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Doppio Tradimento

Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarli, renderli inoffensivi, in qualsiasi maniera, annichilirli, si diceva; la politica del governo era cambiata da una apparente democrazia ad una feroce tirannia.
I metodi poco ortodossi e violenti, senza pietà, spazzavano ogni forma di resistenza, i rompi ossa (così etichettati dagli oppositori), avevano una rete fitta d’informatori ed erano efficientissimi e lasciavano fiumi di sangue e disperazione al loro passaggio.
La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare, dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione, era questione di affermare il proprio essere, la propria fisicità e di non cedere alla tentazione dell’invisibilità.
Cadevano a migliaia, come mosche, senza che i giornali ne riportasse notizia. Le proteste di si spegnevano nel vuoto, non esistevano, non erano mai esistiti per loro, potevano scomparire nel nulla, tutto qui! Era iniziato il terzo mese della latitanza di Felix, condannato a morte e aveva paura.
La settimana prima aveva parlato con il capo dei rompi ossa; barattando la sua fuga con una spiata, finivano tutti così, prima o poi l’unica scelta possibile a parer suo.
La bravura stava nel vivere al confine, sfruttare le correnti d’aria, disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie; un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane e una ragazza; quella mattina si svegliò accanto ad Ines, si frequentavano da alcune settimane, non era il suo vero nome, come Felix non era il suo.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli fucsia, secondo la moda di quell’anno. Ines e Felix, senza un passato e senza un futuro. Era giusto così. Ines nel chiarore del bagno, inondata di luce, si fa bella per Felix e restano in casa fino a mezzogiorno. Pranzano insieme, nel ristorante vegano di un loro amico, dopo pranzato l’accompagna alla stazione della sopraelevata più vicina e la vide allontanarsi in un vagone.
Felix scese nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole e giocò a biliardo con un altro latitante, infine si addormentò qualche ora su una panchina.
Quando tornò in superficie si vedevano le prime stelle e restò a guardarle a lungo, gli piaceva quel luccichio che emettevano, gli davano una serenità, una pace interiore e voleva che quell’istante non terminasse mai.
Una sera plumbea, opprimente e soffocante d’estate; poche stelle in un cielo pallido, alberi alti, fiume silenzioso, trafficata di esseri umani e mezzi elettrici, una calma e una quiete che ricorda l’apnea, che spinge a nuotare più che a camminare, come pesciolini rossi in una boccia di vetro.
Roma, il centro della città, non è più dei romani da almeno tre lustri. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Felix per ora, è solo una comparsa. Cammina lungo il corso al buio, le quattro luci dei lampioni sono state appena spente. Ad ovest la stella gialla, quella sera, è ben visibile e sembra così vicina, che lo rende luminescente.
A nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Intanto Felix cammina tra i due dischi, in direzione nord-ovest, si ferma a comprare le sigarette e un’auto della polizia gli passa accanto, non desta sospetti. Ciononostante cambia direzione, ha Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Non dimostra più di venticinque anni, anche se ne ha trenta. Non è un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che cercano di ammazzarlo non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Per loro non fa nessuna differenza, ammazzano e basta! Non interpretano, ti fanno a pezzi, senza badare a niente.
In dieci minuti raggiunge la stazione della sopraelevata e sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che è appena uscito dal bar. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Felix si guarda intorno, in cerca di un vagone vuoto. Appoggia la testa al finestrino. Svuota la mente. Non poteva permettersi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardava la città passargli sotto come un plastico. Roma dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La sua fuga era parte del gioco, così come la morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovava a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo li aveva generati. Li aveva protetti.
Si erano mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Isis e registi di film snuff .
La seconda fase era stata la superficie. Avevano mostrato i loro volti. Erano scomparsi là dove erano più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla. E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Roma di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico, in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo. Qual era stato l’errore? Dov’era il significato? Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Deve scendere. Immergersi in quest’ultimo strascico della città. Da qui continuare a piedi.
Prende l’ascensore. La prima cosa che osserva è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio, telegiornali e talenti show.
Quello che scopre oltre non lo sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Roma che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente. Resta fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema capitolino”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le undici meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi si guarda attorno.
Afferra la maniglia. Aveva incontrato l’agente De Santis dei rompi ossa la sera di un anno fa. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevano scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno vede e nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei suoi diretti superiori in cambio di un biglietto per Tunisi. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevano tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. DeSantis una promozione.
il corpo speciale stesso ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, i rompi ossa arrestano i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per il nuovo corpo speciale. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.
Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema capitolino in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle undici sarebbe cominciato il film. Felix avrebbe aperto la porta. Si sarebbe trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo lo avrebbe atteso e accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile. Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Resta immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle sue spalle. La porta anche. Ha ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resta ancora immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che gli passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in quel posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata. Non ha alcun senso. Riesce a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da quella dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesce a decidere.
Non ha coraggio sufficiente per rispondere alle domande che gli pongono. Tradito? Da chi? Dai rompi ossa? Dai suoi compagni? Hanno fatto a lui ciò che lui ha fatto a loro?
Realizza che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Si appiattisce contro il muro. Cerca di scomparire.
Poi torna a farsi visibile, attende l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è lui che stanno uccidendo. Non sono loro che ha ucciso.
La risposta è una sola.
Sono la stessa cosa.
Dieci minuti e non succede niente. Accende una sigaretta. Aspetta.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vanno nella sua direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerca di riconoscere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tiene una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sempre pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattiene il respiro. Svuota i polmoni. Si rilassa.
Tutto si fa più chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, lo farà scomparire.
Per un attimo è se stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro lo ha fatto tornare a vivere. La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco. Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Che Guevara. Sotto il nome c’è solo la data di morte, 9 ottobre 1967.
Si ferma sul bordo della strada, si appoggia al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosce. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro lo guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo a quella sensazione di apnea.
Accende una sigaretta. Con il passare dei minuti la folla assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Felix lo realizza in un attimo. Lo capisce dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla strada, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non si trovò in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.
È chiaro che tutto questo non lo riguarda. Dovrebbe cercare un albergo per passare la notte. Dovrebbe mettersi in contatto con De Santis e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi lo vede.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa. Tra la folla riconosce anche Ines riconosce quello sguardo. Sa cosa significa sul suo volto. Sa che dovrebbe starsene lontano, che potrebbe andarne della sua vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al suo.
Quello che sta per fare è un errore. Lo sa e non gli interessa.
Corre in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposta come oggetti. Si fa largo tra braccia e gambe che non badano al suo passaggio, sembrano non accorgersi della sua esistenza.
La raggiunge. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie. Riesce a toccarla, lei lo vede, per un attimo sembra non riconoscerlo.
Poi sorride. Camminano fianco a fianco, mano nella mano, alla loro sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guarda i loro volti, cerca i loro sguardi. Non c’è, non riesce più a scorgere il volto di De Santis. Da nessuna parte. Pensa che tutto è finito. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminano piano, senza parlare. Percorriono passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non hanno possibilità di scegliere, non la vogliono.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Si accalcano all’imbocco di una piccola via. Sono pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni. All’improvviso si accorge di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa si si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Si sento leggero, come non lo sono mai stato. Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale si trovano è stretta e buia. Ha l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettano qualcosa. Quello che aspettono è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Si guarda intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa li attrae verso il centro. Guarda Ines, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Segue il suo sguardo.
Allora riesce a vedere, cosa gli viene incontro.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada. Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza. Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce. Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino. La massa di persone si stringe sempre di più. Felix è sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il suo turno.
Non capisce quello che sta succedendo. Corpi premono sul suo corpo. Si appoggiano alle sue spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocca una mano minuscola.
Guarda la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontra uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resta a fissarli a lungo.
E vede.
Tutto. Aprì gli occhi a mattino inoltrato. Si trovava in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Era steso in un letto a due piazze. Al suo fianco non c’era nessuno.
Il luogo gli era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riusciva a collocare nel tempo e nello spazio. Aveva la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Si mise a sedere. Rimase in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarlo. Era la porta del bagno. Lo sapeva, non sapeva perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Lo guardò e gli sorrise. Ricambiò il sorriso.
Andava tutto bene. Pochi minuti dopo stavano facendo colazione al tavolo della cucina. Ines sedeva di fronte a lui. Guardava i suoi capelli fucsia e le sue spalle sottili e gli piaceva. Gli piaceva anche il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finì la colazione e accese una sigaretta. Si alzò. Uscì fuori al balcone. Restò a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrò. Si lasciò cadere sul divano in pelle. Chiuse gli occhi. Li riaprì
Non pensava a niente. Non ricordava niente. Non aveva un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere. Stava bene. Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardò Ines che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Si accese un’altra sigaretta e rimase seduto ad aspettare.
Poi Ines tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”. Allora Felix notò che aveva parlato senza guardarlo.
Capì, ma a quel punto era già troppo tardi!



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Racconto scritto il 15/08/2016 - 11:08
Da Savino Spina
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