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Anita

Non ho mai capito il motivo per il quale, ad intervalli regolari di tempo, ben cinque anni e sempre di Capodanno, mi torni prepotentemente alla mente Anita, una ragazza norvegese conosciuta parecchi decenni fa, quando ero ancora un ragazzo.
Non che prima della scadenza del quinquennio non ci pensi, tutt'altro. Quello è un ricordo indelebile che mi accompagna spesso, anche nel sonno. Solo che ogni cinque anni mi immergo in quella nostra storia e la rivivo tutta, per filo e per segno, al punto tale che alla fine mi è venuta voglia di raccontarla, anche a me stesso, forse per cercare di trovare attenuanti.


Ero appena più che ventenne, avevo finito da poco il servizio militare ed ero in cerca di un lavoro stabile. Nel frattempo mi adattavo e, pur di racimolare qualcosa, accettavo incarichi che nulla avevano a che vedere con la mia professione di elettricista.
Dopo tutto ero incline a fare diversi tipi di lavoro, non ultimo l'animatore nei villaggi turistici. Sapevo suonare la chitarra, cantare e organizzare giochi di società. Detto in poche parole, ero un tipo allegro e senza problemi, e sapevo trasmettere la mia gioia di vivere.
In piena estate di quell'anno indimenticabile, mi arrivò la telefonata di Angelo, un amico che gestiva un centro turistico sul lago di Garda, a Limone.
« Ciao Gian, come ti butta...? », disse con la solita allegria di sempre.
Era una frase fatta, che usava solo quando c'era del lavoro in vista.
« Come al solito. Se ti servo, ci sono », risposi.
Lui aveva sposato una ragazza di Oslo conosciuta in un viaggio vacanza a Berlino, e l'aveva poi portata in Italia. Avevano mantenuto buoni rapporti con i parenti di lei, che spesso e volentieri procuravano lavori anche importanti nel settore del turismo.
« Bene, allora... » disse, « ho un bel lavoro per te, potrebbe durare anche due mesi ».
Fu così che accettai di fare l'accompagnatore di questa ragazza, Anita, che era venuta a fare le vacanze in Italia con un gruppo di disabili, nel complesso residenziale gestito da Angelo.
Alcuni di loro lo erano dalla nascita, disabili, ed erano talmente ben organizzati da avere il loro accompagnatore personale. Altri, fra i quali Anita, avevano subito traumi recenti a causa di incidenti sul lavoro o in automobile e, se così si può dire, erano alle prime esperienze con quel tipo di vita.
Anita, fra tutti, era la più giovane, e anche la più triste. Aveva solo diciannove anni ed era rimasta sola al mondo l'anno prima. I genitori erano morti entrambi in un pauroso incidente sull'autostrada, mentre lei era rimasta paralizzata alle gambe, fino alla vita.
Quando Angelo ci presentò, Anita mi guardò con occhi che parevano in pianto, e quel suo sguardo era la testimonianza di quanto fosse al lumicino la sua voglia di vivere. Credo che si vergognasse del suo stato, della sua dipendenza fisica.
Era taciturna, legava poco con tutti, e non prendeva mai iniziative. Si faceva guidare, quasi fosse un suo obbligo assecondare gli altri.
Il mio compito era semplice, all'apparenza, ma io volevo fare qualcosa in più che spingere quella maledetta carrozzella: conversare, parlarle del lago e del nostro cibo italiano, suonare, cantare.
Un giorno le chiesi:
« Ma a voi bambini norvegesi, i nonni raccontano le favole? »
Fu quella la prima volta che vidi i suoi occhi illuminarsi. Disse sì, semplicemente, ma sfoderò anche un gran sorriso. Anita era bella, alta, con gli occhi azzurri e i capelli biondo cenere. La sua pelle aveva il colore del latte appena munto, e sul viso alcune efelidi la facevano sembrare ancora bambina.
« Ma sono belle come le nostre? », dissi con fare un po' da clown. Dopo tutto il mio compito era quello: far divertire, raccontare, insomma fare anche il buffone, se necessario.
« Non lo so », rispose lei semplicemente con il suo perfetto inglese, « raccontamene una ».
Io invece l'inglese lo parlavo male, e a bell'apposta mescolavo nei discorsi un po' di francese, che lei capiva benissimo, e molto dialetto delle nostre valli, che la faceva ridere fino alle lacrime. A salvarmi, spesso e volentieri, era la mia chitarra, che parlava un linguaggio universale, togliendomi d'impiccio.
Quando mescolavo le lingue venivano tutti a sentirmi, e ridevano della mia dabbenaggine. Io ero contento che si divertissero alle mie spalle, e non disdegnavo anche alcuni travestimenti da vero clown.
Una sera che pioveva a dirotto, e non si poteva uscire per la solita passeggiata in paese, sul lungolago o nei mercatini rionali, mi inventai di organizzare un po' di teatro casereccio.
Avevo tirato una fune da una parte all'altra della sala da pranzo, col permesso di Angelo, e avevo appeso dei vecchi lenzuoli a mo' di sipario.
Mi ero vestito come un vero clown, con tanto di pallina rossa sul naso, che ogni tanto cadeva sul mento perché fissata con un semplice elastico. Indossavo un paio di pantaloni vecchi e di misura doppia della mia, legati in vita con una corda, un cappello a cilindro che mi serviva per alcuni semplici giochi di prestigio, una delle mie tante passioni, e delle scarpe gigantesche, una diversa dall'altra, ottenute unendo insieme vecchie scarpe di tela bianca e blu con scarponi in cuoio da montagna.
Anita si divertì come mai, quella sera. La guardavo mentre facevo le mie facce da pagliaccio e sentivo in cuor mio che ci stavamo affezionando uno all'altra, quasi che fra noi ci fosse un amore fraterno, o una bella amicizia. Credo che lei sentisse di essere attratta dalla mia voglia di vivere, che a lei mancava, giocoforza.
La favola che le piaceva di più, e che io raccontavo spesso aiutandomi con i gesti, era quella del leone vegetariano.
Sapevo ruggire e fare i versi della foresta, imitando gli animali anche con l'aiuto della mia fedele chitarra.
Questa favola, in poche parole, parlava di un leone che era diventato vegetariano per amore. Infatti la sua bella odiava il sapore e l'odore del sangue, e quando lui azzannava qualche gazzella, lei scappava via inorridita . Allora il leone iniziò a brucare l'erba e mangiare i fiorellini, e il suo alito divenne fresco e profumato.
Dal momento che il leone vegetariano aveva successo in amore, -erano molte le leonesse innamorate di lui-, anche gli altri leoni divennero vegetariani. La vita nella foresta migliorò e vissero molti anni felici e contenti.
Alla fine della favola Anita batteva le mani come una bambina e sorrideva. In quei momenti sembrava guarita dalla sua depressione, e io mi sentivo felice di contribuire a questa guarigione.


Dopo un mese io e Anita eravamo una cosa sola. Per non lasciarla in solitudine nemmeno di notte, decisi di pernottare nel Residence. Angelo mi trovò una cameretta di servizio, e certe sere Anita si sedeva sul letto con me a cantare canzoni allegre. Voleva imparare a suonare la chitarra, e ci stava riuscendo, anche se i giorni che restavano erano pochi.
Passavamo certe notti a parlare dei massimi sistemi, della vita, delle sorprese che può riservare, come quello che era successo a lei, e del futuro. Lei a volte si rabbuiava, parlando del futuro, e mi guardava con aria smarrita, come a dire: “ che futuro vuoi che abbia, nelle mie condizioni “.
Allora io cambiavo discorso, prendevo una bottiglia di Anisetta fatta da mia nonna, che a lei piaceva molto, e rollavo un paio di sigarette. Fumavo il Drum Yellow, il migliore nel suo genere, anche se per lei all'inizio risultò un po' forte. Colpa della miscela di tabacchi, che sono anche da pipa: il bright virginia, il dark kentucky, il burley e l'oriental.
Fumavamo, addolcivamo la bocca con l'Anisetta, e ascoltavamo musica psichedelica, in particolare i Pink Floyd , che piacevano ad entrambi.
Una sera mi chiese un bacio. Io la guardai con aria interrogativa, e lei mi disse:
« Voglio un bacio che mi resti come ricordo. Un bacio solo, ma vero ».
Ci incollammo le bocche. Anita gemeva come una gatta, e respirava affannosamente. Fu molto bello, ma non me la sentii di andare oltre.


Un giorno che eravamo nella limonaia del Residence a guardare il lago, lei mi fece una strana richiesta:
« Prima di partire voglio fare due cose: la prima fare il bagno con te, la seconda hai capito qual è la sera che ci siamo baciati ».
Per cambiare discorso, tagliai corto e dissi:
« Per domani mi organizzo. Mi serve un giubbetto salvagente per te, e un paio di pinne per me ».
Lei mi guardava con un'aria che a tratti pareva felice, altri sconsolata.
Confesso che io la sentivo mia quella sua pena che aveva nel cuore, anche se ero impotente, almeno in parte, a darle un minimo di felicità. Ci riuscivo solo in qualche momento, come quello del bacio, della chitarra, delle mie favole per adulti, e per ultimo il bagno.
La notizia si era sparsa e seppi poi che molti del gruppo tifavano per me, mentre altri mi reputavano avventato.
Infatti in quella zona il lago era molto profondo anche a soli dieci metri dalla riva, e le acque incorrentate. E poi lì vicino passava spesso il traghetto, che sollevava onde non proprio canoniche.
Di notte pensai a lungo a quella mia promessa, ma decisi che dovevo mantenerla.
Il giorno dopo andammo tutti insieme nella spiaggetta sassosa davanti alla limonaia. Due accompagnatori, belli robusti, si offrirono di aiutarmi.
Io avevo un piano: l'avrei calata in acqua a pancia in su, le avrei appoggiato le sue gambe sulle mie spalle, poi avrei pinneggiato, spingendola in avanti.
Così facemmo. Sembrava di vedere una barca umana. Lei era la prua, io la poppa. Anita usava le braccia come remi, e io da dietro la direzionavo verso il largo.
Quando sentii le urla di quelli che erano rimasti a riva a guardarci, mi resi conto di essere un po' troppo al largo. Alcuni applaudivano, altri ridevano o si lamentavano.
Nel momento che decisi di rientrare, ecco arrivare il traghetto. Non accadde niente, solo cominciammo a ballare sulle onde come fossimo in giostra. Anita rideva e urlava di gioia, e non voleva rientrare. Poi capì, e mi assecondò.
Giunti nei pressi dell'acqua bassa, mi alzai, la presi in braccio come una sposa, e la portai verso la carrozzella.
Era euforica. Mi prese la nuca con una mano e avvicinò la sua bocca alla mia. Mi diede un bacio che non dimenticherò. C'era dolcezza, ma anche rabbia, e gratitudine. Una reazione naturale, la sua. La vita è anche questo: amore e rancore.
Qualcuno applaudì, altri fecero i soliti buu di scherno, ridendo.
Tornammo in albergo e Anita bevve qualche Anisetta di troppo. Era ai sette cieli. La sera, in camera mia, disse:
« Voglio fare l'amore con te, prima di partire ».
Io ero lusingato, ma non me la sentivo. Mi pareva che avrei rotto qualcosa di importante, come un vaso cinese antico.
La settimana dopo Anita partì, con tutti gli altri. Prima di salire sul pullman, mi disse l'ultima frase, che già conoscevo:
« Volevo fare due cose importanti con te. Una l'abbiamo fatta, l'altra spero che la faremo il prossimo anno... ».
Si asciugò le lacrime, ci abbracciammo stretti e poi partì.


L'estate era finita da un pezzo quando ricevetti la sua lettera. Mi rammentava tante cose, e nel ricordo di quei giorni passati insieme sul lago, appariva piena di trasporto.
Ma nel fondo di quei pensieri c'era una tristezza che non era riuscita a nascondere, con i suoi saluti. Poi più niente, nemmeno a Natale.
All'inizio della primavera seppi che Angelo andava ad Oslo a trovare i suoceri, e allora gli telefonai.
« Salutami Anita, se la vedi, e dille che l'aspettiamo per quest'estate ».
Quando tornò, Angelo venne a trovarmi. Aveva una faccia buia, e non rimandò il discorso. Con un nodo alla gola e la voce roca, disse:
« Anita è morta, si è tagliata le vene la notte di Capodanno ».




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Racconto scritto il 17/08/2026 - 15:55
Da Mino Colosio
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