorea di cui ti ho accennato poc'anzi si era allungata tantissimo, per di più era diventata traslucida, emanando un chiarore indescrivibile» continuò Serafino con la voce rotta dall'emozione.
«Incredibile!» esclamai con un fil di voce.
«Angela mi salutò agitando una mano e piano piano salì i gradini, fino a che non sparì tra le nuvole. Le persiane si chiusero di colpo e caddi in un sonno profondo. La mattina dopo, al risveglio, la mia dolce metà c'era ancora. Se non fosse stato che...»
Serafino si interruppe e con le lacrime agli occhi dalla commozione, si sollevò sui braccioli della poltroncina, inoltrandosi nella sua stanza.
Rimasi da solo, molto toccato da quella storia. Non trascorse nemmeno un minuto che suonò il citofono. Ebbi un sussulto. Era il cambio.

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Commenti
Seby Flavio Gulisano, con molto piacere noto che ti sei prodigato a leggere alcuni miei scritti, mi fa enormemente piacere.
Con "Serafino e Angela", l'ispirazione non mi è stata difficile, del resto lo dico chiaramente nel N.d.R.
Serafino e "Angela", due nomi che sebbene casuali identificano due angeli, il perno centrale della storia, anzi, della storia nella storia è l'amore quello che non "invecchia" mai che va oltre il tempo, lo spazio e... "aldilà" di tutto, anche di malattie irreversibili
Con "Serafino e Angela", l'ispirazione non mi è stata difficile, del resto lo dico chiaramente nel N.d.R.
Serafino e "Angela", due nomi che sebbene casuali identificano due angeli, il perno centrale della storia, anzi, della storia nella storia è l'amore quello che non "invecchia" mai che va oltre il tempo, lo spazio e... "aldilà" di tutto, anche di malattie irreversibili


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Sicuramente molto bello e ben scritto. Apprezzo i racconti leggeri che dipingono uno scampolo di vita o un evento come in questo caso. L'argomento sovrannaturale non disturba più di tanto perchè è in grado di emozionare ed anch'io avrei ascoltato il racconto di Serafino senza fiatare. Complimenti.


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Vi ringrazio a tutti sentitamente, che avete scritto delle sorta recensioni, chi misurate e chi un po' più lunghe e mi riferisco a quella di Adriano Martini che si avvale di una toccante testimonianza diretta, tra l'altro le vostre righe di disamina mi hanno emozionato e che senz'altro aggiungono spessore al mio componimento che si avvale di porzioni e spezzoni realmente raccontate al sottoscritto di cui è stato quindi possibile strutturare tale componimento.
Un abbraccio mondiale amici cari.

Un abbraccio mondiale amici cari.




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Scrivi molto bene!!! Io non riesco a farti analisi lunghe come fai tu (ho problemi alla mano destra) comunque riesco a dirti che mi colpisce la tua umanità. È una cosa rara e preziosa in un giovane d'oggi. Poi racconti divinamente. Io di solito leggo le poesie perche ho poco tempo ma da oggi ho deciso di guardare anche i racconti. Complimenti davvero e piacere di averti conosciuto!!!!!


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Caro, Giuseppe una persona come te che racconta storie a questo livello di umanità non può che essere un a persona di estrema sensibilità e se a questo vi aggiungi anche un bel modo di scrivere ecco che hai descritto un meraviglioso scrittore di nom,e Giuseppe Scilipoti. Un abbraccio .






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Il lettore potrebbe chiedersi dove finisce la realtà ed inizia la finzione. La scala verso il cielo sembra fantasia perché non la si riesce ad immaginare mentre fa pensare il sogno profetico, quasi un messaggio di una persona che sta per morire. A me sono capitati dei fatti insoliti, non straordinari, alla scomparsa dei miei genitori che mi hanno fatto pensare. Mio padre è morto per l'Alzheimer e quindi l'ho perso un po' alla volta. Credo che il racconto abbia puntato su altri aspetti perché parlare più diffusamente di questa malattia avrebbe snaturato il racconto. Mi pare quindi buona l'idea della costruzione della scala per far capire come, chi vive accanto al malato, vorrebbe entrare in qualche modo nella realtà del famigliare per aiutarlo. Io non ho costruito scale di mattoni ma piccole scale di menzogne per raggiungere lo stesso intento.
Racconto stimolante.
Racconto stimolante.


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Mi è piaciuto molto il contenuto, anche perché anch'io amo scrivere sugli anziani e su quella malattia terribile che è l'Alzheimer. Un unico appunto...meritava di essere trattato con particolari maggiori, insomma è sembrato un po' sbrigativo, forse perché temevi che non avrebbe riscosso l'interesse del lettore. Ciao. 



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