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Rachele

Rachele


Ero bimbo che manco su due ruote sapeva andar… e già l’amavo, la bella del paese.
Eccomi tornato dove son nato… e cosa ho trovato?
Un paese spento, come l’antica umanità rimasta ad aspettar la morte, che lentamente si sfarina confondendosi con l’intonaco scrostato delle case in rovina, o l’asfalto delle poche strade, steso quand’ancor ero lattante.
Lasciai il paese vent’anni orsono con la mia famiglia, seguendo (e di seguito seguiti) il triste andare di molte altre famiglie, spinte lontano dal miraggio di un lavoro, onesto e salariato.
Restò mio nonno, con quel suo volto antico, seduto sulla soglia… e l’occhio umido tradì il suo vero sentimento.
E oggi son tornato per qualche ora ancora, a render l’onor dovuto all’uomo di un’epoca passata che, da solo in mezzo al nulla, visse fin quasi a cento anni.
V’è un secondo e più intimo motivo che m’ha portato qui, in questo triste giorno.
Il desiderio, la speranza di ritrovar tra i volti del funereo corteo, il viso di Rachele, che tanto amai
al tempo.
Eccomi qua, nella casa di mio nonno; là, nella casa di fronte, viveva lei, aveva vent’anni e venti spasimanti.
Io, cinque anni appena; ma seduto sulle sue ginocchia, lasciandomi accarezzar i riccioli miei d’oro, ero un gigante e lei la mia amante.
Son sguardi troppo antichi che mi sfilano davanti, Rachele… lei non c’è!
Sicuramente qualche ricco spasimante l’avrà portata via, a vivere alla grande.
Sono stanco, son deluso, ho voglia di andarmene lontano, dentro la bara il nonno m’appare ancor più vivo, dei volti che fan da corona al calar del feretro dentro tomba.
Mah! Che vedono i miei occhi… da qui non riesco a metter bene a fuoco il ritratto sulla lapide là in fondo… no! Fa che mi stia sbagliando.
Il nonno è allocato… un ultimo saluto e vado, a verificar il ritratto.
Sei proprio tu, Rachele, vissuta in un paese che, all’esuberante tua bellezza, non seppe conferir il giusto suo valore.
Contagiata dal viver senza speranza, dentro l’accidia ti lasciasti scivolare… e poi, sempre più giù, fino alla morte che come fior ti colse, nello splendor degli anni.
Ah! Se fossi rimasto seduto sulle tue ginocchia, a farmi accarezzar i riccioli miei d’oro, ti avrei resa felice, donandoti sorrisi e, negli anni a seguire, il mio eterno amore.


FINE




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Racconto scritto il 21/10/2017 - 18:35
Da vecchio scarpone
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