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Simona

Carlo non conosceva bene Simona. L'aveva conosciuta solo attraverso suo fratello Ciro, avendo la stessa età giocavano insieme da piccoli. A quel tempo si divertiva a suggerire l'interessante sintonia che notava tra loro. Non immaginava successivamente, ed è questo il motivo del suo futuro trascinato stupore, che sarà proprio lei che invece si innamorerà di lui. Almeno così cercò di fargliela credere "forse mi piaci; è per questo che vorrei darti un bacio sulle labbra adesso, ma è troppo tardi, devo andare a cena".
Però Ciro e Simona, rimasero ancora più amici
dopo l'inizio dell'incerta infatuazione, e Carlo non capì più il suo ruolo con gli amici la famiglia, come chi recava consigli, sostegni e suggerimenti, una mano amica, pronto a dare un conforto.
Si aggravava la considerazione, di non essere riuscito a constatare, che Simona, la simpatica ragazzetta bionda, che giocava con suo fratello Ciro, potesse un giorno essere stata la sua ragazza. Una sera molto particolare, quando Carlo aveva già abbandonato l'idea di conoscere l'incredulo desiderio che provava per lui, Simona lo baciò d'improvviso sulle labbra. Il desiderio di non tirarsi indietro, l'insistenza a volere una spiegazione, visto che fino ad allora lei Simona, si mostrava formalmente una buona amica, lui qualche volta le telefonava, con riserbo si raccontavano non proprio tutto, indusse loro a frequentarsi. La loro neonata relazione "ti bacio se scappi", cercava disperatamente la sua giustificazione nell'affetto, nel tentare di provare amore reciproco, avvertendo immancabilmente la costrizione, che l'amore non poteva nascere da una modesta bugia e seguita dalla speranza che la bugia divenisse realtà. Carlo invaghito, deviò i suoi studi universitari, saltava le lezioni, sedeva nei giardini della facoltà e avventurava il suo sguardo verso le fronde degli alberi, confondendo il suo stesso pulsare "perchè ho solo amato il verde brillante delle foglie, ma mai ammirato, sebbene notato, la brina d'acqua che c'è di mattina?". L'imposizione di trascinarsi lo stesso finto stupore, che provava con Simona, anche quando guardavano
il cielo stellato, aspettando una stella cadente. Simona cercava di scambiare l'affetto per lui, con la commiserazione che Carlo invece, non riusciva a provarne di stupore o di affetto, non gioia. L'amore del "tu che non riesci a provare amore".
Simona credeva quasi essere una santa nel tentare in questo intento, fin quando Carlo un giorno, dopo quasi tre anni di relazione e dopo aver saltato ancora un'altro esame, capì un punto fondamentale della sua vita; lo studio, i suoi amici, la sua famiglia suo fratello Ciro, erano tutti a lui contrari. Lo avevano assecondato, smosso spronato, corteggiato e sostenuto come un ninnolo da sempre, ma effettivamente come se tutti all'unisono, a prescindere dal suo stato d'animo, ed era questo il punto fondamentale, stessero dirigendo, con una nota di comune accordo sottintesa, la sua stessa vita, e se si trovava a quel punto, o ovunque si fosse trovato in futuro, lo doveva proprio a loro.
Avvertiva che loro avrebbero potuto continuare ad assecondarlo vezzeggiarlo, e dolcemente, anche se fosse stato sul punto di morte, come se tutti già conoscessero ormai il suo traguardo.
Suo padre di questa sua delicata confusione, ne era venuto a conoscenza, ed allora qualche giorno dopo, nel fine settimana, gli consigliò per precauzione, un momentaneo ricovero in una clinica psichiatrica. Carlo acconsentì subito alla proposta del padre, seguito dalla mansueta madre, da Ciro il cordiale fratello e da Simona la prudente ragazza.
Quando fu lunedì il padre era nel suo ufficio, gli disse "allora sei pronto?", Carlo rispose "Certo", "scendo giù e vado a prendere la valigia". Andò nel parcheggio dove era la macchina del padre, spostò la valigia nel sedile posteriore,
salì, mise in moto, e prese la direzione della stazione, scappò via.
Fece il biglietto del primo treno che percorresse almeno cinquecento chilometri. Il treno arrivò presto, salì sopra, timbrò e si sedette vicino al finestrino. Il treno partì, non c'era molta gente, c'era solo un'intrigante ragazza bionda con i capelli lunghi; che buffo, sorrideva, ed aveva i suoi stessi occhiali da vista.



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Racconto scritto il 24/09/2014 - 15:47
Da Luca Di Paolo
Letta n.1448 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


I miei complimenti per la capacità di esprimere i sentimenti anche quelli più reconditi. Situazioni difficili da descrivere che hai risolto brillantememnte. Un po' scontato il finale se vogliamo, ma così doveva finire.

Franco Melzi 26/09/2014 - 09:46

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racconto di gradevole lettura con una profonda morale,ognuno è artefice del proprio destino non possono gli altri decidere per il tuo futuro quando si è adulti e in grado di decidere della propria vita,bravissimo LUCA,hai fatto bene a prendere quel treno

genoveffa 2 frau 25/09/2014 - 12:23

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Fuggire occorre sempre, e a gambe levate, da chi ti voglia mantenere, a qualsiasi età, nel mondo delle favole...sciocche per giunta! Un racconto che è, appunto, leggero come una favola, e una buona favola tale è se un buon insegnamento ti dona alla fine! A tuo conforto voglio dirti che questo insegnamento ha lasciato perfino a me che vecchia sono: il miglior consiglio, per la tua vita, non fartelo dare dagli altri, nemmeno quelli che più dicono di amarti...Il miglior consiglio te lo puoi dare solo tu. Se ti ami davvero, e non ti prendi in giro. CIAO Vera

Vera Lezzi 25/09/2014 - 07:44

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