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CRESCERE

Crescere



Non lo aveva mai fatto. Aveva ormai ventun’anni e non lo aveva mai fatto. Quel giorno in effetti, si sentiva strana ma non sapeva spiegarsi il perché. Si era recata, come al solito, al negozio per acquistare l’ennesimo paia di ballerine quando, appena entrata, le vide. Erano poggiate su di un espositore illuminato da mille faretti, luccicavano di mille riflessi e capì di volerle.
Era, o almeno aveva sempre pensato di essere una ragazza semplice che disdegnava le frivolezze tipiche delle ragazze della sua età, non amava vestire “da donna” come le diceva suo padre, non aveva più indossato una gonna da quando aveva fatto la comunione, aveva i capelli lisci sempre legati e non si truccava. E allora perché era rimasta affascinata?
Non seppe né rispondersi né resistere.
Si allontanò dallo scaffale che aveva sempre frequentato dove si trovavano, almeno così le sembrò quella volta, le scarpe basse e tristi e si avvicinò all’espositore rimanendo incantata.
Non osava toccarle, le sembrava che potessero infrangersi nelle sue mani ruvide appena le avesse sfiorate; poi si fece coraggio e le toccò, non successe nulla e allora le prese in mano delicatamente come se fossero state di vetro e le guardò attentamente, estasiata.
Non pensava che avrebbe potuto desiderarle, non pensava di essere quel tipo di donna da indossare quel genere di scarpa, non pensava di essere in grado di camminarci ma capì di aver cambiato idea. Le voleva, avrebbe imparato a indossarle e le avrebbe avute e utilizzate.
“Sono veramente belle, vero signorina?”. Sentì la commessa alle sue spalle, si girò e la guardò come se fosse stata colta in fallo ma poi si rese conto che la ragazza le sorrideva e le rispose un tremolante “si…molto…ma…” “scommetto che stai pensando che sono scomode da portare” aggiunse la commessa ammiccando con complicità “invece sono straordinariamente comode e ben fatte” aggiunse invitandola, con un gesto, a sedere per provarle.
Lei si lasciò guidare alla poltroncina, si sedette e cominciò ad armeggiare per levarsi i pesanti scarponi che indossava, “devi levarli tutti e due per provarli, altrimenti non vale” disse la commessa quando lei fece per prendere una scarpa sola. Pensò “Che vergogna, se ne accorta che è la prima volta che provo i tacchi alti, devo darmi un contegno, non voglio fare brutta figura”.
Indossate entrambe le scarpe nuove si rese conto che si sarebbe dovuta alzare.
La commessa, che aveva capito il problema, non era certo la prima volta che si imbatteva in un’imbranata, le sorrise comprensiva, mentre pensava “tutte a me capitano le strambe; a questa età ancora non sa portare i tacchi”. Lei, però, non seppe leggerle il pensiero e porse la mano fiduciosa verso la commessa per farsi aiutare a mettersi in piedi.
Quando, finalmente, vi riuscì si accorse che effettivamente le scarpe erano veramente comode e i 12 centimetri del tacco non davano tutto quel fastidio che temeva; sempre guardandosi solo i piedi trovò che, tra l’altro, le stavano proprio bene al piede.
Ma fu quando alzò lo sguardo che rimase sbalordita di se stessa, il fiato le si fermò in gola. Davanti a sé, nello specchio, si vide un’altra, bellissima, slanciata, “una fotomodella” pensò di sé; la commessa che prima la sovrastava in altezza era diventata piccola piccola e la guardava da laggiù, ebbe la sensazione di volare per quanto era in alto “Non avrei mai pensato che 12 centimetri fossero così tanti.”pensò.
Ora non rimaneva che camminare, e non era proprio facile ma si fece coraggio e provò a muoversi appena appena. La commessa le stese il braccio per aiutarla, lei rifiutò con un gesto e pensò “Adesso cado e muoio ma non mi faccio aiutare da questa”.
Invece non solo non cadde ma avanzò a passo sicuro verso la commessa e disse “non avrai mica pensato che non sapevo camminare sui tacchi a spillo?” La commessa le sorrise cortesemente pensando all’incasso e le rispose “No, si vede che sei abituata, certo però che con queste scarpe devi indossare la minigonna, vedrai come le valorizzi, starai benissimo”.
Uscendo dal negozio si rese conto che ormai era cambiata, doveva andare a comprarsi una mini e prepararsi ad una vita nuova e diversa ma sicuramente più divertente.
Sorrideva, era felice di una gioia mai provata e si disse “TUTTO PER UN TACCO 12”.


Dedicato a Elisabetta e ai suoi mitici tacchi.




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Racconto scritto il 29/01/2014 - 09:26
Da Franco Di Michele
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