In memoria del disastro del Vajont e della
rettitudine dello Stato
09.10.1963: Vajont.
Tragedia immane d'acqua,
fango ed etica.
Un giudice, poco più che
trentenne,
si trovò tra le mani la polvere di una
dinamite instabile
da istruire.
Vi fu l'evolversi d'un carteggio
enorme,
il lavoro febbrile d'un uomo di Stato,
imperniato di potenza;
laddove i poteri forti
aleggiavano tetri...
le mani lunghe,
economiche e politiche.
Cercarono di sottrargli
l'inchiesta, ma
quel piccolo uomo rigoroso,
lambito da ideali profondi,
reagì:
"Il Vajont mi spetta di diritto, lo faccio io".
Riconobbe così la responsabilità
dell'Uomo: ben 458 pagine
suggellarono a giudizio 11 persone.
Così si chiuse
la sua sentenza,
divenuta bene Unesco.
Quali le sue radici:
a 12 anni dovette riconoscere
il cadavere del fratello
partigiano,
tra una catasta di
43 partigiani fucilati
dai nazisti a Camerino.
Lo riconobbe dopo giorni
di esposizione al sole,
firmò così la sua tempra.
Gli vennero attribuiti addebiti,
lui nel suo rigore dimostrò tutto,
ed essi caddero
come neve al suolo.
Benché funzionario integerrimo,
l'encomio proposto
mai vide la luce.
Piovvero, infine, affetto... attestazioni...
dalla terra bellunese, e
la cittadinanza onoraria di
Longarone.
Nota dell'autrice: Conobbi personalmente il giudice istruttore Dr. Mario Fabbri per motivi di lavoro. Ricevette me ed una mia collega, entrambe in qualità di pubblici ufficiali di un ufficio che, da sempre, mantiene con il Tribunale un dialogo tecnico-giuridico costante. Ci ricevette, e fu un contatto umano semplice e caloroso, che non ho mai dimenticato.
Poesia scritta il 13/10/2026 - 00:36Voto: | su 0 votanti |
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