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Martino diventa professore (seguito racconto precedente)

Trascorsero alcuni giorni dal sequestro della stilo. La solita cartoleria stava diventando un rifugio. Non me ne accorgevo, ma a poco a poco stava per essere la mia salvezza, non la mia condanna. Avevo sempre la paura di rimanere seppellito tra le cartelle, la solitudine di un negozio con poco profitto. Ma dopo aver aperto la saracinesca, acceso le luci, risistemato qualche prodotto di qua e di là, trovavo sempre qualche piccola occupazione per la mente. Già sapete della passione per le rime, ma da pochi giorni ho scartato una vecchia pianola a fiato che occupava uno scaffale, di quelle che si usavano nei tempi passati nelle scuole medie, che nessuno più usa. La presi sol per riconoscere le note nella tastiera, con un piccolo manuale di tastiera mi esercitavo con le posizioni delle dita. Le mie dita erano così candide che scomparivano nei tasti bianchi, ma per fortuna erano ancora agili, lunghe e sfilate, e mi permettevano ancora di percuotere agevolmente i tasti. Purtroppo, per quanto riguardava la musica, era la mente troppo tracagnotta. Abbandonai dopo pochi minuti d' esercizio, e sono già tanti i semi da me gettati nell'asfalto.
Una sera dal solito negozio fui sotto casa mia, la scarsa illuminazione sopra la testa, oltre assediava il buio fitto, stavo per sfilare le chiavi dalla tasca e «Miao, miao» sentii provenire dietro le spalle, mi voltai incuriosito dal nuovo gatto finora mai inteso, ma nessuno all'orizzonte. «Vai a cercare nell'oscurità un animale furtivo per natura!».
Fui subito in camera, sprofondai in un sonno interrotto al mattino dalla telefonata dell'Istituto medio inferiore di Casalvecchio Siculo, in cerca di supplente fino a fine anno scolastico, a piene ore, non molto vicino a Graniti, una distanza davvero tosta, e l'indomani stesso dovevo presentarmi dinanzi al preside ed iniziare immediatamente le lezioni. Era finalmente una notizia buona, sorrisi. Presi servizio.
Io e Lucilla da due giorni esatti non ci guardavamo negli occhi, per effetto della lontananza, e solo per questa. Ci ritrovammo in casa mia, mi chiese se i vigili mi hanno consegnato la stilo. E chiedere in presenza di mia madre e mia sorella, significò ripetere la seccatura di raccontare un’altra volta la discussione avuta coi vigili, e rimarcare l'evidente sopruso nei confronti del quale mi sono rassegnato che, avendone io provato in maniera esaustiva la mia appartenenza, quella penna non mi veniva ancora consegnata.
«Va bene, ne ho tante altre e quella era sul punto di esaurirsi. Sicuramente la stanno utilizzando... quei ladri». La mia rassegnazione durava finché non pensavo che s'avvantaggiavano a spese mie.
E tutti m’invitavano a lasciare perdere per una penna.
Tornavo a casa senza accorgermi che già un mese era passato, ero già stufo di quel lavoro d'insegnante come un veterano assuefatto alle mille battaglie; l'entusiasmo è durato solo la prima settimana e l'insofferenza m'ha già reso antipatico agli allievi. Che dire? Mai avrei ammesso di odiare sì tanto i ragazzetti: non mi sono simpatici perché non lo sono. Già sembrano dei mattatori di teatro, sono svelti e abili nella battuta, più di me sagaci, non li posso soffrire. E pensare che mi piaceva immaginare il dialogo con uno dei tanti alunni col suo dilemma, il suo sogno in principio, la piccola delusione. Consigliare, spronare, lasciare il segno in una vita che non sarà quella delle lettere. La maggior parte dei ragazzi è svogliata, gli altri decisi a non studiare. Un alunno segue diligentemente le lezioni e produce frutti, ma quelli sufficienti per non avere seccature e dedicarsi con disinvoltura alla matematica e alle scienze, informatico provetto, non credo che abbia bisogno dei miei insegnamenti.
In quel periodo vedevo Lucilla solo nei fine settimana in cui non dovevo correggere compiti e preparare lezioni, rimpiangevo la cartoleria, e il mio forum; in verità la nostalgia si manifestò un giorno preciso: ero nell'aula dei professori da solo, pensavo a Lucilla, e quando non è presente penso alle mie poesie, inutile spiegarmi il perché.
Da un mese intenso d' interrogazioni, compiti, consigli di classe e colloqui coi genitori fui scaraventato nel lungo ponte dell'Immacolata; le feste dovevano essere l'occasione per stare insieme a Lucilla, tre giorni solamente con lei. Ed io tornavo a casa in macchina, immaginavo un viaggio fortunato dell'ultimo minuto, pochi soldi per alloggiare in una località di montagna: la nuovissima neve, atmosfere di seri inverni nelle Alpi tirolesi. Sarei dovuto passare dall'agenzia di viaggio di un mio amico a Calatabiano, e subito in volo, ma dovevo convincere Lucilla, avvertire i miei genitori, tutte faccende che mi faranno perdere una imminente offerta. Appena tornato a casa, la prima cosa che avvertii era il senso di sollievo che traspariva nel volto di mia madre. Da quando è ritornata al negozio si è affaticata, non per il lavoro pesante del negozio, ma quello che trovava di ritorno a casa: biancheria, pranzi, cene, pulizie e riordino, e molto lavoro lo lasciava per il fine settimana, e lei già aveva destinato il pomeriggio di vigilia ai lavori casalinghi, fui messo innanzi alle incombenze da svolgere in negozio. Rinvenni una colpa in quelle fantasie di rilassamento che rovistavano la mia mente: abbandonarsi allo svago mentre altri lavoravano per me, nella comodità di una albergo con centro relax. Mi rinsaldai nelle mie responsabilità e ringraziai il mio carattere, temporeggiatore nell'esibire i pensieri e poi attuarli. Fui felice d'aver evitato una fatica a mia madre, e “per come passare la vigilia, seduto in negozio, mi verrà qualche idea”.
Tutto il pomeriggio l'ho passato appunto in negozio pensando a Lucilla, e solo due clienti mi hanno distolto dall' impegno che m'ero assunto quel pomeriggio: completare un sonetto dedicatogli. Un sonetto che leggerò quando farò il certo passo di chiederla in sposa. Il sonetto degno di lei che le svelerà la mia passione nascosta. Per questo avevo sul banco il vocabolario e il dizionario dei sinonimi. E inaspettatamente è arrivata Lucilla, sollecita d' allegria. Aprì la vetrata e mi vide sobbalzare quando m'era già di fronte, s' accorse che nascosi un foglio. Mi chiese cosa avessi da nascondere. «Nulla», risposi, «mi è caduto solo qua il compito di un ragazzetto».
«Correggi i loro temi? Bello leggere i pensieri dei bambini». Parlò in modo incantato, ed ebbe un attimo di pausa, mi accorsi che chiedeva con gli occhi di poterne leggere qualcuno.
«Dimmi di qualche simpatica castroneria», continuò.
«Questi bambini sono seri», risposi, tirai fuori dalla mia borsa dei temi già corretti: «Leggi e te ne accorgerai».
«Poi mi racconti, sono stanca di serietà allora; tutto il giorno la biologia, fra cinque mesi,
avrò il diploma».
«Avrò l'infermiera personalizzata. Dunque fra cinque mesi», rimarcai.
«Tra cinque mesi cosa?», rispose come se si fosse addentrata nei meandri della mia mente. Dissi:
«Per te, per la tua laurea».
«Ah, pensavo anche ad una scadenza tua».
«Ogni tua scadenza è mia», mi guadagnai un bacio davvero appassionato, tanto che fui smanioso di stare con lei in altro luogo e proposi:
«Chiudo tutto e andiamo in qualche ristorante fuori, lontano». Interruppi la sua obiezione nascente a guardare l'orologio: « Sì, un'ora prima della chiusura. A nessuno serve la cartoleria alla vigilia di festa».
Il giorno breve d'autunno compiuto offre alla sera un' atmosfera lieve e calda, dono consueto che protrae San Martino per questa terra, assapora dicembre di giorni incantevoli, e bella stagione è pure l'inverno. Decidemmo di scendere verso la costa. È vigilia di festa, qualsiasi città offre la sua allegria. Eravamo sulla provinciale lungo il mare, in lontananza vedemmo una lampara, era circondata da altre barche più piccole e molte luci chiazzavano il mare d' indorati anelli, ammiravamo una processione ad onorare la Vergine. Dal punto in cui ci trovavamo la visione era davvero incantevole, con gli sguardi sentimmo di fermarci. Raggiungemmo la spiaggia, immersi nel buio, s'intravvedeva la composizione di fiori che ammantava la statua, e l'imbarcazione approdava al porto. Una sosta tra le banchine, e poi la statua si mosse verso la terraferma e sparì tra le vie della città. L'illuminazione distante della provinciale, nulla più alla vista, nulla all' udire, nulla ci distrasse intorno, immersi a baciarci. Ma ad un tratto, di getto, Lucilla disse: «Le mie amiche ridono e non parlano più quando mi avvicino al loro gruppetto. Sta diventando una cosa fastidiosa, si ripete spesso. Prima non ci facevo caso, la ritenevo una mia paranoia. Mi chiedono anche di te, e sorridono, spero che la malignità sia solo un mio pregiudizio». Risposi col mio solito istinto di alleggerire la tensione:
«Ti compatiscono che ti sei messa con uno come me. Non farci caso, non sono ritenuto idoneo... allora ridono di me... va bene così, tanto di te possono solo invidiarsi. Non giustificano il tuo amare me». E con gli occhi splendenti mi baciò. «E sei davvero gentile», disse, «come non amarti».
Ma in me s'insinuò un pensiero incerto, per distrarmi piegai le gambe e raccolsi un mucchio di sassi. Mi avvicinai al limite incostante che abbozza l'acqua, e inutilmente cercavo la mia ombra nella quiete del mare. Un pugno di sassolini nel mio languido pugno, da sempre li stringo, e qui le onde li attirano alla fredda memoria. L'intento è fermo, poco a poco, una alla volta, ogni pietra gettare tra le onde impetuose del mondo, coi sui rumori alleati, i suoi venti, le sue schiume. Dalla mano sanguinante, quanto le ritengo preziose! Non guardo tra le più belle, le più grandi o le più piccole. Ne sfilo una e la getto, sibila il vento, un tonfo e subito inghiottita dal mare; in fondo giace, silenziosa, la immergono i flutti, non supera il chiasso, penso: insieme ad altre superiore sarà la voce, e tutte spariscono dalla mano, un rigagnolo di sangue e nessuna memoria. Lucilla pareva non avvicinarsi e non capivo, ma quando fu al mio fianco, compresi che pochi secondi di pensiero parsero interminabili.
La serata non fu tanto lunga, mangiammo fritture tra le bancarelle disposte nelle strade, riuscimmo pure a vedere la statua che faceva il suo ingresso in un tempio consacrato alla Vergine, e fu lesto il ritorno a Graniti. Mi assicurai che Lucilla fosse già dentro casa, raggiunsi la mia e, accingendomi ad introdurre la chiave nel tamburo della porta, risentii un miagolio di gatto, mi voltai e vidi un ragazzetto stranamente infreddolito, tutto arroccato sotto sciarpa e cappello; pensai quanto fosse spiritoso.
Franco



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Opera scritta il 31/08/2019 - 17:09
Da Franco Tommaso
Letta n.503 volte.
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