Dal trono eccelso palpitava l’Amore,
e i nove Cieli, in coro solenne,
intonavano inni affinché l’Empireo
dilatasse il suo immenso Tutto.
Fu per sì grande ardore che il Creato sorse:
ogni aurora una meraviglia svelata,
ma l’uomo fu più somigliante al Vero.
Dalla fragile argilla Iddio lo plasmò,
e già la sua mano stringeva lo scettro,
di ogni creatura fiera perfezione.
Egli regnava sul giardino primordiale,
avvolto nel fresco alito della terra.
Tra i dolci effluvi del gelsomino
e il candore della rosa selvatica,
il suo passo sfiorava ciuffi d’erba
e menta, liberando una scia balsamica.
Un tenero zeffiro accarezzava le fronde,
mentre vibrava l'etere al soffio del cedro
e nel respiro della cannella.
Dalle viscere della terra sgorgava il fiume,
limpido specchio di acque perenni;
una linfa dolce, come di betulla,
capace di estinguere ogni sete.
Ma l’Agape zampillava e nel cuore di Adamo
riconobbe il bisogno di completezza.
Dal fianco del sonno sorse la sposa:
Eva, sublime tra le gioie del giardino,
luce nei cui occhi il creato culminava.
Insieme i passi scioglievano i profumi,
e le labbra coglievano la grazia,
custodi di un’armonia senza tempo.
Eppure, al centro del sacro recinto,
un albero ergeva la sua chioma severa.
Lì si insinuò la spira dell'antico inganno,
un sussurro che mutò le fragranze:
il gelsomino si fece d'un tratto d'oppio,
e il pomo vietato brillò di un desiderio altero,
promessa mendace di uguaglianza col Divino.
La mano tesa colse il frutto della colpa,
e il morso spezzò l'alleanza primordiale.
La cenere aspreggiò sul palato;
l'acqua del fiume si tinse di amara coscienza.
Un brivido freddo scosse le foglie di cedro,
mentre il sole fuggiva dietro i confini del mondo,
lasciando gli sposi nel pianto della nudità.
Esuli ormai, col fango sulla pelle,
coltivano la terra e la fatica,
e il loro passo grave calpesta ortiche
ove striscia il nefando nemico...
e i nove Cieli, in coro solenne,
intonavano inni affinché l’Empireo
dilatasse il suo immenso Tutto.
Fu per sì grande ardore che il Creato sorse:
ogni aurora una meraviglia svelata,
ma l’uomo fu più somigliante al Vero.
Dalla fragile argilla Iddio lo plasmò,
e già la sua mano stringeva lo scettro,
di ogni creatura fiera perfezione.
Egli regnava sul giardino primordiale,
avvolto nel fresco alito della terra.
Tra i dolci effluvi del gelsomino
e il candore della rosa selvatica,
il suo passo sfiorava ciuffi d’erba
e menta, liberando una scia balsamica.
Un tenero zeffiro accarezzava le fronde,
mentre vibrava l'etere al soffio del cedro
e nel respiro della cannella.
Dalle viscere della terra sgorgava il fiume,
limpido specchio di acque perenni;
una linfa dolce, come di betulla,
capace di estinguere ogni sete.
Ma l’Agape zampillava e nel cuore di Adamo
riconobbe il bisogno di completezza.
Dal fianco del sonno sorse la sposa:
Eva, sublime tra le gioie del giardino,
luce nei cui occhi il creato culminava.
Insieme i passi scioglievano i profumi,
e le labbra coglievano la grazia,
custodi di un’armonia senza tempo.
Eppure, al centro del sacro recinto,
un albero ergeva la sua chioma severa.
Lì si insinuò la spira dell'antico inganno,
un sussurro che mutò le fragranze:
il gelsomino si fece d'un tratto d'oppio,
e il pomo vietato brillò di un desiderio altero,
promessa mendace di uguaglianza col Divino.
La mano tesa colse il frutto della colpa,
e il morso spezzò l'alleanza primordiale.
La cenere aspreggiò sul palato;
l'acqua del fiume si tinse di amara coscienza.
Un brivido freddo scosse le foglie di cedro,
mentre il sole fuggiva dietro i confini del mondo,
lasciando gli sposi nel pianto della nudità.
Esuli ormai, col fango sulla pelle,
coltivano la terra e la fatica,
e il loro passo grave calpesta ortiche
ove striscia il nefando nemico...
Poesia scritta il 13/09/2026 - 17:44Letta n.2 volte.
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