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Gli occhi nella luna

C'era qualcosa di antico e di strano in quella foresta di alberi altissimi, coperti di liane.
Si avvertiva un suono leggero di uccelli e un silenzio profondo, era mattina.
La luce filtrava dall'alto, tra i rami, fino alla penombra del sottobosco.
A terra, ai piedi di un albero, c'era un uomo che dormiva.
Aveva vestiti laceri, svegliandosi sembrava stupito di sé e del luogo, era molto confuso, perché per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare niente.
Vicino a lui c'era un bastone e qualche straccio, li raccolse e si mise in cammino.
Si sentiva dentro un tormento, come di qualcosa di indistinto e di terribile, che però non riusciva a mettere a fuoco.
Non so quanta strada fece così, chiuso in se stesso, poi un pomeriggio arrivò a una radura d'erba alta.
Lontano saliva del fumo, voleva avvicinarsi, anche se non sapeva cosa avrebbe trovato.
Sul prato c'erano dei giovani, uomini e donne, che si esercitavano a combattere. Alcuni avevano delle armi, altri no. Sul limitare del bosco,si vedeva un edificio basso, simile a una vecchia casa giapponese di legno.
Quelle persone lo osservarono passare senza dire una parola e senza fermarsi, poi, davanti alla casa, gli venne incontro un uomo che si occupò di lui.
Era grato che non gli avessero fatto nessuna domanda, sentiva dentro di sé un dolore impossibile da spiegare e quel silenzio glielo rendeva più facile.
Di notte si dormiva insieme, sul pavimento di legno della casa, il giorno si esercitavano, e si parlava pochissimo. Era quella la loro vita.
Dopo una settimana, però, capì che ci sarebbe stata una cerimonia d'accoglienza per lui.
Davanti a tutti, nel silenzio generale, gli chiesero in che discipline volesse esercitarsi.
Rimase immobile per alcuni secondi, non sapeva cosa rispondere, poi sentì la sua voce dire -equitazione e spada-, e allora lo fecero tornare al suo posto.
Stando lì seduto, mentre la cerimonia proseguiva, pensava... ... perché aveva detto così? Aveva la sensazione di avere già combattuto, ma come... e quando... erano pensieri che gli provocavano angoscia.
Nella sua permanenza nella casa di legno si chiese spesso perché non ci fossero né vecchi né bambini, tranne uno, ma non c'era modo di saperlo. Poi una sera la luna cominciò a crescere e gli dissero che la notte di luna piena nessuno doveva uscire all'aperto, bisognava chiudere porte e finestre, era una questione di vita o di morte.
Lo spicchio di luna sembrava più grande del normale, per quello che ne poteva sapere lui.
Mentre lo osservava, gli passò vicino uno di loro e gli disse -non fidarti, sembra bella ma è pericolosa.. è così che sono venuti- e sparì nel buio.
-Venuti chi...?, chiese, ma l'altro se ne era già andato, mettendogli però addosso come un gelo.
La notte del plenilunio si nascosero tutti dentro casa.
Non avevano fatto in tempo ad inchiodare tutto, ma si mantenevano lontano dallo specchio delle finestre. La luna era enorme, non l'aveva mai vista così. Era un abnorme disco bianco, emanava una luce strana, sfumata d'argento, scivolosa e ipnotica.
Quel bianco aveva qualcosa che... e quando si accorse che il bambino si stava muovendo verso la finestra, in un attimo comprese e gridando -no! cercò di afferrarlo, ma si era mosso troppo tardi. Il bambino riuscì comunque ad alzare la testa oltre il davanzale e per un breve istante il suo viso piccolo e quegli occhi neri apparvero netti, enormi, sul disco della luna, come una diapositiva.
A tutti si fermò il respiro.
E in quell'istante rivide se stesso in mezzo a una terribile battaglia, c'erano ovunque morte e incendi, stava cercando di difendere donne e bambini in fuga falciando con la spada i nemici, ma era ferito, e alla fine, mentre stava per svenire, il suo cavallo lo aveva portato via.
Con un senso di angoscia indicibile tirò giù il bambino, spingendolo a terra.
La luna era uno specchio, un enorme occhio per i loro nemici, che osservavano, osservavano sempre.
Dunque c'erano ancora esseri vivi sul pianeta... nessuno osava parlare.
Nei giorni successivi una cupezza senza nome gravava sulla comunità. Quegli esseri... che li avevano sterminati, erano venuti da lontano.
-Impiegheranno un mese, è la loro distanza da noi, disse il capo della comunità, mentre dava gli incarichi. Il suo viso era una maschera di silenzio, che non tradiva alcuna emozione.
Aveva deciso di rimanere, ormai era entrato nella comunità, e non desiderava più restare da solo.
Il capo continuò a parlare.
-La foresta ci protegge. Abbiamo un mese per prepararci. Sapete cosa fare- e mentre lo ascoltava pensò che la vita è un attimo, il nostro attimo; a volte a ciò che bisogna fare si strappa qualche gioia, un tempo breve e amato, importante. Lui, comunque, avrebbe fatto il dovuto. Con loro.



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Racconto scritto il 13/03/2011 - 01:33
Da * Sanzi
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