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superbia

Dilaga la nebbiosa coltre:
è notte;
il mare ci abbandona sfrigolando;
echeggia per le nude
strade e piazze,
il tuono
di una voce mai udita:
voce incorporea,
cosmico urlo:
l'uomo soccombe
su sé stesso.


Scaturì
dall'abisso la memoria,
attesero le stelle
quel ritorno;
Si frugò tra le tenebre
e le braci
scoprendo l'uomo,
e si lanciò la freccia
fulminante altri
scheletri viventi:
ne'manco'
la vendetta.


Non ci fu grande amore,
né più pene:
solo per sé si volle
la pienezza;
e la noia riprese
la sua superbia,
fu lesta nel bersaglio:
non pensarci,
uomo nuovo,
tu cedi al traino grave
del soccombente amore.


Nell'immenso dolore
mi impersono
e ne vengo distrutto
in dubbi e pene,
scoppiando per atroci notti insonni.



Perché
l'emendazione del peccati
Si sconta con dolori
più pesanti?
Oh, vieni,indifferenza...




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Opera scritta il 12/12/2017 - 01:38
Da Davide Giacomello
Letta n.1265 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Grazie.. gentilissimo..

Dave Giacobs 13/12/2017 - 00:27

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si commenta da sè nella sua pienezza
dico solo bella! Dave 5*

enio2 orsuni 12/12/2017 - 11:03

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