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UNO SGUARDO OLTRE IL BUIO

Nel 1952 a Beinasco, un paese del torinese di duemilasettecento anime, succedeva poco, anzi, quasi nulla.
Lasciando la statale e le rotaie della ferrovia, si percorreva il tratto di viale che profumava di tiglio fin sotto le rovine di quello che era stato un ponte levatoio. Poi il paese: il castello, la piazza, la chiesa e il Sangone. Tutto qui. Rarissime le automobili che ogni tanto scoppiettavano sulla strada dissestata e polverosa. Piuttosto qualche bicicletta, molte pecore, le mucche e l’abbaiare dei cani che, correndo da una parte all’altra della strada, cercavano di tenere unito il gregge o la mandria.
A giugno, finite le scuole, si posavano le scarpe, le calze, le maglie e le camicie. La maggior parte dei ragazzi indossava un paio di calzoncini corti, una canottiera e i sandali ai piedi; quelli di cuoio, sformati, duri come pietre.
Il pomeriggio la piazza davanti al muro del castello con la fontana a sbalzo e l’acqua che zampillava dal becco di ferro ricurvo, si riempiva di bambini, di grida, di ragazzi sporchi di terra. I pezzi di marmo, tondi o quadrati, volavano bassi, sfioravano la terra e quando colpivano il mucchio di figurine sistemate nel centro di un cerchio di una quarantina di centimetri di diametro, pareva scoppiasse una bomba. Lo sfavillio di carta e di colori brillava nell’aria come un fuoco d’artificio sparato nel cielo, gonfiava i cuori e le urla salivano in alto e gli occhi si riempivano di gioia e di delusione.
Era così tutta l’estate.
Il 28 giugno però accadde qualcosa che cambiò il susseguirsi degli eventi.
La voce arrivò improvvisa e girò per la piazza e per il paese come un’eco che si propaga nell’aria senza freni e senza l’osservanza di alcuna forma di rispetto.
«E’ morta la Sparrigna… si è impiccata… è appesa a una corda sopra al tavolo della cucina. L’ha trovata l’Osvaldo che è uscito fuori dalla casa gridando e non si sa dove sia andato a finire.»
La piazza intera era ammutolita. Qualcuno dei ragazzi scappò a casa di corsa, molti rimasero imbambolati a guardarsi. Altri, pallidi e imbarazzati, tenevano la testa abbassata, rigiravano le figurine tra le dita e se le spingevano nelle tasche dei pantaloni. Nessuno parlava.
E per una di quelle combinazioni che si realizzano senza una ragione apparente, tre ragazzi, di cui uno undicenne, magro, la canottiera macchiata e scucita proprio lì dove erano state unite le due metà già usate e consumate, con l’aria truce di chi sta per compiere un gesto al limite della decenza, si diressero verso la chiesa, lungo una via cosparsa di pietre, quasi correndo.
Attraversarono l’androne del numero 6 e furono avvolti dall’odore di etere, di alcool e da quello più nauseabondo che provoca un canale di scolo a cielo aperto. Il cortile era una striscia di terra lunga una trentina di metri. Sulla sinistra una rete metallica arrugginita proteggeva un pezzo del giardino che circondava l’ospedale. A destra, oltre il canale di scolo, c’erano i muri scrostati, le finestre e le zanzariere di due bassi fabbricati.
Davanti alla porta del secondo, magre e immobili come due statue stilizzate, c’erano due vecchie con gli scialli scuri appoggiati sulla testa. La pelle del viso era aggrinzita, asciutta, come una foglia di granone essiccata al sole. Poco più in là un cane stava accucciato all’ombra di una carriola, il muso allungato sulle zampe, le orecchie abbassate. Dava l’impressione di essere in attesa di qualcosa, come se aspettasse un ordine o un richiamo che tardava ad arrivare.
Non c’era altra anima viva.
I tre ragazzi rimasero qualche istante in silenzio, si guardarono l’un l’altro, poi scostarono la zanzariera, aprirono la porta ed entrarono.
Gli occhi di Andrea, il più piccolo dei tre, impiegarono una ventina di secondi ad abituarsi al buio della stanza e a percepire le immagini.
Le mattonelle del pavimento erano macchiate e sbrecciate, la credenza pendeva da una parte. Sul muro di fronte, crepato e annerito, l’immagine dipinta di una Madonna era appoggiata su una mensola di legno e trattenuta da un bicchiere colmo d’acqua con quattro margherite che sembravano appena raccolte. Al centro della parete una stufa di ghisa con il tubo di sfogo che s’infilava dritto nel soffitto. La raggiera era allargata e due stracci penzolavano nel vuoto.
Ci voleva coraggio a guardare e bisognava farlo puntando gli occhi proprio lì, sopra al tavolo su cui erano appoggiate un paio di pantofole di stoffa. Una era girata e la suola di corda era consumata da una parte e la corda quasi non si riconosceva. Lo sgabello di legno sopra cui era salita la donna era rovesciato sul pavimento.
Andrea richiuse gli occhi, fece un mezzo giro su se stesso, tirò su la testa e li riaprì. Lei, la Sparrigna, era ancora appesa per la gola alla corda fissata a una trave del soffitto. Il vestito che indossava era grigio, lungo e a maniche corte. Una grossa macchia ne scuriva la stoffa poco sotto le ginocchia. I piedi erano nudi, sporchi, le unghie nere. Aveva le braccia allungate sui fianchi, la testa leggermente piegata sulla spalla sinistra, la faccia pallida, gli occhi semichiusi e la bocca un poco aperta. La punta della lingua sembrava voler uscire fuori e per una ragione che la mente di un bambino non riusciva a capire né a spiegare, una traccia di saliva le era colata sul mento e brillava sinistra come una lacrima.
I due ragazzi si erano segnati la fronte e il petto con le mani. Lui, Andrea, continuava a fissare gli occhi della donna. Avvertiva un impedimento, una specie di paralisi che lo bloccava e immobilizzava. Sembrava soggiogato dall’effetto di un sortilegio, l’istinto inconsapevole di una curiosità che tratteneva la sua attenzione. E c’era qualcosa d’irreale e misterioso nello sguardo spento di quegli occhi, qualcosa che aveva a che fare con la superstizione, le vecchie credenze, il mondo occulto dell’aldilà. Ebbe la sensazione che un brivido gli percorresse la schiena e che un filo di luce si materializzasse improvviso a illuminare il pallore di quel viso. Forse un presagio. Gli sembrava che quegli occhi lo stessero fissando con insistenza e che la continuità di quel guardare fosse intrisa di forza e carica di sottintesi. Come se la donna, con quello sguardo prolungato, volesse lasciargli un messaggio tangibile, dirgli qualcosa, esprimere il suo stupore per quello che stava vedendo al di là del buio che aveva lasciato. Il segno imprevedibile di un avvertimento, di una preghiera o di semplice paura.
Il piccolo Andrea ebbe un conato di vomito. Chiuse gli occhi.
C’era un odore strano, di vecchio, di marcio e di urina.
Fuori la gente si assiepava, qualcuno stava impartendo degli ordini. La porta si aprì improvvisamente e il maresciallo Carbone entrò nella stanza. Rimase un attimo in silenzio, gli occhi fissi sul cadavere appeso. Poi vide i ragazzi.
«Che ci fate qui? Chi vi ha fatto entrare? Fuori, andate a casa, qui non c’è più niente da vedere.»
Uscirono tenendo la testa abbassata, si confusero con i gruppi di persone venute a curiosare e si allontanarono senza più voltarsi indietro.
Il sole stava sparendo, l’ombra dei bassi fabbricati si allungava sulla terra del cortile. Pareva una coperta distesa, come la carezza della sera sulla vita finita del giorno.



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Racconto scritto il 07/10/2013 - 12:12
Da sergio boldini
Letta n.701 volte.
Voto:
su 8 votanti


Commenti


Cara Claretta, ti ringrazio per il passaggio e, soprattutto, per la preziosa partecipazione.
Un saluto.

sergio boldini 21/10/2013 - 20:36

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L’autore con dovizie di particolari ci proietta in una atmosfera di paese dove un inquietante fatto di cronaca è visto attraverso gli occhi di due adolescenti. Egli riesce a cogliere e proiettare abilmente i vari stato d’animo sino a coinvolgere il lettore.

Claretta Frau 21/10/2013 - 17:09

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Cara Marianna, credo che una dote fondamentale di un autore sia l'ecletticità, la capacità cioè di narrare la vita, reale o virtuale poco importa, purché investa i suoi più variegati aspetti. Quindi l'ironia, il dolore, l'amore, l'avventura, la fantasia, la cronaca e così via. Spero di aver modo di accontentarti.
Per il momento ti ringrazio per le bellissime parole.
Un saluto.

sergio boldini 21/10/2013 - 00:02

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La descrizione così particolareggiata e aderente al vero del sinistro avvenimento mi ha messo l’angoscia addosso. Sei indiscutibilmente grande e trovo che proprio per questo dovresti trattare tematiche meno angoscianti. Spero di leggere quanto prima uno dei tuoi scritti più ‘leggeri’. Credo sia chiaro che il mio è un apprezzamento delle tue qualità di narratore, della tua abilità nella rappresentazione della realtà, del tuo vasto bagaglio lessicale, della capacità di far vibrare le corde del lettore.
Un saluto
Marianna :

Marianna Bonno 17/10/2013 - 21:03

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A Sherazade 1001, sì, è così. Evidentemente certi suggerimenti non riscuotono molto interesse. Pare che la ragione sia una difficoltà tecnica. A parer mio basterebbe rendere la votazione palese (come lo sono i commenti) per rendere questo tipo di giudizio più vicino a una reale valorizzazione del testo.
Quanto all'esperienza, beh, hai colto nel segno. Scrivo più o meno da quarant'anni, racconti in particolare. Ho partecipato a corsi di scrittura creativa, a concorsi e alla stesura di qualche raccolta, una totalmente mia.
Ti ringrazio del commento e di quello che mi è parso un complimento.
Un saluto.

sergio boldini 16/10/2013 - 00:29

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Cara Carla, ti ringrazio molto per questo commento, non solo per le belle parole, ma soprattutto per il modo che hai avuto di giustificare il tuo voto. È nella regola del gioco accettare qualunque tipo di votazione, positiva o negativa che sia, purché venga espressa all'interno di un commento. Credo che dare un voto, numerico o espressivo, senza avere il coraggio di scriverne la ragione, rappresenti un modo troppo facile per incensare o mancare di rispetto a un autore.
Un saluto.

sergio boldini 16/10/2013 - 00:27

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Intervengo in questo spazio per riportare la mia esperienza. Andando a curiosare opere pubblicate negli scorsi anni, mi è capitato di imbattermi in commenti lasciati qua e là che contestavano la modalità di votazione. I suggerimenti forniti dagli autori per apportare modifiche non sembrano mai essere stati presi in considerazioni e, oggi, ci ritroviamo ancora in balia del gioco indiscriminato delle votazioni. Per quanto mi riguarda, credo di aver sopravvalutato l’efficienza del sito.
Non ho mai commentato o pubblicato un racconto e, causa la mia limitata pazienza di leggere sullo schermo, ne ho letto solo qualcuno. Da dilettante, trovo che i tuoi scritti siano indiscutibilmente lodevoli; non mi stupirei se fossero frutto di anni di esperienza. Saluti!

Sherazade 1001 15/10/2013 - 22:04

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Hai una notevole capacità descrittiva, e comunicativa.Leggendo il racconto,mi sembrava d'esser lì a vivere le sensazioni dei ragazzini;curiosità mista a paura,fascino e repulsione a quella visione macabra che ne paralizza i gesti e nello stesso tempo rende avidi gli occhi alla ricerca dei particolari più nascosti.Ti ho dato" molto buono"perchè lo trovo ben esposto e ricco di attenzione verso quelle piccole sfumature e accenni che rendono vivida la scena.Per quanto riguarda i commenti più numerosi verso la poesia piuttosto che la prosa,penso che,uno dei possibili motivi,sia dovuto all'impatto più immediato che offre l'opera poetica rispetto al racconto.
Concordo con te,sulla votazione dell'opera senza un adeguato commento.Mi fa comunque piacere l'aver notato che nelle sue valutazioni la redazione non ne tenga eccessivo,ed a volte affatto conto.Segno di una valutazione scevra da condizionamenti e strumentalizzazioni.Scusa,se mi sono dilungata,ahimè la brevità non è tra i miei pregi:- :

Carla Davì 15/10/2013 - 17:13

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Mi sono convinto, anche solo dando un'occhiata ai numeri delle pubblicazioni, che questo è un sito prettamente poetico, la prosa è al di sotto della media che normalmente è presente in questi siti letterari. Lo si capisce anche dai commenti, appena sufficienti come quantità, usuali nella qualità, ma in gran parte dedicati alla poesia. Eppure commentare una poesia è difficile, richiede una buona conoscenza della lingua e, soprattutto, una buona capacità interpretativa. A riprova di ciò il fatto che molto spesso la poesia è espressione di un sentimento, di un'emozione, di uno sfogo dell'anima. Individuarne le ragioni, ritrovarle e riconoscerle nella lettura di pochi versi e commentarle, non è certo esercizio dei più semplici. Se poi ci mettiamo quelli che cercano di stupire con frasi d'effetto che nessuno è in grado di spiegare, il commento diventa, a dire poco, artificioso.
Eppure, malgrado il commentare un testo di prosa presenti molteplici argomentazioni e molte più carte da giocare, anche abbastanza facili da identificare e giudicare, c'è il deserto, quasi il nulla. Tre o quattro anime buone che confermano l'eccezionalità della partecipazione. Troppo poco. Rimane, questo sì, solo il bieco divertimento della votazione, come se lasciare un “discreto” o un “eccellente” senza avere il coraggio di giustificare quella presa di posizione, fosse il segno di una distinzione intellettuale. In effetti, a ben guardare, una certa distinzione la fa, ma solo per nascondere l'imbarazzo o l'incapacità di esprimere un parere scritto. Difficile da credere. Molto più comodo e senza rischi, il voto anonimo, ma anche troppo facile attribuirgli volontà ingannevoli e di mala educazione. E questo spiace, spiace a me e a tutti quelli che amano scrivere e cercano il segno di una lettura e, perché no, un parere circostanziato, ma vero e sincero, sul loro lavoro, tenendo ben presente che da una parte e dall'altra si tratta semplicemente di dilettanti.

sergio boldini 15/10/2013 - 14:46

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