Al funerale di Diego
Sandra aveva un sorriso promettente, come certe albe estive che annunciano il giorno ad un mare in bonaccia. E lo fanno presentandogli un cielo greco, quello delle sue isole, azzurro e privo di nuvole.
Si sa: le promesse si conservano nel cuore, avvolte nella speranza, oppure ce le leghiamo al dito in attesa di vendetta.
Di Manuela ricordo che si era innamorata, senza mai dire di chi. Non posso dimenticare che aveva un neo all'angolo della bocca, un bel neo che parlava d'amore e di baci. E, se non capivi la sua lingua, allora gli occhi di lei ti venivano in soccorso, e quelle mute parole le capivamo tutti. Ma lei era già innamorata :di Diego, adesso lo sappiamo.
Giorgio non poteva certo immaginare che la fiammeggiante bellezza della sua Lucia avrebbe continuato ad infiammare il cuore degli uomini, anche in tarda età. E così si ritrova dopo mezzo secolo a fare scenate, di quel tipo di gelosia discreta e silenziosa che logora più di una guerra infinita.
Delle tante bellezze che madre natura regala alle giovani donne, quella di Laura era del tipo freddo e cristallino, limpido, senza imperfezioni, la stessa bellezza delle statue scolpite nel marmo bianco di Carrara. E anche a lei, come alle statue, mancava la parola. Solo che il silenzio, Laura, ce l'aveva dentro.
Marta non la si può dimenticare. Baciava per gioco, ridendo, ma ci fece innamorare tutti quanti, almeno un po'. Quando se ne andò dal paese, qualcuno disse: e' come Bocca di rosa. E noi ci guardavamo l'un l'altro chiedendoci: tu quoque?
Bruna l'abbiamo conosciuta tardi, alla fine degli anni sessanta. Erano appena nati, a Genova, I ricchi e poveri, e allora la chiamammo Brunetta. Era la classica ragazza senza problemi, che voleva vivere la sua vita facilmente, senza tanta retorica.
Quando la conobbi, mi sembrò naturale dirle: Piacere, Brunetta, sei un Ossimoro, e nel mentre pensvo al ghiaccio bollente.
Lei mi guardò storto. Come darle torto, non sapeva che cosa significasse.
« Sono tanto brutta? », mi disse con gli occhi velati.
« No, anzi », risposi.
Per chiarire, mi feci dare un biglietto dalla mamma di Laura, che gestiva il bar “Al solito posto” e le dissi: Un ossimoro è una contraddizione, perché esprime concetti contrari. Ecco, tu sei così... poi scrissi, in stampatello:
« Ti guardo come una esile rossa fiamma, calda, incolore, e fresca di rugiada. »
Lei si infilò il biglietto nella manica del pullover e mi sorrise. Forse non avevo chiarito quel pensiero sull'ossimoro, ma a lei bastò. Mi fece lo stesso sorriso dopo alcuni anni, quando si sposò con Gianni. Eravamo appena usciti dalla chiesa. Ci abbracciammo, e lei mi disse:
« Mi vedi ancora come un Ossimoro? »
No, pensai, non era più incolore e nemmeno fresca di rugiada.
Aveva 19 anni quando venne a passare le vacanze dallo zio, l'architetto Lonati.
Di lei non ricordo il nome, e nemmeno il colore dei capelli. Ma i suoi occhi li rammento bene. Avevano il fuoco della pupilla che si proiettava come un film proprio nel centro dei nostri pensieri. E ne era consapevole. Lo dico perché quando la guardavi, sorrideva, con quel tipo di sorriso parlante che sembra dire: so a cosa stai pensando. Da quel lontano 1965, noi ragazzi la aspettammo ogni anno, per le vacanze. Non la vedemmo più, ma anche se nessuno parlava di lei, sono certo che tutti la pensavamo. Due occhi felini non ammaestrabili, che scomparvero nel nulla.
Al funerale di Diego ho rivisto anche Marisa. Non aveva più vent'anni, perché intanto era passato mezzo secolo. Eppure, quando mi ha abbracciato commossa, non ho potuto fare a meno di pensare a lei che faceva le linguacce per prenderci in giro.
Fin da bambina Marisa aveva manifestato e praticato una passione: insegnare ai ragazzetti più piccoli di lei a baciare alla francese.
Baciava che era una meraviglia. Una dote naturale che sicuramente traeva origine da diverse sue attitudini, non rare ma nemmeno tanto frequenti.
Intanto muoveva la lingua con la velocità di un serpente.
E poi non era solo la velocità. La lingua saltellava fuori e dentro la bocca quasi fosse una cosa viva; ruotava, si piegava in due facendo un piccolo canaletto nel mezzo, si adoperava a lisciare i denti sopra e sotto e, quando serrava le labbra facendo boccucce, riusciva anche ad imitare quelle lingue di carta che si usano per il Carnevale, quelle che escono ed entrano avvolgendosi su se stesse. E riusciva pure a fare una sorta di pernacchia, mandando sbruffi di saliva dappertutto.
In fondo alla chiesa ho visto Silvana. Non l'avevo focalizzata, in un primo momento; il tempo l'ha cambiata, troppo per essere riconosciuta, dopo tanti anni. Ma il suo vizio di quando era ragazza, quello sì che l'ho riconosciuto. Ci ha fatto l'elenco di tutti i morti della nostra bella compagnia di giovani speranze. E la tristezza per la morte di Diego si è trasformata in disperazione. Per mia fortuna, passeggera. Appena giunto a casa, mi sono messo a scrivere, alla disperata ricerca di un antidoto alla paura della morte.
Racconto scritto il 03/09/2026 - 15:36Voto: | su 0 votanti |
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