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Senza cofano né motore

Placche, placche che messe assieme formano un tessuto unico,
come motore e cofano,
manca solo il parabrezza per vedere i raggi di luce passarci attraverso,
e disegnare ricami sul vetro.


Dirompente nascere che sembra un morire con grosse vene color marrone,
e tatoo piantati sul retro di alberi nascosti dietro troppe foglie.
Cosa passa attraverso le nuvole?
E cosa posso fare per starti vicino?


Spegniamo la radio e tiriamo giù dal balcone questa testa di marmo caduta dal cielo,
e che ci oscura la vista, sciogliamo più che rapprendere,
indaghiamo dentro stati umorali bifronti
e giù, a colorare tutto questo, manciate di apparenze.


Le mie braccia sono friabili come ali di cartone,
e mi sento di perderti perfino quando ti stringo,
ma questo qualcuno lo chiama un vantaggio,
come avere pesanti fondine dentro cui sono narcotizzati scoiattoli in varie forme.


Lamentandosi mentre le budella gli escono di fuori, il morituro
compie un atto di millantato esibizionismo,
e allora non riesco a tenerti né su né giù, né cofano né motore.
Quel che cerchiamo non è possibile, sovrastati da troppa acqua che ci schiaccia.


La eco che si protrae dentro la stanza, induce a pensare che quei due farabutti
che ci hanno fatto entrare, vogliano qualcosa da noi, qualcosa di serio da noi,
e non solo brandelli.
Senza cofano né motore.



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Poesia scritta il 11/02/2017 - 16:13
Da Giulio Soro
Letta n.221 volte.
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