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Statale dodici

Magra e abbronzata, con i capelli lisci di un nero fin troppo corvino perché abbia l’aria di esserlo naturalmente.
Non più giovane, con una madre da assistere e una figlia ingombrante da gestire, specie perché il padre è il suo passato: un uomo che nel tempo era troppo cambiato.


Guarda assorta le auto passare sulla trafficata arteria come la sua vita; seduta su una poltroncina bianca davanti al suo negozio di articoli sportivi tra piumini e felpe invernali fuori stagione.
Gli spacchi laterali della gonna lasciano intravedere le gambe quando le accavalla e dalla camicetta si scorge il reggiseno che sorregge poco più che se stesso.


Solo qualche minuto per chiedere un’indicazione e di lei mi affascinarono i modi di fare spigliati, gli occhi di verde scuro, le fossette e i denti quasi da pubblicità che s’illuminarono con la parola.
Pochi minuti, l’auto parcheggiata male e mi richiamò l’afoso nastro di catrame di agosto; per lei non c’era tempo, anche se sarebbe valsa la pena di perderci un secolo in più.




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Racconto scritto il 12/10/2020 - 08:25
Da Glauco Ballantini
Letta n.150 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Grazie a Moreno e Grazia. E' un racconto ispirato vagamente al tema della canzone "Le Passanti" nella traduzione di De Andrè da Brassens...

Glauco Ballantini 13/10/2020 - 12:31

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Breve, il tempo di una fermata e un incontro casuale. Mi è piaciuto, grazie.

Moreno Maurutto 13/10/2020 - 12:03

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Bello, pulito.
Mi piace il cambio del tempo dei verbi:
il ricordo vive col presente
il rimpianto evoca con il passato remoto.

Grazia Giuliani 12/10/2020 - 20:03

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