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La principessa dallo sguardo nascosto

La principessa dallo sguardo nascosto


In una notte buia… il freddo dell’inverno scivolava sui boschi, i cervi e i caprioli cercavano riparo, mentre le lucertole e i serpenti trovavano rifugio sotto terra. La luna bianca, avvolta da un velo di mistero, sembrava vegliare sul castello del re. In una stanza, isolata nei meandri della fortezza, una solitaria principessa ogni notte sognava il ritorno del suo amato. Gli alberi, vestiti di neve attorno al castello, rendevano l’atmosfera magica, sembrava che ogni cosa si placasse: il dolore, le ansie e persino le paure, tranne che per la principessa in balia dei ricordi martellati da un cuore infranto. L’alba nera venne trafitta da raggi di luce che rimbalzarono contro la finestra della principessa per darle il buongiorno. La luce del mattino prese il sopravvento, mentre la principessa, trafelata tra merletti di seta, guardava al mondo dietro una folta chioma che le nascondeva lo sguardo. Non si riparava solo dalla luce accecante del nuovo giorno, ma anche da quell’oscurità che proveniva dal di dentro e che non le dava pace. Tra le fenditure dei capelli, improvvisamente, notò un giardiniere che spalava la neve per liberare il viale. Quella neve bianca, quel senso di freschezza le rammentava i giorni della spensieratezza, i giochi con la neve. Un usignolo, in quel preciso istante, cantò gioioso. La principessa sorrise e gli tese la mano. L'usignolo, allora, volò sul dorso e chinò il capo sperando in una sua carezza. Era premuroso, come se volesse curare quel dolore cupo che attanagliava il cuore della fanciulla. Quella stessa mattina la principessa decise di andare a cavallo, si recò nelle scuderie e scelse il puledro più bello. Imboccata la strada del bosco, cavalcò per molto tempo finché giunse in una pianura con una ricchissima vegetazione: c’erano fiori di ogni tipo e arbusti secolari di inusitata bellezza. Smontò da cavallo e continuò la sua avventura a piedi. Percorse un lungo tragitto, si avventurò per piccoli viali e si inoltrò lungo i pendii di una collina per udire lo sciabordio di piccoli ruscelli che improvvisavano brevi cascate. Ormai stanca, si riposò ai piedi di un albero, quando improvvisamente sbucò uno scoiattolo che nascondeva tra le zampe una luccicante mela dorata. Dopo che lo scagliatolo ripose timidamente il frutto sulle sue ginocchia, il bosco si trasformò: i fiori iniziarono a sbocciare, le farfalle si posarono sui suoi folti capelli neri, i ruscelli sembravano cantare, anche i lupi si addolcirono e si avvicinarono a lei come per proteggerla. Immobile, osservava stupefatta gli alberi che con sospiri profondi le sussurravano cose...
Una vecchia quercia chinandosi dolcemente su di lei disse: «Stanotte farai un sogno, vedrai due strade, in una vi sono orrende streghe, in un’altra fate il cui splendore illumina ogni cosa. Ora devi sapere che sono state proprio le streghe a prendersi il tuo amato, rinchiudendolo sotto la montagna incantata. Attenta, loro faranno finta di aiutarti, ma tu non cascarci, non cadere nel loro tranello e cerca, invece, di imboccare il sentiero delle fate. Abbi fiducia solo in loro, perché ti aiuteranno a sconfiggere quelle luride streghe, e rammenta bene, solo in questo modo il tuo amato sarà finalmente libero. Se seguirai le mie istruzioni, domani al risveglio, affacciandoti alla finestra, vedrai il tuo amato vestito di bianco che ritornerà sano e salvo al castello». La principessa abbracciò in lacrime la quercia e tutto in quel momento tornò come prima: i lupi si allontanarono, le farfalle volarono via e l’usignolo prese il volo. A quelle parole la principessa montò sognante sul suo destriero per tornare al castello. Le ore trascorrevano lente, il giardiniere finì il suo lavoro e lei ritornò alle sue faccende. La vita del castello riprendeva come sempre: i passi affrettati dei servi si udivano lungo i corridoi della tenuta, i controlli nelle cantine venivano fatti scrupolosamente, in quanto il divino nettare non poteva mai mancare durante il banchetto regale che veniva preparato ogni sera. Finalmente scese la notte, la principessa si sdraiò sul letto, chiuse gli occhi e iniziò a sognare. Le parole della quercia si avverarono: durante il sogno le streghe la rincorrevano con lunghi abiti neri e cappelli a punta. Con sorrisetti maligni e beffardi le giravano intorno sussurrandole perfidamente di seguirle. In quel preciso istante una luce folgorante la destò dal sortilegio maligno: erano le fate che le indicavano la strada della salvezza. Ma lei era ancora immobile, irretita dalla presenza malefica delle streghe. Allora le fate colpirono le megere con delle palle di fuoco, solo così poterono ridestarla. Con altre palle di fuoco le fate liberarono la via che le streghe avevano chiuso con delle ragnatele malefiche. Fatto ciò, la presero in braccio e se la portarono via sopra un tappeto magico per recarsi sulla montagna incantata. Giunti sul posto videro la sagoma di un uomo irriconoscibile, quasi mummificato, accovacciato per terrà: era immobile, non parlava, non si muoveva perché le streghe avevano lanciato su di lui un incantesimo. Le fate allora iniziarono a cantare, e come per magia la luce delle stelle si posò su quell’essere che ricominciò a prendere forma, il suo volto divenne luminoso, raggiante, felice. A quel punto la principessa ebbe un sussulto, gli occhi si sgranarono per l’emozione, il cuore le stava scoppiando per la felicità perché riconobbe in quell’uomo il suo adorato amato che aveva atteso per troppo tempo. Non fece, però, in tempo ad andargli incontro che il sogno svanì. Lei si trincerò nuovamente dietro una nube di capelli per non vedere, per non sentire, per ripararsi dal mondo, per ripararsi da quel dolore che non l’abbandonava mai. Una nuova alba accese di luce la finestra della principessa che dopo essersi svegliata si diresse verso il giardino. Dopo che aprì la porta, inaspettatamente, le farfalle le volarono intorno quasi a circondarla, mentre un pigro scoiattolo osservava tutta la scena dietro un cespuglio. L’usignolo si fece coraggio e si posò sulla sua spalla. La principessa, incredula, portò i suoi capelli indietro, si stropicciò gli occhi per essere sicura di essere sveglia. Intravvide qualcosa, allora nuovamente si stropicciò gli occhi, ma questa volta con maggiore vigore. Sgranati le pupille vide un’ombra ondeggiante che si avvicinava: era il suo amato che finalmente tornava da lei fischiettando, in compagnia di docili lupi che lo seguivano baldanzosi. Lei non riuscì a contenere l’emozione e lo raggiunse correndo col cuore in gola che pulsava di felicità. L’abbraccio sembrò sfidare le leggi del tempo, sembrò quasi che ogni secondo rincorresse l’eternità, mentre l’arcobaleno incorniciava il loro amore con fulgide luci che proiettavano le loro amore sulle mura del castello.


La speranza è il motore della vita, prima o poi ti ricompenserà se crederai in essa senza cedere ai demoni che ti invitano a mollare. La speranza ti fa, infatti, vivere il sogno delle possibilità, nonostante gli incubi della rassegnazione. Bisogna, quindi, sempre coltivare il giardino dei desideri per essere felici, solo così la vita sarà degna di essere vissuta.




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Racconto scritto il 06/04/2026 - 15:06
Da Angela Randisi
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