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Male di vivere e via discorrendo...

Il male di vivere mi coglie soprattutto al risveglio nei giorni festivi.


Soprattutto se la giornata è grigia.


Soprattutto se sono sola.


La mia mente, libera dalle quotidiane preoccupazioni, non trova niente di meglio da fare che andarsene a zonzo fra ameni pensieri, tipo “oggi ho un giorno di meno da vivere e ancora non ho realizzato alcunché”, oppure, più banalmente, “quando morirò non se ne accorgerà nessuno” ed altre piacevolezze del genere.


Quando mi sveglio in questo modo, mi occorre uno sforzo supplementare di volontà per scendere dal letto e andare in cucina. E mentre il caffè sale nella moka penso che, intanto, approfitterò della colazione per ritardare il momento angosciante in cui mi chiederò che cosa fare della mia giornata.


Devo dire che dopo il caffè va già meglio.


Se poi mi convinco che il mio atteggiamento dipende da svariati fattori come ad esempio l’ora mattutina, in cui è forse più facile essere depressi o la menopausa con il suo gioco degli ormoni, ridimensiono il maledetto ego ed il suo presuntuoso senso di responsabilità e, a tratti, di colpa, che mi opprime. Se mi convinco che all’80 per cento (o forse al 99?) i pensieri del mattino nascono da una reazione chimica a sé stante, divento più serena.


E’ come quando dico a M. che noi siamo un “prodotto”. Siamo il prodotto di incroci e selezioni che partono dall’alba della storia e arrivano fino a noi. Schiere infinite di genitori che, dopo Adamo ed Eva (o erano scimmie o che altro?) si sono accoppiati riversando catene e catene di DNA nel sangue e nella linfa di chi veniva dopo e così via, fino a questo corpo, anch’esso in continua trasformazione. Una trasformazione che non si arresterà neppure con la morte.


E pensare che tutta questa caleidoscopica attività riproduttiva avviene su una palla lanciata a folle velocità nel vuoto!


Mi guardo le mani. Sono mani che vengono da lontano… Siamo un prodotto, sì. Il mio corpo non potrebbe in alcun modo essere diverso da quello che è. Ed ha un timer incorporato la cui durata è stata decisa nella prima ora del primo giorno.


Quando muovo una mano, tutti quelli che mi hanno generato, in qualche modo, partecipano a quel gesto. Sento di amare quelle moltitudini di genitori.


Con M. scherziamo sulla storia del “prodotto”. In effetti, sa tanto di supermercato, eppure è proprio sentendomi così che posso togliermi un bel peso dalle spalle. Cosa si può chiedere ad un prodotto, se non di vivere la vita secondo la sua natura e niente di più?


La grande fregatura è che si vuole sempre “diventare”.


“Diventare” vuol dire che quello che si è non ci sta bene.


E questo è grave perché porta infelicità.


Nel seme della rosa è già scritto il suo programma e quando spunta il bocciolo nessuno gli chiede di cominciare a sforzarsi per diventare, ad esempio, un carciofo. Quindi la rosa vivrà come una rosa, spandendo il suo profumo ed offrendo il suo colore e la sua bellezza. Se così non fosse, avremmo un carciofo mediocre e una rosa mancata.


Ebbene, questa aberrazione nel mondo degli uomini è la normalità. Ed ecco il "pianto e lo stridor di denti" di cui è impregnata tutta l’umana, assurda storia.




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Racconto scritto il 15/04/2026 - 14:52
Da maria clara
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