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Uno di sotto

Eh sì! C'è pure un ciclope qua da basso. Ed enorme ovviamente. Cento metri ed oltre d'altezza. Braccia lunghissime. E pari a tutti i ciclopi ha un occhio solo. Il terzo. Piazzato sul ginocchio sinistro. Che non si capisce cosa gli fa vedere d'altronde. È tutto buio. Ma potremo dire sta abbastanza normale non sapere proprio bene cavolo vede il terzo occhio. O qualcuno che lo sa me lo dica per favore. Abita all'incirca, il ciclope intero, cinquemila chilometri al di sotto della crosta. In un'isola di detriti formata da stalattiti e stalagmiti crollate le une sulle altre, circondata d'orridi profondi e non serve neanche dire inesplorati.
Collegata, l'isola, agli strati fermi da uno strettissimo istmo dove. Dove passai a fatica. Ed è mio amico. In che maniera lo conobbi? Arrivai a lui inseguendo una teoria affascinante balzatami nella papilla gustativa del mio quarto occhio sinistro.
Avevo notato, man mano affondando le viscere della nostra terra, che incontravo esseri sempre più giganteschi. Falene balene e vermi treni con centocinquanta vagoni per intenderci. E che avvicinandomi al nucleo lievitavano ancora. Non bastasse pure io crebbi esponenziale. Che oramai stavo alto quattro metri. E tastavo essere bocconcino ambito da molte ogni volta mi grattavo le parti nobili e. E comunque non divaghiamo. La teoria sortami era il centro della terra irradia un'energia equivalente a quella della luce del sole. E che quest'energia, parecchio nutriente, diventi meno intensa allontanandosi da lui.
Il pianeta vicino al sole è bruciato dalla luce. Quello lontano baciato appena insomma e per fare un paragone. Tanto d'arrivare sopra la crosta con la potenza appena sufficiente per farci crescere quanto siamo. Ed i grandi alberi sproporzionati rispetto a noi ne sono una buona prova, congetturavo. Affondando radici oltre la media della loro specie infatti vanno, forse ignari, incontro a questa forza diventando giganti rispetto a chi calpesta il suolo e basta. Ed è per questo, secondo me, le creature andando giù lievitano incredibilmente. E cioè perché inglobano ignare energia potente proveniente dal nucleo. Chiaramente però il ciclope mi catturò all'istante ed in attesa di mangiarmi voleva ingrassarmi un tot, che sono sempre stato magrolino. Al che per fortuna ho avuto un minimo di tempo allo scopo d'elaborare un piano di fuga. E visto c'ero un piano che nel contempo dimostrasse la mia teoria. Alla fine decisi avrei dovuto piantargli nell'occhio l'equivalente, per lui, d'una pagliuzza. Una roba piccola che non se ne rendesse manco conto. Ed all'uopo attesi s'addormentasse, gli alzai un minimo la palpebra, urca che faticaccia e ne spinsi, altra faticaccia, una nell'iride appena pungendolo. E poi scappai veloce verso l'alto. Manco volessi terminare la mia esplorazione. E ci riuscii anche. E naturalmente lui appena sveglio cominciò un furibondo inseguimento. Scappavo veloce approfittando del fatto non poteva infilarsi in alcune strette fessure dove passavo io e doveva quindi fare lunghi giri. Risalii lesto quasi per non fargli venire sospetti. Risalii che ora ero alto tre metri. E lui sessanta e l'occhio iniziava a vedersi arrossato. Continuai la fuga ch'ero quasi tornato alla mia altezza di sempre e lui nel mentre bestemmiava contro il forte dolore al ginocchio. Balzai su ch'ero si può dire piccolo al solito e lui ridotto ad una ventina di metri e. E la pagliuzza rimpicciolendosi l'occhio aveva assunto la mole d'una trave enorme.  E creato un'infezione impressionante. Sto trionfando su tutta la linea, esultai bensì.  Bensì al solito non ci riuscii. A fare del male non ci riuscii. Lo stavo menomando grave e forse definitivamente e non faceva parte del mio piano, né del gioco. Senti, gli urlai. ‐T'ascolto‐ rispose. Stai conciato male e se sali oltre rischi grosso. Lasciami perdere, non hai diversa possibilità. Vai veloce giù.
Ricrescendo la pagliuzza tornerà inoffensiva e dopo se vuoi te la tolgo io.
‐Non mi dire avevi previsto tutto questo‐ mi domandò stupito. No no lo sospettavo unicamente possibile e volevo verificarlo e dimostrarmelo ma. Ma solo perché mi tenevi prigioniero. Sia ben chiaro e. ‐E dai vieni‐ allora esclamò. ‐Persone del tuo calibro non meritano d'essere mangiate. Hanno qualcosa di meglio del corpo da dare in pasto‐ e. E cosi gli saltai in groppa ed in men che non si dica lievitammo  nuovamente. Potei estrargli la pagliuzza e. Ed avere per sempre da lui lo stesso rispetto che il leone dedica al topo da quando la sua zampa non ha spine.



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Racconto scritto il 21/05/2023 - 03:02
Da Mirco De pretto
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