A carnevale ogni scherzo vale
La sua attenzione era tutta alla strada, ma qualche fugace occhiata verso il sedile del passeggero l'aveva lanciata. Era una ragazza giovane, il modo di vestire… forse punk? Aveva un anello al naso, i capelli tagliati corti e scalati, erano neri con alcune punte tinte di viola. Portava catene al collo e ai jeans. Indossava stivaletti e un giubbotto di pelle corto. Con sé aveva uno zaino e le labbra erano tinte di scuro, e gli occhi truccati di nero. Non era brutta, era minuta e delicata di lineamenti, anche se conciata così non era certo la prima cosa che avesse notato. Anzi.
Continuò a pensare alla strada, ma si sentiva anche tremendamente in imbarazzo. Il viaggio sarebbe durato 3 ore e mezza, ed erano partiti solo da dieci minuti! Dieci minuti che erano stati più che sufficienti per caricare l'abitacolo di un silenzio denso e carico di non detti.
Cercò di schiarirsi la voce, non aveva intenzione di parlare, ma sentiva la gola arsa e stava iniziando a sudare freddo. L'intrusa lo guardò per un secondo, poi tornò a guardare fuori. E lui si chiese a cosa stesse pensando. Anche all'agenzia aveva parlato poco, solo per accettare la situazione: perché se ne stava in silenzio? E perché a lui interessava? Cercò di pensare alla guida, ma l'unica cosa che gli venne alla mente fu la sua sfortuna. Quello doveva essere un viaggio rilassante, lui con la musica e il silenzio.
Aveva accettato la soluzione dell'agenzia perché non aveva scelta. Aprì il suo zaino e prese le sue cuffie. Aveva bisogno di ascoltare un po' di musica per affrontare quel viaggio. Il suo compagno di disavventura non sembrava volesse parlare e a lei andava più che bene così. L'uomo era vestito elegante, sicuramente uno col posto fisso e la mentalità bigotta, lo aveva capito dal modo in cui l'aveva squadrata in agenzia. Era un bene che non volesse parlare, i tipi come lui non facevano che farle domande stupide o peggio delle avances. Premette play, proprio mentre il suo compagno iniziò ad armeggiare con il bluetooth, forse voleva collegare il telefono. Rabbrividì quando vide che stava collegando la musica, sicuramente avrebbe messo qualcosa di noioso o peggio, qualche pezzo attuale, stra commerciale e senza anima. Per fortuna aveva le cuffie e stava sentendo la sua canzone preferita, un pezzo rock degli anni 70. Chiuse gli occhi. Forse il volume di qualsiasi cosa avesse ascoltato lui non l'avrebbe disturbata al punto di non farle ascoltare la sua canzone, non sembrava il tipo da ascoltare musica ad alto volume. Uno strano ritorno nel ritmo della sua canzone la spinse a togliersi le cuffiette.
Ecco il paragrafo corretto solo in ortografia e punteggiatura, senza cambiare nessuna parola:
Aveva comunque intenzione di seguire il piano, la sua strana passeggera si era messa le cuffie, forse per ascoltare qualche orripilante pezzo moderno. Lui avrebbe messo un po' di musica, quella buona, e pazienza se la sua inaspettata ospite non avrebbe gradito.
La musica riempiva l'abitacolo da quasi un minuto, quando la vide togliersi le cuffiette e guardarlo stupita.
«Non ci posso credere!» la sentì esclamare. Che volesse lamentarsi dei suoi gusti? Quelle come lei facevano sempre le alternative e poi ascoltavano roba discutibile credendosi esperte di musica.
«Non è colpa mia se non sei abituata alla buona musica.» disse sulla difensiva. La vide scuotere la testa.
«È lo stesso pezzo che sto ascoltando io.»
«Non ci credo.» Lei gli porse le cuffie, lui le prese un po' sospettoso, si aspettava una qualche cover ed invece no. Lui, sorpreso, le restituì le cuffie.
«Perché qualcuno come te ascolta questa canzone?» chiesero contemporaneamente.
La conversazione si bloccò, mentre entrambi volgevano lo sguardo altrove: lui alla strada, lei al paesaggio.
Poi lui, mentre cambiava velocità per affrontare una curva, prese a parlare del pezzo. Non si aspettava che lei gli rispondesse, ma voleva spezzare quella nuova ondata di silenzio.
«Hai ragione, sai? Ma è quasi impossibile fare una cover di quel pezzo, decente almeno.»
«Dici?»
«Lo dico perché lo so... io suono, ma non mi sognerei mai di provarci.»
«Suoni?» lui era sorpreso dalla rivelazione. Lei fece un gesto vago.
«Sì... in un gruppo, ma niente di che.»
«Deve essere bello.»
«Qualche volta. Che altro tipo di musica ascolti?»
«Dipende... ma di sicuro non ascolto la trap.» Si aspettava, da lei, una qualche difesa del genere, ma lei lo stupì.
«Ha senso. E conferma una delle cose che pensavo di te.»
«Hai pensato molte cose di me?» ora era curioso. Non era sicuro di voler continuare quella conversazione, ma una parte di lui lo spingeva ad addentrarsi in quel labirinto.
«No. In realtà no. Solo le solite cose, quelle che avrai pensato anche tu di me,» disse laconica. E d'un tratto aveva tutta l'aria di non voler andare oltre in quella direzione.
L'aria nell'abitacolo era cambiata. Il silenzio tornò a calare fitto.
Rimise le cuffie. Aveva più che mai bisogno di musica. Era stato strano condividere il suo brano preferito con uno sconosciuto; certe volte faceva difficoltà a condividere la musica pure con i ragazzi che suonavano con lei, ma lui sembrava gentile. Gentile e distante anni luce. La conversazione non era stata brillante, ma doveva ammettere di essersi animata un paio di volte. Sorrise. Un uomo in giacca e cravatta che ascoltava il rock anni '70... e chi lo avrebbe mai detto?
Tornò a concentrarsi sulla guida. La prima mezz'ora abbondante di strada era fatta. Mancavano però altre tre ore. Tra poco si sarebbero dovuti fermare. Non gli dava fastidio il silenzio; ascoltare musica, viaggiare da solo era quello che aveva desiderato, ma in quella circostanza, in quel silenzio così denso, non sapeva starci e non sapeva neanche come romperlo. Di cosa poteva mai parlare con quella ragazza? Ancora di musica? E per quanto tempo? Fare domande sul suo viaggio? Lei sembrava molto restia a parlare. Se ne stava rannicchiata sul sedile del passeggero e ascoltava musica. Lo sguardo era volto al finestrino. A tratti sembrava pensierosa, a tratti triste. Ma prima sorrideva. Cosa l'aveva mai fatta sorridere?
L'uomo sembrava così serio e così pensieroso, come se fosse concentrato su qualcosa, la guida, sicuramente, ma forse anche qualcos'altro che non le riusciva di figurarsi; forse pensava alla sua famiglia? Aveva una donna che lo aspettava? Scosse la testa e si spinse di più verso il finestrino. Perché diamine le venivano quei pensieri? Forse era quel dannato silenzio, nonostante la sua musica. No. Che fosse sua abitudine parlare con gli estranei, ma stare con lui così in uno spazio stretto era strano. Non che avesse voglia di fare conversazione, sapeva che poteva rivelarsi imbarazzante e stupido, ma anche così era difficile affrontare quel lungo viaggio. Cercò di distrarsi. Ogni tanto guardava il profilo di lui, ma mai apertamente; non era brutto e non era tanto vecchio, forse sulla quarantina? Non avrebbe saputo dirlo con certezza. Posò lo sguardo sulle sue mani. Fu uno sbaglio. Erano forti, ma allo stesso tempo delicate. Teneva il volante in modo saldo ma naturale, e la sua guida era sicura, tratti un po' nervosa. Distolse lo sguardo e si concentrò sulla musica, o almeno ci provò. D'un tratto era consapevole di stare in macchina con un uomo. Un uomo che molto probabilmente la giudicava quanto meno strana, se non brutta. E quei pensieri? Quanto mai le era importato del pensiero della gente? Era solo uno sconosciuto che non avrebbe visto più dopo quel viaggio.
Guardò l'ora: era il momento di fermarsi. Era ora di pranzo; mancavano ancora due ore e mezza di strada. Doveva dirlo alla ragazza? Lei sembrava persa nel suo mondo, ma sicuramente anche lei doveva mangiare. Erano arrivati a una stazione di servizio. Accostò. Poi si girò verso la ragazza. Era assorta, e questo rendeva la delicatezza dei suoi lineamenti più evidente. Ma rendeva più evidente anche una sorta di tristezza, che non aveva notato. Sì schiarì la voce. Lei lo guardò.
«Sto andando a comprare qualcosa da mangiare. Cosa vorresti?» lei tolse le cuffie.
«Vengo a vedere cosa c'è.»
Scesero insieme dalla macchina. Era strano per entrambi camminare fianco a fianco. E il silenzio in quella circostanza era diverso da quello della macchina. Camminavano fianco a fianco, naturalmente. Ogni tanto si sbirciavano di nascosto, quasi a volersi assicurare che l'altro fosse ancora lì. Erano impacciati e confusi, mentre continuavano a cercarsi, senza farlo notare all'altro. La passeggiata fino all'ingresso fu breve, ma anche all'interno della stazione di servizio quella strana danza di sguardi non cessò.
Lui la osservava mentre gironzolava tra gli snack e i souvenir; la vide illuminarsi per un portachiavi, e poi posarlo. Lei lo vide mentre scrutava con aria seria i sandwich e dava una sbirciata ai CD.
Poi si persero di vista e si ritrovarono fianco a fianco, al bancone, mentre sceglievano lo stesso panino. Scoppiarono a ridere. Lei aveva una risata timida e lui scoprì che gli piaceva; lei scoprì che quando rideva gli spuntava una fossetta agli angoli della bocca che lo rendeva sexy, e s'infuriò con sé stessa di quei pensieri.
Lui riprese il volante. Cosa cavolo era successo in quell'autogrill? Eppure era successo qualcosa, lo sentiva. Tutto quello che era il suo comportamento abituale era andato a farsi benedire. Lanciò un'occhiata alla ragazza... stava finendo il suo panino, era carina perfino mentre mangiava, eppure non se ne era accorto subito.
Finì il suo panino. Lui era tornato alla guida, e lei ormai si era abituata al suo modo di guidare. Avevano gusti simili sul cibo e sulla musica, e questa cosa non riusciva a togliersela dalla testa. C'erano altre cose che avevano in comune? Eppure all'inizio lui le era antipatico, ed era sicura di non avergli fatto una buona impressione. Di nuovo si chiese perché mai si preoccupasse di come appariva; di solito non le importava. Sì perse a guardare fuori dal finestrino.
Il silenzio era di nuovo calato tra loro, ma era cambiato: era nervoso, come in attesa di qualcosa.
E lui voleva assecondarlo rompendolo. Ma non sapeva come. Mancavano due ore di viaggio, e cominciava a dispiacergli.
«Stiamo andando nello stesso posto.» Che frase stupida da dire! Eppure non era più un ragazzino, perché se ne usciva con una cavolata del genere?
Lei lo guardava. Aveva il sorriso tirato, di chi fa fatica a cominciare un discorso. E lei lo capiva. Anche lei aveva desiderio di fare conversazione, ma di cosa potevano mai parlare? Erano due mondi così lontani. Eppure... eppure.
«Lo pensavo anche io.» Lui la guardò; gli aveva dato una risposta, ora aveva la possibilità di non fare una figuraccia. O almeno ci doveva provare.
«Mi chiedevo perché... io ci sto andando per lavoro, ma tu?»
«Quasi lo stesso motivo. Ho un'audizione.»
«Col tuo gruppo?» Lei scosse la testa.
«Questa volta da sola.»
«Come mai?»
«Voglio cambiare. Provare a suonare il piano per conto mio.» Lui quasi soffocò.
«Tu suoni il piano?» Sembrava stupito, e lei si mise sulla difensiva.
«Eh certo, perché una come me non può, vero?» Sembrava furiosa e lui la trovò bellissima.
«Calma... calma... tu puoi suonare qualsiasi cosa. Solo che...»
«Solo che?» Lo incalzò lei, aspettandosi le solite cose sul suo aspetto.
«Che io sono un professore di musica. Ed insegno pianoforte.» Fu il turno di lei di soffocare.
«Non ci credo!»
«Come non ci credi, ma se ne incarno lo stereotipo perfetto!»
«Sei troppo sexy per essere un professore!» Si pentì subito della sua frase.
«E tu sei troppo diretta per essere così giovane.» Stava sorridendo e non sembrava offeso della sua impudenza. Era spuntata di nuovo quella fossetta che le piaceva. Ma era in imbarazzo e si chiuse nel silenzio.
Di nuovo la conversazione si fermò.
Lui la guardava; sembrava in imbarazzo, eppure la sua affermazione non poteva togliersela dalla mente. Sorrise. Il nuovo silenzio era teso... ma non spiacevole, e quella ragazzina era da scoprire.
Ma cosa diamine le era saltato in mente di dire? Lui era tutto quello che lei non si sarebbe mai sognata di guardare, ma ora si trovava a pensare che non voleva che quel viaggio finisse. E forse non voleva nemmeno che fosse iniziato. Era così confusa: cosa doveva fare?
«Scusa» sussurrò.
«Mi hai fatto un complimento, non ti scusare.»
«In genere non sono così...» Lui sorrise e si voltò un attimo a guardarla.
«E come sei di solito?»
«Perché me lo chiedi?» Si era messa di nuovo sulla difensiva, eppure gli piaceva, era interessante.
«Perché sei diversa da come vuoi sembrare.»
«Io non voglio sembrare niente!»
«Ma sembri dura... ed invece penso che hai anche un carattere romantico.»
«Anche tu sei diverso, professore.»
«Forse hai ragione, sai?»
«È stupida l'idea di fare l'audizione.» E ora perché se ne usciva con quella frase? Però sembrava così fragile.
«Non è stupida. Anzi, ma devi credere di farcela.»
«Ho paura.»
«Secondo me ce la fai.»
«È domani alle 10:00.»
«Vuoi che ti accompagni?»
«Perché lo faresti?»
«Avrei la scusa per rivederti.»
Di nuovo cadde il silenzio.
Poi la conversazione riprese e si spense piano.
Tornò a concentrarsi sulla guida. Era un silenzio diverso, più dolce e complice. Lei era diversa da tutte le donne che aveva conosciuto e lo intrigava come non mai. Era bella, intelligente, e se all'inizio aveva pensato che non avessero nulla da dirsi, si era dovuto ricredere. La guardò di sottecchi; la strada prevedeva delle curve, e non voleva distrarsi troppo, ma neanche poteva impedirsi di guardarla. Stava per sbattere contro un muro: una ragazza come lei non poteva avere interesse in uno come lui, ma le parole di lei gli avevano acceso una speranza. "Sexy" gli aveva detto. Sorrise.
Non aveva mai pensato di sé stesso in certi termini. Ma la compagnia di quella ragazza era per lui un'esperienza nuova ed elettrizzante.
Lui guidava sicuro. Era bello parlargli, ma anche quel silenzio era bello. Adesso era un silenzio dolce, complice. Lui le piaceva... Le piaceva come nessuno mai prima. E l'idea che volesse rivederla le faceva scoppiare il cuore di felicità. Guardò il suo zaino: prima nell'autogrill aveva preso una cosa, un gesto improvviso che non aveva saputo spiegarsi subito. Aveva pensato di tenere quell'oggetto come un souvenir, un ricordo, ma forse non ne avrebbe avuto bisogno. Guardò l'uomo seduto accanto a lei: si stava illudendo? Forse, ma dentro di lei stavano nascendo sentimenti che non sapeva spiegare.
Toccò velocemente la tasca della giacca. Nell'autogrill aveva preso un oggetto. Non sapeva cosa farne all'inizio, ma adesso aveva un'idea. Il viaggio era finito. Fermò l'auto sotto l'albergo di lei.
«Cena con me.»
«Davvero vuoi anche cenare con me, professore? Non ti sei stancato della mia compagnia?»
«Affatto. Mi piace la tua compagnia. Ti vengo a prendere alle 20:00.»
«Va bene...» Lei a un tratto sembrò timida e a lui scoppiò il cuore.
Lui venne a prenderla puntuale, su questo ci avrebbe giurato. Aveva sistemato le sue cose in albergo e portato la borsa con sé; lui era vestito elegante, ma meno formale, aveva la giacca, una camicia azzurra aperta sul collo e i jeans. Era bellissimo.
Lei aveva indossato una maglietta con delle scritte, portava delle collane al collo e una gonna sul ginocchio, aveva gli anfibi e gli scalda-muscoli. Era perfetta. Carina, alternativa, e lui si sentiva un adolescente scemo.
La cena era in un posto tranquillo e familiare, e anche se potevano sembrare diversi, nessuno avrebbe detto che erano stonati. Lei sorrideva alle sue battute, lui si scioglieva quando lei faceva delle osservazioni.
Parlarono di musica, di pianoforte, di film e di cibo. Era incredibile quante cose avessero in comune, e il silenzio dei primi momenti era ormai lontano, sostituito da un silenzio dolce e carico di aspettative che non pesava, ma elettrizzava l’aria, mentre tra loro scorreva una corrente invisibile che li spingeva sempre più vicini.
Lui la riaccompagnò in albergo. Scesero dalla macchina. L’aria era fresca. Lei rabbrividì un po’. Lui le posò la giacca sulle spalle.
«Siamo galanti, eh, professore?»
«Tiri fuori il lato gentile di me.»
«Grazie.»
«E di cosa?»
«Della bella serata.»
«Sei tu che l’hai resa bella.» Sorrise. Lei ridacchiò nervosa.
Si guardarono negli occhi, il tempo sembrò fermarsi.
«Ho una cosa per te!» dissero entrambi contemporaneamente.
Scoppiarono a ridere.
Lui le porse il portachiavi.
Lei gli diede il CD.
«Hai notato che mi piaceva?» disse lei.
«Hai preso una cosa per me, perché?»
«Non lo so. Ma potrei farti la stessa domanda.» Entrambi fecero un passo verso l’altro.
«Touche.» Sorrise lui. «Sai essere tremenda.»
«Ho il sospetto che sei tremendo anche tu, professore.»
L’attimo dopo le loro labbra si incontrarono in un bacio, dolce e delicato.
E quando si staccarono si dissero semplicemente: «A domani».
Scrittura creativa scritta il 14/02/2026 - 22:57Voto: | su 1 votanti |

Maria Luisa Bandiera
15/02/2026 - 07:27



