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Riflettendo sul futuro

Trentacinque anni in completa difficoltà esistenziale.
Negli anni ottanta c'era tanta gente che lavorava, persone grandi che prendevano fiato solo in tarda serata davanti ad un bel bicchiere di vino. Le donne di giorno andavano in campagna con i mariti oppure lavoravano in casa facendo la spesa senza soldi: “ Il pane e 500 lire di mortadella” “Segno?” “ Sì, segna”.
Così si viveva a quei tempi, lavorando tanto e facendo spesa credendo alla parola altrui. I soldi c' erano pochi ma il lavoro era tanto. I negozianti sapevano che chi comprava “segnando” poi a fine mese o forse con qualche giorno di ritardo, sarebbe passato a pagare. Esisteva il ricco e il povero, ma la maggior parte dei poveri erano onesti tra di loro. Era un dare e un ricevere, la parola data era un patto di fratellanza.
C' era una sola televisione in casa e pochi canali da guardare, alcuni ancora non avevano il telefono fisso nelle loro abitazioni, erano costretti a tenere sempre in tasca i gettoni della cabina telefonica.
Le persone per me vecchie, a quei tempi parlavano di guerra, di campi di concentramento, di bucce di patate come pranzo, cena e pure colazione. Erano loro a dare speranza e volontà ai propri figli . Quelli come i miei genitori avevano visto la miseria: padri tornati a casa senza denti pur di avere il congedo. Madri vecchie a cinquanta anni perché costrette a crescere quattro o cinque figli da sole, non sapendo se il marito prigioniero in guerra sarebbe tornato, e se si, con quale carattere ed intenzione. Avevano la speranza del futuro. Erano certi che con il lavoro e senza guerra avrebbero costruito un avvenire per loro stessi e per noi figli.
Li vedevo sonnecchiare sui tavoli, ma il molto ignorare, dava loro la voglia di festa.
Una fisarmonica suonata ad orecchio, botti pieni di vino in cantina, spaghetti aglio olio e peperoncino a mezzanotte: allegria!
Occhi da bambina ricordano tante persone con il sorriso salutarsi tra loro, bastava che una vicina di casa proponesse di fare il pane e dopo qualche ora non importava in quale casa, c' erano riunite persone anche sconosciute per la colazione con “tortucce” e vino rosso. Una festa continua per festeggiare i primi soldi tra le mani e soprattutto la speranza per il domani.


Gli anni novanta per molti furono anni di ricchezza, finalmente i sacrifici fatti nel decennio passato aveva dato buoni frutti. Rare le persone che non erano riusciti, a farsi la casa. Di auto in famiglia c' era una, i soldi giravano e noi ragazzi venivamo viziati.
Non avevamo dentro lo stimolo della ribellione esistenziale. Era importate distinguersi per il modo di vestire, per il tipo di motorino, per la frangia ai capelli paralizzata con chili di lacca... nulla di più.
I genitori davano ai figli quello che loro non avevano potuto avere: soldi in tasca.
La tv passava Beverly Hills 90210, i Ragazzi del Muretto e Non è la Rai. Si andava a scuola senza molto imparare e si guardava la tv. Non si usciva la sera se c' era Festivalbar, e sopratutto nasceva nella società dei ragazzi del 1979 una grande superbia e poco, anzi pochissimo interesse per il mondo.
Soldi in tasca e nessuna paura.
Poveri genitori, se solo avessero immaginato cosa significava riempirci il portafogli di soldi il sabato pomeriggio!
Si avvicinavano gli anni duemila ed ormai era tutto chiaro: la società si era svuotata di principi e d' idee.
Il commercio di cose sempre più futili richiese la necessità di sempre più soldi. Chi riusciva a fare bottino dai propri genitori veniva sempre più spesso tentato ad avvicinarsi al commercio di schifezze come la droga. Chi invece viveva una realtà più umile, era costretto a tenere i piedi per terra, lavoricchiare come meglio si poteva ed isolarsi dal resto della società giudicante.
Chi pensava al lavoro aveva come obiettivo il famoso “ pezzo di carta”.
Se non si studiava saremmo stati dei falliti, questo si respirava.
Con la licenza media si poteva fare i concorsi: vedevi persone esultare per un otto a fine anno, altri già pronti ad elogiare il figlio perché inscritto alla scuola per ragionieri: anche se non avesse studiato, il modo di prendere il diploma il ricco genitore l'avrebbe comunque trovato.
C' era il vantaggio della scelta a quei tempi: lavoro o studio. Comunque sia qualcosa nella vita avresti fatto. Nessuno a quindici anni percepiva la paura del fallimento. Tutto questo però lo stiamo vivendo ora.
Oggi noi ragazzi del '79 sentiamo un grande peso sull'anima.
Chi ha intrapreso un lavoro trascurando gli studi, si trova a fare i conti con attività che non vanno per le troppe tasse e tanta concorrenza. Chi ha scelto di studiare e laurearsi sicuro del famoso posto fisso, si ritrova ultra trentenne pieno di conoscenze ma senza un giorno di lavoro alle spalle.
Nessuno fa lavorare chi non ha mai lavorato, ma se non si lavora l' esperienza come si fa?
I soldi dei genitori tanto faticati sono finiti, e da soli non riusciamo a mantenerci. Chi fa parte della cerchia dei ricchi ostenta a più non posso dal gradino più alto, e chi sta sotto non può che sentirsi un fallito.
Giusto? Sbagliato? Ed ora che si fa?
Compriamo un gratta e vinci o chiediamo lavoro ai cinesi?
Ingoiamo droga o psicofarmaci?
Crediamo a chi ci dice che il mondo è dei giovani oppure facciamo da zerbino all'anziano con il potere?
Troviamo la forza di manifestare per il nostro futuro oppure evadiamo davanti ad un film?


Paura: sentimento predominante su tutto.


Come siamo finiti così? Abituati a tutto lo schifo incomprensibile che abbiamo intorno?
Dove sono finite le feste danzanti dei miei genitori e i sorrisi spensierati dei bambini?
Questo è il prezzo del progresso? Occhi tristi e uomini con armi in tasca, fiato corto e paura d' amare?


ANNO 2014: AIUTO!




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Opera scritta il 08/10/2014 - 20:47
Da Cristina Mecucci
Letta n.899 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Racconto scorrevole pregno di ricordi di un nostalgico passato,prima si era felici con poco oggi abbiamo tanto e niente, ,niente di niente,la realtà di oggi l'hai ben illustrata ,complimenti,piaciuto,reale
un saluto Cristina

genoveffa 2 frau 09/10/2014 - 13:25

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